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 2026  luglio 07 Martedì calendario

Intervista a Hellen Mirren

Helen Mirren, l’attrice che ha più interpretato teste coronate al cinema, al Festival di Taormina, diretto da Tiziana Rocca, si pone all’ascolto con una grazia e una generosità che non ti aspetti, inclinando un po’ la testa, come un desiderio di concentrazione. Ama il Salento, dove ha una masseria, e farebbe un film con Checco Zalone. «Lo farei a occhi chiusi. Siamo diventati amici già prima del video La vacinada. A casa sua mi prepara un’ottima pizza. La prima volta che vidi un suo film, ridevo come una pazza senza capire una parola».
Partiamo dall’Oscar per «The Queen». Lei, dopo quel film, ha conosciuto Elisabetta II, ma il protocollo non prevedeva sue domande. Cosa le avrebbe chiesto?
Ci pensa su: «Le avrei chiesto com’è stato il momento in cui la corona, quella corona così pesante, nel 1953 è scesa sulla sua testa nell’Abbazia di Westminster, e la monarchia è scesa sulle sue spalle».
Il primo ricordo di «The Queen»?
«È legato al costume. Indossandolo, mi sentivo davvero come la regina d’Inghilterra. Sul set erano tutti increduli, mi avvicinavo, li rassicuravo, guardate che sono Helen».
Ma come andò l’incontro con la regina?
«Non credo di aver compreso nulla di lei come persona umana. Fu adorabile. Mi invitò a un tè, mi presentò agli altri ospiti, non disse una parola del film ma l’invito voleva dire che in qualche modo lo aveva apprezzato. Si parlò solo di cavalli, sua grande passione. È stata una donna che ha trascorso tutta la vita come regnante. Ed è successo quando era molto giovane. Elisabetta non poteva vivere nel privato. Ho interpretato anche Charlotte d’Inghilterra in La pazzia di Re Giorgio. Nel film c’è una battuta che dice: ogni giorno sorrido e saluto. È per questo che mi pagano. La stessa cosa è avvenuta per Elisabetta».
Si sentiva libera sul set?
«Ci volle coraggio da parte mia, quando tu fai una pazza o una ubriaca puoi prenderti tutte le libertà, con la regina avevo una gabbia che mi avvolgeva, i comportamenti, la gestualità, la postura».
Lei ha fatto anche Elisabetta I.
«Le due Elisabette sono diventate regine d’Inghilterra più o meno alla stessa età, poco più che ventenni, entrambe giovani donne. Elisabetta II era più preparata. Ma accettarono quel ruolo con una connessione emotiva e spirituale profonda. Credevano molto in Dio. I monarchi devono credere che Dio li ha messi lì, altrimenti l’intero concetto di monarchia crolla».
Lei è stata aggredita da uno squinternato antisionista.
«A novembre, il video non so per quale ragione è stato diffuso solo pochi mesi fa. Non ho capito com’è finito su Internet. Stavo passeggiando a Londra con mio marito. Era un uomo mentalmente instabile. Non credo c’entri Israele. Sono nata nel 1945, inevitabilmente il tempo mi riporta all’Olocausto. Ma questa guerra è una tragedia per la stessa Israele. Ah… ho interpretato Golda Meir, una donna totalmente dedita alla sua nazione, che per questo potrei paragonare a Elisabetta I».
Lei e Israele.
«Da giovane ho vissuto in un kibbutz col mio fidanzato di allora. Sono esperienze che ti rimangono dentro. Ma gli attori non sono animali politici. L’arte deve pensare ad altro, ad essere inclusiva; al malessere, all’amore, alla crudeltà, alla bellezza del mondo, che deve riflettere. Da attrice cerco di andare oltre la politica, di andare altrove. Forse mi sbaglio».
C’è una donna del nostro tempo che vorrebbe portare al cinema?
«La persona con cui mi piacerebbe sedermi e fare due chiacchiere è la filantropa americana Mackenzie Scott, ex moglie di Jeff Bezos. In tempi come questi, che possono essere spaventosi e deprimenti, quando guardi il mondo dei miliardari e il tipo di persone che sono, e il tipo di mondo in cui sembrano voler costringere tutti noi a vivere, il fatto che esistano persone come Mackenzie Scott, con quella generosità incredibile e naturale, ecco uscirei da quell’incontro con un’idea positiva sulla direzione che l’umanità potrebbe prendere in futuro».
Come furono i suoi inizi?
«Non volevo fare cinema, non mi sembrava interessante rispetto alla profondità delle storie e dei personaggi che si possono esplorare a teatro. Sono stata fortunata. Ho cominciato alla Royal Shakespeare Company, dove si tenevano spettacoli anche su altri autori, da Cechov a Gogol. Studiavo l’essere umano e la sua condizione attraverso il teatro».
Il cinema arrivò dopo.
«Servivo colazioni al bed&breakfast di mio zio. In un pomeriggio piovoso entrai in un piccolo cinema lì nei pressi dove proiettavano film europei. Quel giorno davano L’avventura di Antonioni. Voi in Italia avete una grande tradizione cinematografica di cui dovreste essere orgogliosi, avete influenzato il cinema nel mondo. Avete avuto Anna Magnani, la più grande attrice mai esistita».
Torniamo ad Antonioni.
«Allora… Al cinemino vidi la bella Monica Vitti, che non sapevo chi fosse. Antonioni mi permise di capire cosa può essere il cinema. Fino allora avevo visto solo noiose commedie inglesi. Quel film trasformò la mia comprensione. Decisi di far parte di quella cultura cinematografica».

