corriere.it, 7 luglio 2026
Chi paga la tassa da 3 euro sui pacchi cinesi?
Il dazio da tre euro sui pacchi extra-Ue è realtà da qualche giorno, e la distanza tra l’annuncio istituzionale e quello che accade al momento del pagamento comincia già a essere misurabile. Dal 1° luglio, per ogni spedizione proveniente da un Paese terzo con valore inferiore ai 150 euro, l’Unione europea applica un dazio doganale forfettario di tre euro per ogni categoria merceologica dichiarata. Un vero e proprio balzello sulla singola voce doganale, per cui chi ordina cinque magliette identiche pagherà tre euro, chi acquista una maglietta e un orologio ne pagherà sei, perché si tratta di due classificazioni tariffarie distinte. Il principio, spiegato più volte dalla Commissione, sembra semplice. La sua applicazione pratica, molto meno.
Il meccanismo doganale e la fine di un’era
Il provvedimento chiude una parentesi aperta nel 1992, quando la franchigia doganale sotto una determinata cifra venne pensata per un commercio internazionale che si muoveva a ritmi completamente diversi da quelli attuali. Nel 2025 sono transitati nell’Unione quasi 5,9 miliardi di articoli a basso valore esenti da dazio, con oltre il 90% proveniente dalla Cina: un flusso quotidiano stimato in circa 16 milioni di pacchi sdoganati ogni giorno. Le verifiche condotte nei ventisette Stati membri hanno riscontrato un tasso di non conformità superiore al 60% in categorie sensibili come cosmetici, giocattoli, dispositivi di protezione individuale ed elettronica, spesso per carenze di etichettatura o documentazione di sicurezza mancante.
Il nuovo regime, introdotto con il Regolamento di esecuzione (Ue) 2026/1200 pubblicato in Gazzetta ufficiale l’8 giugno, ha carattere transitorio, perché resterà in vigore fino al 1° luglio 2028, quando dovrebbe diventare operativo l’EU Customs Data Hub, il sistema che permetterà di calcolare i dazi ordinari sulla base del valore reale, dell’origine e della classificazione doganale della merce, superando l’attuale tariffa fissa. Fino ad allora, il debitore giuridico del dazio resta l’importatore (la piattaforma, il venditore o chi organizza la spedizione) e non il consumatore finale. È un punto che la Commissione ha ribadito con insistenza nella propria comunicazione istituzionale, arrivando a pubblicare sui social una serie di post che recitano, testualmente nella sostanza, che l’utente non pagherà nulla perché il costo verrà assorbito da piattaforme e venditori.
La retorica di Bruxelles messa alla prova dei fatti
È qui che la narrazione ufficiale comincia a incrinarsi. La regola tecnica prevede un aumento di tre euro per voce doganale, ma i controlli incrociati condotti nei giorni immediatamente successivi all’entrata in vigore del dazio raccontano rincari ben più consistenti. Un prodotto acquistato su AliExpress lo scorso aprile a 2,21 euro risultava, a inizio luglio, in vendita a 5,59 euro: un incremento superiore al 150%, a fronte di un dazio che sulla carta dovrebbe pesare tre euro per categoria merceologica e non sull’intero valore dell’articolo. Un esempio rappresentativo della fascia di prodotto (pochi euro, spedizione singola dalla Cina) che la riforma individua come bersaglio primario.
Il fenomeno non riguarda solo i micro-acquisti da un euro. Basta confrontare i prezzi di oggi con quelli di un mese fa su Temu, Shein e sui principali marketplace cinesi per accorgersi che gli articoli sotto i quattro euro sono praticamente scomparsi dai cataloghi. Il meccanismo che sembra essersi diffuso tra i venditori extra-Ue non replica fedelmente la logica «per categoria» pensata da Bruxelles: anziché applicare tre euro all’intero ordine quando i prodotti condividono la stessa classificazione doganale, molti operatori hanno semplicemente rincarato ogni singolo articolo. Il risultato pratico è che un acquisto di due prodotti a un euro l’uno, che in teoria avrebbe dovuto costare cinque euro totali comprensivi di dazio, ne costa oggi otto, perché il balzello viene di fatto scaricato su ciascun pezzo e non sull’ordine nel suo complesso.
