il Giornale, 7 luglio 2026
Russia & Co, leva cripto per aggirare le sanzioni
Le criptovalute stanno diventando la nuova infrastruttura finanziaria degli Stati sotto sanzione. La novità non è che gli Stati colpiti da sanzioni ricorrano a canali illegali – lo hanno sempre fatto ma che stiano industrializzando l’elusione. La criptofinanza non è più solo il terreno di hacker, narcotrafficanti o donazioni clandestine, si sta trasformando in una componente delle economie di guerra e delle strategie di sopravvivenza dei regimi sotto pressione. Chi controlla i flussi digitali controlla una quota crescente della capacità occidentale di isolare Russia, Iran e Corea del Nord.
Secondo le società specializzate nel monitoraggio della blockchain, nel 2025 gli indirizzi riconducibili a entità sanzionate hanno movimentato oltre 100 miliardi di dollari in valute digitali, quasi 8 volte rispetto all’anno precedente. Iran, Russia, Corea del Nord e altri Paesi colpiti dalle sanzioni hanno sviluppato un ecosistema sempre più sofisticato che consente di aggirare il sistema bancario tradizionale, da sempre il principale strumento di applicazione delle sanzioni Usa. Le cripto permettono invece di trasferire valore senza passare da intermediari vigilati e dunque tracciabili. Un wallet è infatti identificato da un indirizzo alfanumerico e non da un’identità verificata.
Nel 2025 i flussi verso entità o giurisdizioni sanzionate sono esplosi: Chainalysis parla di un aumento del 694% del valore ricevuto da soggetti colpiti da sanzioni, mentre TRM Labs stima 93 miliardi di dollari di afflussi legati a entità e aree sanzionate. Il caso più sofisticato è la Russia. Dopo l’invasione dell’Ucraina e l’esclusione di molte banche russe dai circuiti finanziari internazionali, Mosca ha cercato canali alternativi per pagare fornitori esteri, componenti dual use, logistica e commercio parallelo. A7A5, la stablecoin ancorata al rublo e collegata alla rete A7, è diventata il simbolo di questa evoluzione: ha processato 93,3 miliardi di dollari in meno di un anno. Il meccanismo è rodato: rubli in entrata in Russia, token appunto ancorati al rublo, conversione in stablecoin come Tether, quindi pagamento internazionale o riconversione in valuta forte. Così la cripto non serve solo a nascondere denaro, ma a ricostruire una catena dei pagamenti alternativa dove le banche tradizionali sono interdette.
L’Iran rappresenta il secondo fronte. Teheran usa da anni triangolazioni, shadow fleet e intermediari per vendere petrolio aggirando le restrizioni. Le criptovalute aggiungono un livello ulteriore: exchange locali (le piattaforme digitali che fungono da mercato o intermediario), wallet collegati alle reti delle Guardie Rivoluzionarie, pagamenti per petrolio e trasferimenti verso l’estero. La Corea del Nord segue una traiettoria diversa: più che creare un’infrastruttura finanziaria parallela, ha perfezionato il furto.
I gruppi hacker legati a Pyongyang attaccano exchange, protocolli DeFi (ovvero di finanza decentralizzata) e wallet per rubare criptovalute, poi le riciclano attraverso mixer, catene diverse e intermediari compiacenti.
Morale? Se le sanzioni perdono efficacia perché i flussi si spostano sulla blockchain, una delle principali leve di politica estera occidentale rischia di indebolirsi.