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 2026  luglio 07 Martedì calendario

Nuove inquietanti rivelazioni sullo stupro di Alice Sebold

Alice Sebold aveva intitolato Lucky il memoir del 1999 in cui racconta il violento stupro subito quando era una studentessa al primo anno di università a Syracuse, per una frase che le aveva detto il poliziotto che raccolse la sua denuncia: «Sei fortunata. Una ragazza è stata stuprata e smembrata in quel posto tempo fa». Ora, dopo le nuove rivelazioni di un’inchiesta del sito ProPublica, quelle parole acquistano un significato più sinistro, e aggiungono una nuova dimensione a una vicenda in cui realtà e letteratura si sovrappongono e che mostra quanto i pregiudizi possano impedire che sia fatta giustizia. Come ha scritto ProPublica, «Sebold non era una vittima come le altre. In un’epoca in cui poche donne denunciavano gli stupri, lei descrisse pubblicamente la propria esperienza con dettagli strazianti – in articoli di opinione, nel programma “Oprah” e poi in un libro di memorie sull’aggressione e sulle sue conseguenze – ispirando altre donne a parlare apertamente piuttosto che vivere nel silenzio e nella vergogna».

Per una beffarda ironia della sorte Sebold è diventata famosa grazie ad Amabili resti, un romanzo del 2002 (pubblicato in Italia l’anno dopo dalle Edizionio eo) scritto dalla prospettiva di una 14enne uccisa dal suo stupratore, che dal limbo in cui è rimasta bloccata racconta l’ombra gettata da quel crimine orribile sulla vita dei suoi cari, i sopravvissuti. Il libro, un bestseller immediato, ha avuto ancora più risonanza dopo che il regista Peter Jackson, l’anno dopo, ne ha tratto un film con Saoirse Ronan, Stanley Tucci, Mark Wahlberg e Rachel Weisz. E ha fatto conoscere anche il precedente Lucky, che ha venduto un milione di copie solo in quell’anno. Nelle sue memorie Sebold raccontava che la polizia aveva subito rinunciato a cercare il suo stupratore ed era stata lei a riconoscerlo per strada (dopo la violenza il ragazzo l’aveva salutata con un «È stato un piacere conoscerti, Alice. Ci vediamo in giro»). E l’aveva fatto arrestare. L’uomo, Anthony Broadwater, ha passato 16 anni in carcere.
La storia di Sebold è stata un successo letterario anche perché era una perfetta storia di resilienza. Poi, cinque anni fa, la svolta che ha cambiato tutto, proprio grazie al successo di Lucky. Un produttore esecutivo che stava lavorando per trasformare il libro in film si è accorto che qualcosa non tornava nelle indagini della polizia di Syracuse. E ha chiesto a un investigatore privato di indagare, scoprendo che Broadwater era stato vittima di un clamoroso errore giudiziario ed era innocente. Nel 2021, anni dopo che aveva finito di scontare la sua pena e dopo essere stato indicato come «aggressore sessuale» nei registri delle autorità per oltre vent’anni, la sua condanna è stata annullata perché viziata da gravi irregolarità: il riconoscimento dell’imputato era stato manipolato dagli investigatori e dalla procura, mentre una delle principali prove scientifiche usate contro di lui – l’analisi comparativa dei peli – era ormai considerata scientificamente inattendibile. Altre analisi, che avrebbero potuto scagionarlo (come quella del gruppo sanguigno), non erano neppure state fatte. Le prove contro di lui avrebbero dovuto subito essere considerate insufficienti, ma Broadwater è nero e nella sua condanna hanno pesato evidenti pregiudizi razziali. L’uomo in seguito ha ottenuto un risarcimento di 5,5 milioni di dollari dallo Stato di New York.
Sebold intanto, accusata di razzismo nonostante abbia immediatamente chiesto scusa a Broadwater, ne è uscita distrutta. La scrittrice aveva immaginato le conseguenze di uno stupro sui sopravvissuti, non aveva immaginato le conseguenze di un suo errore sulla vita di un innocente. Anche la vita di Broadwater, come la sua ma in modi diversi, era stata fatta a pezzi e travolta dal suo stupro. «Sono profondamente rammaricata per il fatto che gli sia stata rubata la vita che avrebbe potuto avere. Oggi la società americana comincia ad affrontare i problemi sistematici del nostro sistema giudiziario, in cui troppo spesso la giustizia a favore di qualcuno arriva a spese di un altro. Sfortunatamente non c’era neanche un’avvisaglia di questo dibattito, quando io denunciai il mio stupro nel 1981» ha scritto dopo la riabilitazione di Broadwater. «Sono forte abbastanza da sapere che è stata colpa del tribunale, non della vittima», ha commentato lui con molta generosità.
