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 2026  luglio 07 Martedì calendario

Al funerale di Khamenei riappare Ahmadinejad

Guarda a terra mentre cammina, ha la mascherina bianca abbassata sotto il mento, i capelli ingrigiti, gli occhiali da vista, una giacca lisa chiara sulla camicia nera. Entra nel corteo con passo dimesso Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente iraniano il cui nome è finito al centro di mille storie, intrighi e complotti durante la guerra americana contro l’Iran. Fino a essere indicato come l’uomo su cui Washington e Tel Aviv addirittura puntavano per il cambio di regime a Teheran. Lo scrisse a maggio il New York Times, raccontando che c’era un piano per liberarlo con le bombe dagli arresti domiciliari a cui di fatto era costretto e riportarlo al potere. L’operazione andò storta, Ahmadinejad rimase ferito e decise di tirarsi indietro.
Dopo l’articolo del quotidiano americano, dell’ex presidente populista non si era saputo più nulla. Ieri è ricomparso alla processione funebre di Khamenei, con cui pure aveva avuto diversi dissidi negli anni in cui era al vertice della piramide e dopo, fino a diventare una voce anche apertamente critica del sistema. Un paradosso per l’uomo che è passato alla storia per il suo estremismo, il negazionismo dell’Olocausto, l’ossessione sul programma nucleare, la repressione senza sconti del grande movimento riformista dell’Onda verde. I leader che si opposero alla sua rielezione, nel 2009, Mousavi e Karroubi, sono ancora agli arresti domiciliari. Come confinato e in silenzio vive l’ex presidente Khatami, promotore di riforme e aperture storiche negli Anni ’90, messo ai margini dai dogmatici della Repubblica islamica. Né lui né l’ex presidente Rouhani, il pragmatico che firmò l’accordo sul nucleare con Obama, si sono visti al funerale di Khamenei.
Ieri la bara dell’ayatollah è stata portata in corteo per chilometri da una marea umana che ha riempito l’intera piazza Azadi e le strade intorno. La salma è stato poi trasportata in elicottero a Qom. C’erano tutti i potenti che oggi contano in Iran, non solo i mullah e i chierici più influenti, ma anche l’ex ministro dell’Intelligence dei pasdaran, Hossein Taeb, e il capo dei Guardiani Ahmed Vahidi che è arrivato in motocicletta con l’autista, come pure Araghchi, il ministro degli Esteri.
I pellegrini del rahbar scandivano slogan contro l’America, Trump e Netanyahu. Uno ha portato in piazza un pupazzo del presidente americano con il cappio al collo, altri hanno piazzato sul bordo di un cavalcavia un manifesto col faccione di Trump così che i passanti potessero lanciargli le pietre. «Non vogliamo compromessi, vogliamo vendetta», gridavano i sostenitori del sistema. Dovranno accontentarsi della performance perché per ora la decisione dell’apparato è trattare, non sparare. Cash for peace, soldi in cambio di pace.