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 2026  luglio 07 Martedì calendario

Iran, musica e Corano contro i nemici interni

Nei salotti iraniani e nei canali Telegram dell’esilio, in questi giorni, scorrono in loop le immagini del «funerale del secolo». Non si commentano solo le folle oceaniche venute a salutare Ali Khamenei, si rallentano i video, si riascoltano gli audio. Si pesano i dettagli, che, quando si tratta della Repubblica islamica, dettagli non sono mai.
Uno di questi è la colonna sonora che accompagna le delegazioni mentre sfilano davanti alla bara del leader ucciso. Per ognuna, un versetto diverso del Corano, cantato dal muezzin di corte. Non una scelta casuale, ma una scaletta politica, spiegano gli esperti: a ogni Paese, a ogni gruppo di potere, un messaggio in codice. Quando davanti al feretro passa la famiglia Khomeini – i nipoti Hassan, Yasser e Ali con i figli – parte il versetto 95 della sura An-Nisa, «Le donne». Un passo che contrappone i credenti rimasti a casa a chi «si sforza nella causa di Dio con i suoi beni e la sua vita». Gli stanno dicendo: non avete combattuto con noi, in questi mesi di guerra non siete stati al fianco del Paese.
Lo storico iraniano Arash Azizi racconta che i Khomeini, in blocco, lasciano il palco subito dopo l’inizio della recitazione. Per qualcuno è la prova che si sono offesi. Per altri, solo una messa in scena confezionata dagli oltranzisti e dai media di Stato per denigrare un casato che oggi, nella base conservatrice, non scalda più i cuori.
Eppure, quel cognome è la radice di tutto. Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, negli ultimi giorni di vita – morì nel 1989 per un cancro – quando il compagno di lotta che poi diventerà presidente, Akbar Hashemi Rafsanjani, gli chiede «chi può davvero sostituirti?», risponde «Ali Khamenei», nonostante sia un chierico di medio rango, senza i requisiti formali per essere ayatollah.
A non piacere dei Khomeini jr, in particolare, è Hassan, il nipote più noto, bersaglio favorito degli intransigenti. Lo accusano di tradimento, lo sfottono per l’auto di lusso, lo dipingono come il religioso che pensa ai ricchi e dimentica i poveri.
Hassan, in realtà, paga il peccato di essere vicino al fronte «riformista». È un chierico di rango intermedio, un hojjatoleslam, amico degli ex presidenti Mohammad Khatami e Rafsanjani, aperto a un allentamento delle restrizioni sociali, critico verso l’intervento dei pasdaran in politica. Ha contestato la squalifica di massa dei candidati riformisti, messo in dubbio le elezioni del 2009, disertato l’insediamento di Ahmadinejad. Quando ha provato a candidarsi all’Assemblea degli esperti è stato bloccato dal Consiglio dei guardiani, ufficialmente per titoli religiosi insufficienti, in realtà per «eccesso di libertà».
Negli ultimi anni il suo nome è comparso più volte nelle liste dei possibili successori di Khamenei. Ma Hassan cammina su un crinale stretto: abbastanza «Khomeini» da parlare a una parte del clero, abbastanza «progressista» da risultare indigesto ai fondamentalisti. Per chi non supporta la Repubblica islamica pensa che sia «come tutti gli altri, solo con meno potere».