Adesso arriva un’ulteriore svolta. Dopo anni di indagini il giornalista di ProPublica Joaquin Sapien, che ha lavorato insieme autori di un documentario di Hbo sulla vicenda, ha rivelato che l’uomo che ha aggredito Sebold era uno stupratore seriale. E che a causa dell’inefficienza della polizia, ha continuato a colpire per anni. Violentando anche, verosimilmente, la coinquilina di Sebold nel loro appartamento, due anni dopo. «La coinquilina ha riferito di uno scambio di battute che lasciava intendere che il suo stupratore potesse aver già incontrato Sebold in passato. Dopo l’aggressione, ha cercato di convincerlo ad andarsene gridando che la sua coinquilina stava tornando a casa. L’aggressore ha risposto: “La conosco, abbiamo avuto una storia, abbiamo avuto una cosa in passato"» racconta ProPublica. La polizia però non ha mai collegato i due crimini.
L’indagine di ProPublica, basata su migliaia di pagine di documenti e decine di interviste, rivela che all’inizio degli anni Ottanta, non solo quello di Sebold, ma numerosi stupri avvenuti nei pressi della Syracuse University sono stati trattati con superficialità dalla polizia, che considerava i casi meno importanti di altri crimini. E che la stessa università avrebbe fatto pressione perché non se ne parlasse, per evitare una cattiva pubblicità. ProPublica ha ricostruito numerose aggressioni sessuali compiute con modalità molto simili a quella subita da Sebold: vittime giovani, attacchi notturni nei dintorni del campus, violenze particolarmente brutali. Secondo la loro ricostruzione, diversi elementi investigativi che avrebbero potuto collegare questi episodi non furono mai messi in relazione e le denunce vennero archiviate rapidamente invece di essere approfondite. In diversi casi, i detective hanno rinunciato quasi subito alle indagini, mentre alcuni documenti riportavano la dicitura «no press», a indicare la volontà di evitare che si sapesse delle violenze. L’inchiesta giornalistica indica anche un possibile colpevole, un rapinatore e stupratore seriale condannato nel 1985 per una serie di crimini con modalità simili, dopo che già era sfuggito alla polizia almeno una volta (all’epoca dell’aggressione nei confronti di Sebold era minorenne).
ProPublica racconta anche come le autorità (polizia e università) hanno iniziato a prendere sul serio l’epidemia di stupri a Syracuse solo dopo le denunce di vittime e media. Per anni pregiudizi misogini radicati hanno fatto sì che non venisse considerata né un’emergenza né una priorità. In modi diversi sia Sebold che Broadwater sono state vittime dei pregiudizi nel sistema poliziesco e giudiziario.
Ora che la verità è venuta a galla, non li ha liberati. Tutti e due provano una profonda vergogna per quello che è successo, nonostante siano delle vittime. Forse si incontreranno. «Sebold ha recentemente finito una lettera indirizzata a Broadwater – racconta ancora ProPublica —. Ha rifiutato di condividerne una copia, ma ne ha descritto il contenuto. È più personale e ponderata, ha affermato, rispetto alle scuse che aveva rilasciato subito dopo l’assoluzione, criticate perché ritenute poco convinte e che, secondo lei, erano state scritte in fretta. Sebold ha spiegato che la lettera riconosce la sua responsabilità nella condanna ingiusta di Broadwater e fornisce dettagli sulla sua vita recente, sul suo cane e sul Tao la filosofia cinese a cui ha iniziato ad affidarsi. La lettera descrive, ha detto, “il profondo dolore che provo per quanto è accaduto”. Le ci sono voluti quattro anni per comporre quelle tre pagine. “Non scriverò mai nulla di abbastanza buono”, ha detto la Sebold. È “probabilmente, nella mia mente, la cosa più importante che scriverò mai"».