Corriere della Sera, 7 luglio 2026
Netanyahu contro la Corte Suprema
«Io esco, ma voi sapete che cosa dovete votare». Quando Bibi Netanyahu ha lasciato la riunione del governo, domenica, ha detto che lo faceva «per correttezza». Non voleva alimentare il sospetto – lui che è sotto processo per corruzione, frode e abuso d’ufficio – d’un conto da regolare coi giudici della Corte Suprema. Figurarsi: il conto è aperto da tre anni e tutti i ministri hanno finto di non saperlo, mentre un loro portaborse ammetteva in tv che, sì, era «giunto il momento di creare una crisi con l’Alta Corte». Netanyahu, dunque, s’è alzato dalla sua poltrona da premier. È uscito. Le porte si sono chiuse per votare la mozione. E in Israele s’è aperta quella che ora il leader dell’opposizione, Yair Lapid, definisce «la peggiore crisi costituzionale nella nostra storia».
Bibi contro i giudici, nuovo episodio. O forse l’ordalia finale, a quattro mesi dalle elezioni: per la prima volta, domenica sera, un governo israeliano ha deciso all’unanimità che non obbedirà a una decisione della Corte Suprema. La questione è apparentemente secondaria e riguarda le nomine, ritenute troppo «politiche», d’una specie di commissione di vigilanza tv. I giudici avevano di fatto bocciato le scelte governative, scatenando l’ira del ministro delle Comunicazioni: «La Corte non è la Knesset – aveva protestato Shlomo Karhi, un ultraortodosso –, e non ha l’autorità di cancellare un provvedimento solo perché lo trova scomodo». Di qui, il conflitto fra esecutivo e giudiziario, mai arrivato a simili livelli: «Questo è solo l’inizio – promette il ministro della Giustizia, Yariv Levin —. Apriremo la prossima legislatura con una crisi costituzionale sulle nomine giudiziarie». La clamorosa scelta della disobbedienza ha obbligato anche il capo dello Stato a intervenire, aprendo un nuovo scontro istituzionale: «Il mancato rispetto delle sentenze della Corte – ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog – è una linea rossa che non deve mai essere oltrepassata».
Di linee rosse, anche in tema di giustizia, Bibi ne ha già attraversate parecchie. Prima del 7 ottobre, quando le piazze israeliane si riempivano ogni sabato della protesta contro la riforma giudiziaria. E in questi anni di guerre, coi continui rinvii del processo a suo carico, ogni volta la stessa scusa: motivi di sicurezza. «Chi diavolo si crede di essere?», previde Bill Clinton trent’anni fa, quando incontrò Netanyahu. Molte risposte arrivano oggi dagli oppositori: «Questo è il crollo delle fondamenta della nostra democrazia. Il governo si è trasformato in un criminale» (Lapid). «Netanyahu alza le mani contro la democrazia per dividere l’opinione pubblica» (Gadi Eisenkot, il principale rivale di Bibi alle elezioni). «La mancata osservanza della sentenza della corte porterà all’anarchia nelle strade e alla dissoluzione dello Stato» (l’ex premier Naftali Bennett). «Il governo sa di non avere alcuna possibilità di vincere al voto e dichiara guerra allo stato di diritto, per poter rifiutare in autunno che la Corte dichiari i risultati elettorali» (Yair Golan, leader della sinistra).
Questo strappo è solo un test, scrive un editoriale di Yedioth Ahronot: «Negli ultimi tre anni, Netanyahu e la Corte si sono scontrati molte volte. S’è sempre minacciata la crisi costituzionale. Ma finora, il governo aveva sempre accettato le sentenze. Ora però è diverso: si vuole che i fallimenti del 7 ottobre non siano in agenda, nascondere il fatto che Netanyahu ha portato Israele al punto più basso della sua storia. Ne vedremo altri, di questi scontri». A Gaza c’è un medico palestinese, Hussam Abu Safiya, in fin di vita per le botte ricevute in carcere. Un’ong israeliana ha chiesto che venga rilasciato o almeno visitato. L’esercito ha detto di no. E anche stavolta, la Corte Suprema s’è messa in mezzo: entro oggi, Bibi risponda.