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 2026  luglio 07 Martedì calendario

Nordio e la procura: sì all’estradizione del texano in fuga

Lo dice dal tre maggio, da quando la sua grande fuga dal Texas è finita all’aeroporto di Malpensa, nel gabbiotto della polizia che lo ha fermato. Ma adesso lo ripete con una consapevolezza più cupa: «Ho paura di morire».
L’ingegnere Lee Morgenson Gilley, 39 anni e due figli a Houston, rischia di essere estradato negli Stati uniti, nello Stato del Texas, dove esiste ancora la pena capitale. Gilley si dichiara innocente. Negli Usa è accusato di avere ucciso la moglie Christa Bauer Gilley, incinta al secondo mese, trovata senza vita il 7 aprile 2024 nella loro casa di Houston. «Sono fuggito in Italia perché negli Usa sono spacciato, il mio caso è stato dato in pasto ai media dalla polizia e con la giuria popolare non ho scampo, mi uccideranno», è quanto Gilley ha spiegato negli ultimi due mesi in Italia alla polizia e ai giudici della Corte d’Appello di Torino, che dovranno esaminare il suo caso.
Adesso va tutto peggio. La paura di Gilley di essere ammazzato al termine del processo è più forte di prima. Il Paese da cui voleva essere salvato, l’Italia, forse non lo salverà.
Dopo avere ricevuto la richiesta di estradizione degli Usa, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha inoltrato gli atti alla Procura generale di Torino, che ha chiesto alla Corte d’Appello di emettere sentenza di accoglimento dell’estradizione.
L’ultima parola spetta ai giudici di Torino. Ma il punto che preoccupa Gilley è che la Procura generale sia favorevole a consegnarlo al Texas. «Nel caso in esame – scrive la pg Marina Nuccio – l’ufficio del procuratore distrettuale del Texas ha assicurato che non è stata richiesta la pena di morte e che, in caso di condanna, Gilley sarebbe condannato solamente alla pena dell’ergastolo, senza possibilità di libertà condizionale».
Nella nota inviata alla Procura generale, anche il ministro Nordio ribadisce: «Dalla documentazione trasmessa risulta che nel caso in esame l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Harris non ha richiesto la pena di morte».
Già prima che arrivasse al governo la richiesta di estradizione, Nordio, nel chiedere la conferma della misura del carcere per Gilley, che da due mesi è in cella a Torino, aveva scritto che il rischio della pena di morte in Texas non esisterebbe, «vista la lettera trasmessa dal Dipartimento di Giustizia dell’Ambasciata statunitense a Roma, con la quale il procuratore distrettuale della contea di Harris afferma che Gilley è accusato di un reato che, in caso di condanna, comporta automaticamente la pena dell’ergastolo». Ma l’ingegnere non si fida. È convinto che rischierà la pena di morte non appena verrà estradato, se così deciderà la Corte d’Appello di Torino.
Su cosa si basano le affermazioni di Nordio e della procura generale? L’impegno del Texas a non giustiziare l’ingegnere era già stato comunicato al nostro governo due mesi fa dall’ambasciatore. Poi, qualche giorno fa, è stato formalizzato da Janna Oswald, pm della procura distrettuale della contea di Harris. La sua dichiarazione è allegata alla richiesta di estradizione: «L’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Harris non ha richiesto la pena di morte. Pertanto, se Gilley venisse condannato per tale reato, la pena consisterà in una condanna automatica all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale».
Gilley continua a non fidarsi. E secondo la sua avvocata, Monica Grosso, avrebbe dei seri motivi per farlo. «Le rassicurazioni degli Usa sono ambigue – dichiara la legale – mentre l’ufficio del procuratore distrettuale dichiara che Gilley non verrà giustiziato, la stessa pm titolare del caso scrive al mio collega negli Usa che non sottoscriverà alcuna dichiarazione di rinuncia alla pena di morte. Non abbiamo garanzie sul destino di Gilley».
L’ingegnere è provato. Dalla speranza che si affievolisce e dalle nostre carceri. Ha scelto lui il nostro Paese, quando il primo maggio è evaso dal Texas dopo essersi tagliato il braccialetto elettronico e avere prenotato un jet privato per il Canada, da cui si è imbarcato per Malpensa senza che nessuno si accorgesse che era un sorvegliato speciale accusato di omicidio. Ma adesso è un uomo stremato.
A Torino è stato per due mesi al Lorusso e Cutugno, dove ci sono 40 gradi e un tasso di sovraffollamento che si fa fatica a contare. Qui Gilley è stato minacciato dai compagni di cella. Lo hanno trasferito a Ivrea, carcere noto alle cronache, oltre che per il degrado e il sovraffollamento, anche per le presunte violenze fisiche e sessuali messe in atto da alcuni poliziotti, finiti sotto indagine. È ancora tutto da stabilire e a Gilley non è successo nulla del genere. Ma dopo due notti in cella qui, l’ingegnere, alla sua legale che gli chiedeva come stesse, ha risposto: «È terrificante».