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 2026  luglio 07 Martedì calendario

La guerra infinita nel Myanmar «Superate le 100mila vittime»

Hanno superato quota 100mila le morti in Myanmar dovute al conflitto in corso. Una cifra “pesante”, quella dell’osservatorio globale indipendente Acled (Armed Conflict Location & Event Data) che conferma – anche in mancanza di dati ufficiali o verificabili sul terreno – la durezza di una guerra civile esplosa dopo il colpo di stato militare del primo febbraio 2021. Per cercare di piegare la ribellione, la repressione ha trovato nel tempo modalità sempre più cruente e diversificate, da sporadici omicidi mirati a Yangon ai raid aerei quotidiani sui villaggi e altri obiettivi civili. Dura anche la risposta armata e da tempo coordinata tra reparti del Governo di unità nazionale (in clandestinità), Forze di difesa popolare e milizie etniche. Queste ultime che, in buona parte, già prima e per oltre mezzo secolo avevano conteso alla dittatura militare il controllo sull’intero paese.
Sono 1.200 i gruppi censiti dall’Osservatorio attivi contro il regime oggi in abiti civili subentrato da pochi mesi alla giunta militare ma che mantiene al vertice – nei panni di presidente – l’ex generale golpista Min Aung Hlaing e i suoi fedelissimi.
Il dato dei decessi evidenzia drammaticamente il livello di una delle guerre più letali tra quelle attive nel mondo. Una guerra interna e non tra Stati che ha riempito le carceri di politici, attivisti (inclusa la Premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi) e studenti, ma anche ha costretto 3,7 milioni di persone a lasciare le proprie case e infilato il 20 per cento della popolazione di 55 milioni nell’insicurezza alimentare. Al collasso dell’economia si è affiancata la ripresa di traffici transfrontalieri che hanno nelle aree confinarie dove il conflitto è più acceso un hub continentale della produzione di droghe sintetiche e della criminalità informatica, con decine di migliaia di “addetti” in condizioni di sostanziale schiavitù e in mano a bande senza scrupoli perlopiù di origine cinese. Nel tentativo di riprendere il controllo della situazione, che sta registrando qualche successo dopo le sconfitte subite in diverse regioni del Paese, il regime ha utilizzato la coscrizione per arruolare finora 50mila giovani mandati al fronte in prima linea dopo una preparazione sommaria.
In buona parte studenti sospettati direttamente o tramite le loro famiglie di connivenza con la resistenza o individui finiti nella rete dei rastrellamenti. In parte mandati al fronte, in parte – secondo fonti dell’opposizione – “ceduti” alla tratta di esseri umani in cambio di denaro. Le diserzioni sarebbero all’ordine del giorno nonostante i rischi e quelli sfuggiti all’arruolamento forzato, come pure coloro che temono di caderne vittima, vanno a alimentare un flusso di profughi che preme in particolare sula frontiera thailandese. L’Organizzazione internazionale per le Migrazioni ha comunicato il dato di 687mila birmani di varie etnie che sono riusciti a passare in Thailandia nei primi quattro mesi dell’anno, potendo contare oltreconfine sulla presenza di comunità della stessa etnia e di campi che per decenni hanno ospitato profughi dal Myanmar. Una situazione comunque di difficile gestione che crea difficoltà e imbarazzo al governo di Bangkok, che anche per questo – temendo una ondata di profughi – è tra quelli più in dialogo con la controparte birmana nonostante la difficoltà a giustificarsi davanti a una comunità internazionale che perlopiù ha isolato il regime di Naypiydaw ma che ha poche carte da giocare sul piano dell’assistenza alle popolazioni coinvolte dalla guerra o nel tentativo di mediare tra le parti in lotta.