Si lavora in piena notte, dalle undici alle sei del mattino, per preparare le spedizioni quotidiane per l’«ultimo miglio», l’espressione che nel gergo della logistica fa arrivare il pacco da un magazzino alle mani del cliente. Nel caso di Amazon, l’ultimo centro aperto in ordine di tempo in Lombardia è quello di Pioltello, un capannone tecnologico da 8.000 mila metri quadrati che si occupa di smistare gli ordini in arrivo dai grandi centri di distribuzione o dai depositi di smistamento e di organizzare la consegna finale
La reazione del pubblico ai post istituzionali della Commissione è stata di segno opposto rispetto a quello sperato dai comunicatori di Bruxelles. Sotto i messaggi che spiegavano come il costo sarebbe ricaduto sulle piattaforme e non sui cittadini si sono accumulati commenti sarcastici, con paragoni al meccanismo delle accise sui carburanti, nominalmente pagate dai distributori, ma trasferite integralmente sul prezzo alla pompa. Il paragone non è casuale ed è stato ripreso anche da diversi osservatori economici: un dazio che grava giuridicamente sull’importatore, in un mercato dove l’importatore ha piena libertà di ripristinare il proprio margine aumentando il prezzo di listino, produce lo stesso effetto pratico di un’imposta sul consumatore, indipendentemente da chi firma il bonifico verso l’erario.
Il caso Amazon: due velocità sotto lo stesso marchio
Il quadro si complica ulteriormente quando si guarda ad Amazon, che rispetto a Temu, Shein e AliExpress si trova in una posizione strutturalmente diversa. La piattaforma di Seattle non è un operatore monolitico dal punto di vista doganale, perché buona parte della sua offerta viaggia attraverso Amazon Logistics con merce già sdoganata e stoccata nei magazzini europei, mentre una quota consistente di prodotti (in particolare quelli venduti da terze parti attraverso il marketplace, e ancora di più quelli distribuiti tramite Amazon Haul, la sezione dedicata proprio ai prodotti a basso costo spediti direttamente dalla Cina) replica esattamente il modello di business preso di mira dalla riforma.
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Il discrimine, per un utente che acquista su Amazon, non è dunque il nome della piattaforma ma la provenienza doganale della singola spedizione. Un prodotto venduto da un soggetto europeo, o spedito da un magazzino già collocato all’interno dell’Unione, non rientra nella logica del dazio da tre euro, perché la merce ha già completato l’iter di importazione altrove. Un articolo venduto da un soggetto extra-Ue e spedito direttamente da un centro logistico fuori dai confini comunitari, invece, incontra lo stesso trattamento riservato a un pacco Temu o AliExpress. Per il lettore che fa acquisti abituali su Amazon la distinzione pratica diventa quella tra «comprare su Amazon» e «comprare da un venditore terzo su Amazon»: un dettaglio che l’interfaccia d’acquisto non sempre rende immediatamente evidente al momento del checkout.
Non è un caso che Amazon Haul venga citato esplicitamente, insieme a Temu, Shein e AliExpress, tra le piattaforme che spediscono abbigliamento, accessori e piccoli oggetti direttamente dalle fabbriche cinesi ai consumatori europei a prezzi molto compressi. È proprio questo segmento di offerta, cresciuto rapidamente nell’ultimo anno come risposta di Amazon alla pressione competitiva dei rivali cinesi, a trovarsi oggi nella stessa identica condizione regolatoria dei concorrenti che pure Amazon Haul era stato pensato per contrastare sul piano del prezzo.