la Repubblica, 7 luglio 2026
Cisgiordania, in tre anni 185 nuovi insediamenti dei coloni israeliani
Lo avevano detto dall’inizio: «La popolazione ebraica ha un esclusivo e inalienabile diritto a ogni luogo sulla terra di Israele. Il governo svilupperà e promuoverà insediamenti in tutti i punti della terra di Israele: in Galilea, nel Negev, nel Golan e in Giudea e Samaria». Così recitava al momento della sua entrata in carica – era il dicembre del 2022 – il programma del 22esimo governo israeliano, il più destra della Storia del Paese, guidato da Benjamin Netanyahu e basato sui voti dei partiti dei ministri estremisti Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. E così sta accadendo.
Lo documenta, numeri alla mano, un rapporto diffuso oggi da Peace Now e Kerem Novot, due fra le maggiori ong israeliane, e pubblicato su Haaretz e sui maggiori giornali europei (per l’Italia, Repubblica). Un viaggio che, pagina dopo pagina, conduce fra le colline brulle della Cisgiordania (o Giudea e Samaria, come le chiamano in molti in Israele, usando il nome biblico della regione) dove, a partire da fine 2022 e con un’accelerazione senza precedenti dopo il 7 ottobre 2023, i coloni israeliani con l’aiuto del governo e delle forze armate hanno strappato ai residenti palestinesi più terra di quanta non ne avessero presa dagli Accordi di Oslo (1993) in avanti.
«L’attuale governo ha portato avanti un’annessione di fatto a una velocità senza precedenti – si legge nello studio –: lo ha fatto modificando le leggi, facilitando l’espansione degli insediamenti, autorizzando in maniera retroattiva la creazione di fattorie, l’appropriazione di terreni e l’espulsione di comunità palestinesi e aumentando il controllo su aree sotto la giurisdizione dell’Autorità nazionale palestinese».
Il risultato lo raccontano i numeri: 185 nuovi insediamenti costruiti fra il 2023 e il 2025, di cui 130 costituiti da “fattorie”, ovvero microscopiche comunità agricole in cui un limitato numero di persone (a volte anche 5 o 6) prende possesso di una collina e attacca in maniera violenta (incendi di abitazioni e di auto, pestaggi, furti di bestiame, taglio dei tubi dell’acqua, blocco dei pascoli) centinaia di abitanti palestinesi delle zone circostanti. Il 18 per cento dell’intera Cisgiordania (che dovrebbe, secondo gli Accordi di Oslo, costituire il cuore dello Stato palestinese) è controllato da queste “fattorie”. Ancora: in tre anni sono state autorizzate 40.064 nuove unità abitative su terre che le Nazioni Unite riconoscono come palestinesi, per un totale di 160-200mila nuovi coloni destinati a vivere nell’area. E poi, 223 chilometri di strade costruite a uso esclusivo degli israeliani, 244 milioni di shekel (equivalenti a circa 71 milioni di euro) stanziati, 118 comunità palestinesi espulse. Per non parlare delle modifiche legislative che garantiscono la quasi totale immunità dei coloni violenti – compresi quelli accusati di omicidio – mentre induriscono le pene per i palestinesi; o dell’espropriazione di terre in nome della creazione di zone archeologiche o ricreative.
A colpire non è soltanto la vastità del progetto, ma anche l’accelerazione che ha subito dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump (entrato in carica nel gennaio 2025) e man mano che la prospettiva delle urne si avvicinava (in Israele le elezioni sono previste in autunno): delle 118 comunità palestinesi cacciate in cinque anni, 42 hanno perso le loro terre solo nel 2025. Nello stesso anno sono state autorizzate 27.941 unità abitative: più del doppio di quelle approvate nel 2024. Misure volte (anche) a compiacere e incrementare gli elettori dei partiti di Smotrich e Ben-Gvir i quali, secondo gli ultimi sondaggi, raggiungerebbero insieme il 13% delle preferenze, percentuale che potrebbe risulttare decisiva per mantenere Netanyahu al governo. E per cancellare definitivamente la prospettiva di uno Stato palestinese, di cui – occorre sottolinearlo – nella campagna elettorale israeliana non parla nessuno, con l’eccezione dei partiti arabi: a dimostrazione del fatto che – al di là dei numeri e delle proporzioni – il progetto di espansione non è figlio solo di questo governo.