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 2026  luglio 08 Mercoledì calendario

Giuseppe Cruciani analizza il mondo politico e mediatico italiano

Entra in redazione raccontando di aver appena rottamato uno scooter «perché mi era stato rubato e la polizia locale ha dovuto inseguire i ladri per recuperarlo, mezzo rotto. Però per fortuna c’è ancora chi fa gli inseguimenti senza la paura di essere accusato di omicidio». Giuseppe Cruciani resta coerente e dissacrante, oltre che provocatore.
Anche dopo questo furto continua ad amare Milano?
«Io qui farei il sindaco, poi non lo farò però credo che l’unico ambito in cui mi piacerebbe fare politica sarebbe l’amministrazione locale, per stare a contatto con i problemi reali. Salvini mi ha proposto come sindaco. Conosco bene Sala, lo incontro anche a casa di amici comuni. Ha sottovalutato un po’ la questione della sicurezza: a maggior ragione trovo incredibile che il centrodestra non trovi un competitor all’altezza. È una follia cercare un candidato che parli solo ai poteri della città, qui serve un sindaco porta a porta, quasi alla Vannacci».
Meloni è stata questo a livello nazionale?
«Credo di sì, è uno dei pochi casi in cui il consenso personale dopo 4 anni al governo non è sceso o è sceso poco. Però su sicurezza e immigrazione la gente non è contenta, altrimenti non sarebbe nato il fenomeno Vannacci».
Cruciani, siamo già arrivati due volte a Vannacci. Ieri intanto è uscito il suo nuovo libro: «Libertà – Tutto Cruciani dalla A alla Z. L’Alfabeto del politicamente scorretto» (Cairo editore). Abbastanza chiaro.
«È un libro che si può prendere a pagina 100 o dove si vuole, per parole, personaggi, storie. Si va dall’esaltazione delle parolacce come parte della vita di ognuno, al patriarcato che è qualcosa di più serio e di cui critico l’abuso».
Ma non le viene il dubbio che il termine sia utilizzato per indicare una cultura vera, che esiste ancora?
«In Occidente c’è stata una grande rivoluzione su questo e il patriarcato è residuale. Se qualche femminista ritiene che esista ancora inizi ad incatenarsi fuori dalle ambasciate di Paesi come l’Iran. Altrimenti restiamo sempre all’ipocrisia di battaglie ridicole, come sulle quote rosa, che abolirei, o sul reato di femminicidio».
Che pone però un problema vero, no?
«Il problema sono possesso e gelosia, sui quali mi sento molto più femminista di molte donne. La vittima è spesso una donna, ma non viene ammazzata in quanto tale...».
La pensa davvero così?
«Ogni caso è diverso dall’altro. Un uomo ammazza quella donna, non ce l’ha con tutte le donne».
Certo, Vannacci ne ha parlato durante uno degli atti fondativi del suo movimento, è curioso no?
«Certamente, c’è un elettorato di Vannacci che evidentemente la pensa come me. Non sono di destra, ma pone temi veri».
Quell’elettorato la pensa come lei o come un maschio anni ’50?
«È un’analisi che dovremmo affidare ad altri. Di certo non credo servano nuove leggi ma certezza della pena».
Insomma lei in politica vede dei campioni di ipocrisia...
«L’ipocrisia è connaturata alla politica, fatta spesso di slogan che non si possono realizzare».
Di Meloni ha detto. Elly Schlein su cosa incrocerebbe il favore di Cruciani?
«Faccia una proposta di legge sul matrimonio egualitario alla spagnola e sarei il primo a sostenerla. Abbia il coraggio di porlo come uno dei suoi primi punti programmatici. Credo che alla sinistra del Pd, che governa da tempo il partito, vada data una chance di governare il Paese».
C’è un personaggio del suo libro a cui tiene particolarmente?
«Massimo Boldi, un martire del nostro tempo. Gli impedirono di fare il tedoforo alle Olimpiadi invernali dopo aver detto che gli piacevano più le donne dello sport. Una cosa assurda».
Un linguaggio educato però non è per forza ipocrita.
«Ma stiamo rivedendo pure i film di De Sica, mentre si trova tutto in rete, per favore».
Proviamo ad andare oltre Boldi.
«Sono considerato immeritatamente un erede di Vittorio Sgarbi».
Lo sente, lo vede oggi?
