Corriere della Sera, 7 luglio 2026
Intervista a Teresa Saponangelo
È stata premiata col David di Donatello e il Nastro d’Argento per aver interpretato il ruolo di madre, nel film di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio. Ha appena ricevuto un premio per gli 80 anni dei Nastri d’Argento e il premio Flaiano per la sua interpretazione teatrale di un altro ruolo di madre, Rosa Priore in Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo.
Se l’aspettava?
«No – risponde Teresa Saponangelo – perché è un testo che è stato interpretato da grandi attrici. Non sapevo se sarei riuscita a mantenere il livello degli importanti precedenti. Forse, con il Premio, mi hanno riconosciuto l’aver saputo personalizzare la figura di Rosa. L’ho interpretata come una piccola donna, dotata di carattere forte, ma anche tanto fragile».
A scuola era negata in matematica, era brava in italiano, scriveva bene i temi, ma si sentiva una schiappa a teatro: perché?
«I primi tempi provavo una grande insicurezza, non ero consapevole di quello che ero in grado di trasmettere al pubblico. I giovani attori di oggi li vedo più consapevoli, conoscono bene come funzionano i meccanismi per promuovere la propria professione. Ai miei tempi non l’avrei saputo fare, quindi il sentirmi una schiappa era dovuto più che altro al non sapere come inserirmi nella competizione».
Quando è diventata madre di suo figlio si è sentita mal giudicata perché ha continuato il lavoro di attrice?
«Ho cercato di fare bene entrambe le cose. La separazione tra me e mio marito (il regista David Emmer, ndr) è stata un’aggravante. Quando una donna lavora, se ha successo, è più colpevole; se è sfigata e disoccupata invece è una brava madre. Soprattutto ci sono ancora tanti pregiudizi nei confronti della nostra professione di attori».
Una madre giudicata male nella realtà, ma quando recita viene giudicata bene…
«Forse perché riesco a trasmettere tanto del mio vissuto. Nel film di Sorrentino, la mamma Maria è molto simile a Rosa Priore: Paolo conosceva il testo di Eduardo e secondo me qualcosa di quel testo è arrivato nel film. Una coincidenza fra teatro e cinema».
Lei si declina tra palcoscenico, grande e piccolo schermo. Dove si sente più a suo agio?
«A teatro: è un’esperienza collettiva e il personaggio si costruisce in progress. Nel cinema puoi bluffare, in palcoscenico no e devi stare in ottima forma. Mariangela Melato diceva: non devi essere solo bravo, devi essere in salute. Il teatro è faticoso come andare in palestra. Aggiungo che considero il mio mestiere politico: una presa di posizione nei confronti della vita».
Cioè?
«Mettere in scena un testo, significa trasmetterne i contenuti e a volte può essere una scelta forte… a proposito di politica teatrale, sarebbe arrivato il momento di dare più incarichi dirigenziali a figure femminili. Le quote rosa mi fanno orrore, ma noi donne dobbiamo avere il coraggio di sgomitare per avere ruoli manageriali, è ora di finirla con il rispetto reverenziale nei confronti degli uomini. Basta con la timidezza da bamboline ubbidienti: coalizziamoci, facciamo gruppo e otterremo ciò che meritiamo».