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 2026  luglio 08 Mercoledì calendario

Cascina Spiotta: 6 anni ad Azzolini, prescrizione per Curcio e Moretti

Hanno cambiato l’aula, era a rischio di crollo strutturale, in quest’altra scelta per celebrare l’atto definitivo manca però lo spazio destinato al pubblico; poi, in generale, ci sarebbero i bagni disastrati, le crepe ampie, la muffa estesa: e pensare che in Corte d’Assise, ad Alessandria, lo Stato ha appena celebrato, col pronunciamento della sentenza, un processo che è storia d’Italia in quanto incentrato sull’omicidio, ora risolto, dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, abruzzese di Penne con il culto della famiglia.
Era il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, nelle campagne dell’Alessandrino. Scontro a fuoco tra pattuglie e brigatisti, due cadaveri sull’erba di una lieve altura. D’Alfonso, appunto. E Margherita Cagol, della quale invece s’ignora l’uccisore: Cagol, la grande capa, la compagna Mara.
Cinquantuno anni fa. Ieri la Corte ha sì riconosciuto l’impianto costruito dalla Procura di Torino, che ha coordinato il minuzioso lavoro dei carabinieri del Ros, ma si è affidata alla prescrizione quale cesura netta rispetto a nuovi addebiti nei confronti di due dei tre imputati, fra le maggiori figure delle Brigate rosse, il loro motore fondatore: se Lauro Azzolini (82 anni), l’unico che si è presentato in aula incolpandosi dell’uccisione di D’Alfonso, è stato condannato a 6 anni, Mario Moretti (80) e Renato Curcio (84) beneficeranno dell’estinzione del reato. Pur essendo stato riconosciuto a loro carico il concorso anomalo nel delitto (la responsabilità in un reato di maggior gravità rispetto al piano iniziale).
I pm Emilio Gatti e Ciro Santoriello avevano chiesto 21 anni per Azzolini e l’ergastolo per Moretti-Curcio. Non s’inseguivano, per l’età degli imputati, misure carcerarie, men che meno, ha precisato l’ex giudice Guido Salvini, legale dei D’Alfonso insieme a Nicola Brigida e Sergio Favretto, si volevano vendette dello Stato o sostanziosi risarcimenti per profittarsi delle disgrazie... Di voci ne sono circolate: sospetti volgari e indegni. Dopodiché, specie nelle generazioni di mezzo dei carabinieri, v’era la legittima aspirazione a suturare un buco nero ricostruendo le esatte azioni negli istanti che portarono al decesso del collega. Giustizia, memoria, rispetto. Beh, riportiamo l’amarezza per un risultato considerato parziale a fronte degli elementi offerti ai magistrati.
Non vanno poi sottovalutate, pur ambientandosi nella commedia teatrale di un processo, all’interno di una sequenza infinita di partite a scacchi, le scuse alla famiglia D’Alfonso di Azzolini, il quale ha ribadito che certe cose sanguinarie non dovevano avvenire. Materiale ancora riduttivo, forse, per battezzare una riconciliazione venuta a suggellarsi proprio qui, e bastano a dimostrarlo le menzionate mancate presenze di Curcio-Moretti, che hanno tenuto di nuovo a marcare la distanza dallo Stato. Stando a casa loro. Appunto. L’avvocato di Azzolini, Davide Steccanella, di solide capacità oratorie, ha domandato il motivo per cui, avendo da subito assunto Azzolini le proprie responsabilità, la Corte abbia deciso di proseguire il processo. Ebbene questo perdurare, hanno replicato i legali di parte civile, s’è reso inevitabile per tutta una serie di punti irrisolti sulla scena del crimine: i reali presenti, le precise mosse, le coperture.
Insomma, verrebbe da scrivere, nella negativa accezione di una tipica moda nazionale, che le indagini non sono terminate nemmeno stavolta.