Qual è il ruolo che più ha nel cuore?

«Tutti diventano come figli, alcuni si comportano male e portano disgrazie, altri sono grati e ti portano al successo. Ma direi The Queen. Non ho mai immaginato di poter vincere l’Oscar. Quando nominano il tuo nome… Ho avuto la sindrome dell’impostore. L’Oscar è un viaggio fatto di campagne promozionali, di feste, di proiezioni naturalmente. La corsa è lunga».
E il regista con cui non si è capita?
«Federico Fellini. I suoi primi film sono molto interessanti. All’estero nessuno parla sul set. In Italia è il contrario. Tutti urlavano sul set di Casanova, Fellini dirigeva ogni dettaglio nel vero senso della parola, guarda in alto, guarda in basso, voltati, sospira…Io non riuscivo a fare quella… quella performance. A un certo punto Fellini mi mandò via, sei inutile, mi disse. Non andò bene la mia esperienza con lui».
Cosa cerca in un copione?
«Quando ne ricevo uno vedo se la protagonista appare nell’ultima pagina. Se resta in vita, è un bel ruolo. La protagonista deve vivere fin dove vive la storia. Se scompare, rifiuto il film».
L’equità salariale?
«Tante attrici non l’hanno. Storicamente, il gap c’è sempre stato. Le scelte produttive partono al 90 per cento dagli uomini, sono loro a guidare il box office. È l’uomo che decide quale film vedrà lo spettatore. Oggi il pubblico maschile non è più interessato a Stallone ma a Checco Zalone, la scena è cambiata. Tanto tempo fa parlai di equità con Meryl Streep. Era incredula, perché devo essere pagata la metà di un attore. Però la situazione è migliorata per noi donne, stiamo prendendo il controllo delle nostre vite».
Il futuro delle sale?
«Scompariranno. La sala è un rituale, un cerimoniale. I ragazzi seguono i film sulle piattaforme o ancora di più sui cellulari, che sono il male assoluto. Io li odio, l’unico risvolto positivo è che si possono realizzare film con gli Iphone. Ero con mio marito al bar, c’era un gruppo di belle ragazze che bevevano champagne, le osservavo, non parlavano mai tra di loro, avevano la testa piegata sui cellulari. Mi sono detta, Dio mio, c’è il mondo che vi aspetta lì fuori».
Come ricorda Robert Redford, di cui in un film era sua moglie?
«L’ho sempre ammirato e ho pensato che se fosse stato inglese lo avrebbero fatto Lord, per il suo contributo al cinema indipendente, all’arte del cinema. Era una persona impegnata, elegante e iconica. E portava il suo status iconico con grazia e umorismo. Era sempre in ritardo. Il regista mi diceva, niente di personale, è fatto così».
Tinto Brass?
«Ho saputo che gli renderanno omaggio alla Mostra di Venezia, la città dov’è cresciuto. Un bel riscatto. Quando girai Caligola per lui, eravamo tutti nudi, il set sembrava un campo di nudisti. Sarei stata a disagio se fossi stata vestita».
In «L’inganno perfetto», lei è una vedova che si dà al dating. Cosa pensa di questo nuovo modo di trovarsi il fidanzato?
«Quando ho saputo per la prima volta degli incontri online, ho pensato che fosse una pratica mostruosa e anche incredibilmente pericolosa. La magia dell’amore e dell’attrazione sessuale sono due cose completamente diverse. L’attrazione può accadere solo in modo fisico, non attraverso la tecnologia, benché possa scattare online, ma è un mondo completamente diverso da quello in cui sono cresciuta io, dove ci si conosceva in pub affollati e fumosi».

Invecchiare è una fregatura?
«No, è bello. In età matura si perde e si guadagna: si perde la bellezza, si guadagna in esperienza. La parte migliore la vivi a 18 anni, quando il mondo è una scoperta continua, si scoprono il bene e il male e il potenziale che hai».