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 2026  luglio 08 Mercoledì calendario

La triste situazione dell’ex veliero di Gardini

In un canale di Porto Marghera, dove l’acqua è ferma e ha il colore del petrolio, c’è una strana imbarcazione. Non ha cabine, non ha timoni, non ha alberi. Lunghissima e sporca, galleggia solitaria fra capannoni industriali, camion e treni merci. Dalla fiancata pendono delle vecchie grosse cime. È uno scafo gigantesco e in buona parte chiuso, animato solo da stormi di piccioni che svolazzano sulla coperta. Ma questa barca in disarmo ha un’insospettabile storia e un nome: Bucintoro, come la galea di Stato veneziana ai tempi del Doge. Trentacinque anni fa ha rappresentato un sogno e il sognatore era l’imprenditore più visionario dell’epoca: Raul Gardini, allora al timone del gruppo Ferruzzi-Montedison.
Appassionatissimo di vela, innovatore e spregiudicato, Gardini aveva realizzato in quest’angolo di terraferma veneziana l’avveniristico cantiere Tencara dal quale uscì il Moro di Venezia capace di vincere la finale degli sfidanti della Coppa America del ‘92. E sempre dal Tencara sarebbe dovuto uscire il Bucintoro, il veliero più grande, più veloce e più bello del mondo.
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«Lunghezza 59,4 metri, larghezza 10,3, albero di maestra 72 metri, albero di mezzana 48 metri, pescaggio 8,2», annotarono gli ingegneri di allora. Un 60 metri di fibre speciali progettato da Germán Frers, top designer della nautica, mentre gli interni dovevano essere firmati da Gae Aulenti. Un cigno per solcare gli oceani. Era il 1991, Gardini ruggiva e Italo Trapasso, il vice con l’occhio molto attento al bilancio, gli fece notare il costo esagerato: 50 milioni di dollari. «Italo, a fem la bestia, va», tagliò corto il patron.
Partì dunque il cantiere ma mentre la bestia stava nascendo successe l’imprevisto. I Ferruzzi, cioè i fratelli di sua moglie Idina, gli diedero il benservito e il timone della Montedison passò ai cognati Carlo Sama e Arturo Ferruzzi. I quali non avevano alcun interesse per la creatura in gestazione di Raul, diventato di colpo il nemico giurato.
L’ultimo proprietario
La barca rimase così una grande incompiuta e il sogno di Gardini si spezzò. «L’idea era grandiosa e prevedeva due step: la costruzione di uno scafo leggero per fare il record sul giro del mondo, in meno di 80 giorni – ricorda oggi l’ingegnere Massimiliano Morassutti, allora dirigente Tencara, che custodisce nel suo studio un modellino del Bucintoro lungo tre metri e mezzo —. Dopodiché sarebbe stata allestita in maniera elegante per diventare una barca di rappresentanza della Montedison».
Tutto tramontò in breve tempo e il suicidio di Gardini nel luglio 1993 fu la pietra tombale del progetto. Il cantiere Tencara venne ceduto all’imprenditore veneto Stefano Gavioli che lo chiuse nel 2003. Il Bucintoro fu parcheggiato a secco finché, nel 2004, arrivò un compratore padovano, Sergio Zancanella, titolare di una società di costruzione e vendita di imbarcazioni con il mito di Gardini: «L’idea era quella di sistemare la barca giusto per metterla in acqua, di trainarla a Malta, completare i lavori in un cantiere maltese, vararla e portarla a Miami per essere messa in vendita, avevo già delle richieste da parte di clienti facoltosi». Dopo tre anni di lavori Zancanella riuscì a metterla in acqua ma tutto si fermò nuovamente a causa di varie controversie legali. Con Gavioli, con l’Autorità portuale, con l’Agenzia delle Entrate. Risultato: il Bucintoro è rimasto a Porto Marghera, spostato da una banchina all’altra, sempre più abbandonato e ingombrante.
«Me ne hanno combinate di tutti i colori, pagavo 4.500 euro l’anno di spazio acqueo e a loro non bastava», dice sconsolato Zancanella. Loro sarebbe l’Autorità portuale. «Noi abbiamo recuperato tutti i canoni demaniali dalla società Eurodrive di questo signore che però è stata cancellata nel 2022», replicano loro.
La vendita
Zancanella, che non ha mai voluto parlare della vicenda e si è anche un po’ isolato dal mondo, ha chiuso tutto: «La barca l’ho venduta».
A chi? «Questo non lo dico». Lui non lo dice, l’Autorità portuale non lo sa, chi conosce la vicenda pensa che si tratti di tatticismi per evitare nuovi guai. Comunque sia, il Bucintoro è ancora lì ed è poco più di un relitto. Difficile venderlo, difficile demolirlo (costerebbe centinaia di migliaia di euro). Cosa farne? «Io saprei dove portarlo e se qualcuno di chi conta mi chiama glielo dico», fa il misterioso Zancanella che ha lasciato la nautica e oggi vende frutta e verdura. «Ce l’ho nel cuore quella barca, come ho nel cuore Gardini ma mi sono scontrato contro tutti, forse perché è un personaggio scomodo». Questa è la sua versione. «A noi basta che venga pagato lo spazio acqueo, quanto al futuro, eh, non si sa», replicano dal fronte del porto. Dopo 35 anni il Bucintoro, che correva per essere la barca a vela più grande del mondo è per Venezia solo una grana.