«No, mai. Ero andato a visitarlo a febbraio 2025, nei mesi più acuti della malattia, è stato un momento molto commovente e privato. Era sdraiato sul divano, in casa a Roma a Santa Maria della Valle. Mi ha fatto molta impressione, ci siamo parlati poco, poi è andato in ospedale. Io ho paura che non torni come prima e lo voglio ricordare al centro di un harem...».
Scusi? Le è capitato di incontrarlo in una situazione così privata?
«Capitò a Garda, eravamo io, lui, Malena, altre persone che lo accompagnavano nel castello di un suo amico. Lui a fine serata stava andando verso una stanza con due donne e io volevo partecipare. Mi sono avvicinato, ma lui mi ha fatto capire che non mi voleva come intruso nel suo harem. Voglio ricordarlo così».
Siamo ai vent’anni della Zanzara.
«Non sono appassionato agli anniversari».
Mandate spesso quell’audio di Paolo Mieli che legge un articolo in cui Luigi Manconi spiega perché non può fare a meno della Zanzara. Accade a molti, lei come se lo spiega?
«In tanti riconoscono alcune loro perversioni negli ospiti e negli interventi, ma soprattutto si respira un’aria di grandissima libertà che non trovo da nessun’altra parte. E poi certi personaggi, regalano un’Italia spesso non fotografata».
Le è mai capitato di diventare amico di uno degli ospiti della trasmissione?
«Sì, sono entrato spesso nella vita di queste persone. Con il Brasiliano per esempio è stato così».
Il Brasiliano, Massimiliano Minnocci, pregiudicato romano che interviene spesso alla Zanzara e non ha mai nascosto di aver fatto uso di cocaina.
«Talvolta mi chiama ancora di notte, piangendo, perché magari ha avuto un momento di ricaduta. Si è stabilito un rapporto personale anche molto forte. De Sica mi disse: “Il Brasiliano ai tempi nostri sarebbe stato un personaggio eccezionale della commedia italiana”. Posso assicurare che tra i suoi fan ci sono giornalisti, magistrati, poliziotti, gente che mi chiama per dirmi quanto fa ridere».
C’è mai stato il rischio di una separazione da David Parenzo?
«Sì, durante il Covid. Lui puntava più su un senso di responsabilità istituzionale, io ritenevo e ritengo che certi provvedimenti fossero profondamente illiberali e restavo su posizioni free-vax».
Il complottismo la affascina...
«Sì ma perché spesso dietro c’è un pezzo di verità. Fosse per me darei un programma a Radio24 a Red Ronnie: trovo anche alcune cose sue geniali a livello comunicativo».
Tanti ascoltatori ritengono che Parenzo sia cerchiobottista.
«Parenzo è un genio. Ha un grande talento e penso sia vicino al modo di fare di Chiambretti, ha una vena che andrebbe sfruttata meglio. È un grandissimo showman, poi adesso lui si dedica alla politica come grande passione, ma secondo me dà il meglio di sé come intrattenitore».
Lei, Cruciani, ha avuto dei modelli?
«Mah. Il Giuliano Ferrara di alcune trasmissioni televisive che portava argomenti divisivi a me piaceva molto. Vittorio Feltri ha avuto intuizioni geniali. Io però ho guardato molto all’America».
Per esempio?
«Nel libro dedico una voce a Jerry Springer. Ex sindaco democratico di Cincinnati che a un certo punto inventò una trasmissione in cui si affrontavano e addirittura qualche volta si picchiavano i personaggi più strani. È stato un rivoluzionario».
Non si stanca mai?
«No perché tutto si rinnova ogni giorno, polemiche e personaggi. Una volta chiesi ad Arbore, ma quando ci si stanca? E lui mi disse che noi abbiamo la fortuna di lavorare sulla attualità, mentre lui si stancava spesso di alcuni prodotti, perché si esaurivano alcuni personaggi. Quelli della Notte durò un mese o due. Oggi crediamo che fossero anni».
Cruciani, è sempre in forma, continua ad andare in montagna?
«Nella vita ho fatto 23 maratone. Faccio un solo pasto al giorno, alla sera. Oggi non corro più; ma quando è finita la giornata, esco e passeggio qualche chilometro. In più c’è la montagna: l’idea di poterci andare è una delle cose a cui aspiro di più. Aspetto quasi tutto l’anno il momento di partire, di ritrovarmi a camminare o a mangiare qualcosa in un rifugio. Arrivare a fine luglio è un obiettivo vero».