Corriere della Sera, 8 luglio 2026
Vertice Nato, Meloni in ritardo e seduta vicino a Trump
In apparenza non ha fatto nulla per arrivare in orario. È decollata da Ciampino quando mancavano venti minuti alle sei, ora di Ankara, e in quei frangenti atterravano all’aeroporto della capitale turca il premier spagnolo Sánchez, il cancelliere Merz, il presidente francese Macron, il britannico e dimissionario Starmer. Lei è atterrata alle 19 e 46, dopo 2 ore e 8 minuti di volo, quando una donna del protocollo turco, ai piedi della scaletta dell’aereo di Stato, le ha offerto un mazzo di rose ma anche quando i portoni del Palazzo presidenziale di Erdogan stavano per chiudersi e i camerieri erano già fra i tavoli, a servire la cena agli ospiti del vertice Nato.
Eppure sembra che le ragioni della realpolitik, nonostante tutto, alla fine abbiano prevalso su altre dinamiche. Se Meloni non ha fatto nulla per arrivare in orario al ricevimento della Nato, atterrando ad Ankara quando praticamente il presidente Erdogan aveva accolto, con accanto la moglie, quasi tutti gli ospiti invitati. E quando i «corazzieri» della presidenza turca avevano persino chiuso i grandi portoni del Palazzo, perché il protocollo ha i suoi tempi, alla fine è andata diversamente da quanto pronosticato.
Passate le otto di sera mancava ancora un ospite, la presidente del Consiglio italiana, l’ultima atterrata ad Ankara e l’ultima arrivata al Palazzo. L’accoglie il vicepresidente turco. La cena di apertura del vertice è già iniziata. Meloni viene scortata nel grande salone dove quasi una decina di tavoli accolgono una quarantina di ospiti di tutti gli Stati dell’Alleanza atlantica, e contro ogni previsione viene accompagnata sino al suo posto, nel tavolo più importante, insieme al britannico Starmer, al francese Macron, al cancelliere Merz, al presidente turco Erdogan, al segretario della Nato Mark Rutte, e infine al suo ex amico, ma forse di nuovo quasi amico, visto che ha ammorbidito i toni proprio poche prima della cena, Donald Trump. La prima battuta dello staff di Meloni è significativa: «Non crediamo che sia merito di Trump, è semplicemente il tavolo più importante dal punto di vista del G7».
Sembra un corto circuito senza fine. Lei che arriva ultima, e si segnala per questo, quasi controvoglia, lei che in ogni caso viene attovagliata al tavolo migliore insieme ai più importanti leader europei e insieme a quel capo della Casa Bianca che l’ha dileggiata, attaccata, denigrata, in molteplici modi, nelle ultime settimane. Lui ha corretto la rotta solo pochi istanti prima della cena, mettendo nel mirino di nuovo l’Italia e gli altri Stati europei, ma per la prima volta dopo due mesi pronunciando parole controcorrente.
Ha di nuovo accusato Italia, Francia e Germania di avergli «voltato le spalle» quando chiese il loro sostegno nella crisi con l’Iran, è tornato a rivendicare il controllo della Groenlandia, ha evocato nuovamente la possibilità di ritirare i soldati americani dall’Europa e ha confermato che il rapporto con la presidente del Consiglio non è più quello di un tempo. Nelle sue parole, però, si è intravista anche un’apertura. «È una brava persona, mi piace, ma ha sbagliato a rifiutare di aiutarci sull’Iran», lasciando intendere che un riavvicinamento non è escluso.
E del resto, poco dopo le 23, quando Meloni rientra in albergo dopo la cena, rilascia solo una battuta ai cronisti, ma importante. Ci sarà stato anche del gelo, ma il bilancio ufficiale è il seguente. Al tavolo c’era anche Brigitte Macron, e Meloni e Trump non erano seduti una accanto all’altro. E dunque, come è andata con Trump? «Rapporti cordiali». E a chi ha insistito, a chi le chiedeva se ci fosse stato un chiarimento dopo gli insulti degli ultimi giorni, la premier si è limitata a dire: «Ho già risposto». Insomma è andata in ogni caso meglio dei rischi che erano stati messi in conto, non ci sono stati ulteriori incidenti, anzi si è registrata, per quello che vale, una piccola marcia indietro dell’inquilino della Casa Bianca.
Insomma se Meloni meritava un ordine restrittivo, appena tre giorni fa, con tanto di meme sessista sui social, ora è diventata un’alleata inaffidabile come gli altri europei, eppure di nuovo, dopo mesi, «una brava persona».