Corriere della Sera, 7 luglio 2026
Troppi poveri senza sostegni
Sono 2 milioni e 200 mila (8,4% del totale) le famiglie residenti in Italia in condizione di povertà assoluta, cioè impossibilitate a soddisfare bisogni primari quali il cibo o la casa. Il dato viene dall’ultima rilevazione Istat che quantifica anche il numero di persone coinvolte: 5 milioni e 700 mila (9.8%).
In questo quadro, il welfare riesce a contrastare una povertà che negli anni non accenna a diminuire, fornendo sostegni al reddito adeguati?
Il contributo più importante, l’Assegno di inclusione (Adi), viene corrisposto ai nuclei con reddito annuo massimo di 6500 euro, ma a condizione che in famiglia ci sia almeno un membro «non occupabile», cioè minorenni, over 60, oppure ancora persone con disabilità. Ebbene, secondo il monitoraggio Inps, nel mese di dicembre 2025 i nuclei familiari che hanno percepito l’assegno sono stati 647 mila, ovvero meno del 30% delle famiglie in povertà assoluta. Sempre a dicembre la cifra media erogata è stata di 697 euro per nucleo familiare.
Che dire invece dei single e delle famiglie «con occupabili», chi sta cioè nel limbo con figli maggiorenni e adulti sotto ai 60 anni? Potrebbero accedere al Supporto formazione lavoro (Sfl) ma, sempre secondo l’Inps, nel dicembre 2025 i beneficiari che hanno ricevuto il sussidio fisso di 350 euro (erogabile per un massimo di 12 mesi) sono stati pochissimi, almeno rispetto a quel 70% di poveri assoluti che non hanno potuto percepire l’Adi: 84.815, di cui il 63% donne.
«È inaccettabile che si possano sopportare quasi 6 milioni di persone in povertà assoluta e 11 milioni – commenta il Portavoce nazionale dell’Alleanza contro la povertà Antonio Russo – a rischio di diventarlo. Adi e Sfl stanno funzionando poco. Prendendo come misura di riferimento la platea che aveva usufruito del Reddito di cittadinanza, oggi l’Adi intercetta solo il 60% di quell’insieme di persone. L’inflazione, la guerra, gli stipendi fermi a qualche decennio fa, tutti insieme hanno spinto affinché si creasse un vero e proprio problema strutturale: la povertà non è più un fenomeno, si è strutturalizzata, a fronte di misure di sostegno che non sono diventate strutturali. E poi l’Sfl, che è un contributo che offre formazione per reimmettersi nel mercato del lavoro, non può essere qualcosa di applicabile nello stesso modo a Milano e a Reggio Calabria: non tutti hanno opportunità formative a portata di mano, non tutti sono in condizione di poter lavorare, Insomma, è uno strumento fallimentare».
Anche i dati Caritas appena pubblicati, forniscono tendenze preoccupanti. Aumentano gli anziani che si rivolgono all’organismo: in dieci anni il numero degli over 65 è aumentato del 191% a fronte di una crescita dell’utenza complessiva del 48%. Il problema abitativo si dilata: 24 mila le persone senza casa incontrate, poi c’è chi ha casa ma arranca su affitti e utenze».
«Il dato più preoccupante di tutti, però – sostiene Leonardo Becchetti, ordinario di Economia politica all’università di Roma Tor Vergata – è quello dei minori in povertà assoluta, pari a 1,28 milioni di individui. La povertà minorile produce effetti cumulativi: incide sulla salute, sull’alimentazione, sulle opportunità educative, sulla socialità, sulla possibilità di sviluppare competenze e quindi sulla mobilità sociale futura. I sostegni arrivano in modo insufficiente, frammentato e non sempre ai nuclei che ne avrebbero più bisogno. Il rischio è di proteggere alcune categorie formalmente riconosciute come fragili, ma di intercettare male altre situazioni: famiglie numerose e straniere, nuclei monoreddito, lavoratori poveri con figli, famiglie con affitti elevati. Occorre una strategia più integrata: trasferimenti monetari adeguati, servizi per l’infanzia, mensa scolastica, tempo pieno, politiche abitative e sostegno all’occupazione dei genitori, soprattutto delle madri».
Logica «a domanda»
Anche guardando agli assegni temporanei pensati non per chi è in povertà ma per chi ha perso il lavoro causa un licenziamento, sorgono problematiche. Le segnala l’ultimo report Inapp che indaga il sussidio Naspi per la disoccupazione: ad oggi lo percepiscono 1,8 milioni di persone. Anche qui, però, la platea potenziale dei percettori viene intercettata solo parzialmente: il 40% di chi ne avrebbe diritto non richiede il beneficio. La probabilità di non accedere alla prestazione cresce tra le persone con bassi livelli di istruzione ma ancor più tra i lavoratori stranieri: nel manifatturiero, a fronte di un tasso di non richiesta pari al 20% tra gli italiani, si arriva all’80% tra gli immigrati. «Sarebbe utile – spiega Becchetti – passare da una logica “a domanda” a una più proattiva: comunicazioni automatiche al lavoratore al momento della cessazione involontaria, maggiore coinvolgimento di patronati e centri per l’impiego e procedure multilingue e semplificate».