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 2026  luglio 07 Martedì calendario

IA e costi più bassi. Così le startup delle armi cambiano la guerra

Dalla fine degli anni 90 vettori come Ryanair, con servizi e prezzi ridotti all’osso, spiazzarono gloriose compagnie di bandiera come Alitalia o Sabena. Poi SpaceX di Elon Musk ha portato la stessa dinamica nei satelliti, garantendo i lanci al 15% dei costi di Lockheed Martin, Boeing o Ariane Espace. Ora qualcosa di simile sta accadendo nella difesa – fatta di colossi controllati o vicini ai governi – per mano delle nuove imprese nate e cresciute sullo sfondo della guerra in Ucraina.
La sorpresa
È in atto qualcosa di imprevisto. Dai recenti massimi, grandi gruppi come l’italiana Leonardo, la tedesca Rheinmetall, la francese Thalès, la svedese Saab e la britannica Bae Systems hanno perso in borsa circa ottanta miliardi di euro. Ognuno dei gruppi europei della difesa ha le proprie vicende, i massimi sono stati raggiunti in momenti un po’ diversi e comunque tutti i titoli erano saliti molto nell’ultimo anno e mezzo: dall’inizio del 2025 a poco più di un anno dopo, l’indice Stoxx Europe Targeted Defense era cresciuto del 160%; una correzione era fisiologica.
Eppure sta accadendo qualcosa di nuovo, da quando i governi europei della Nato hanno deciso di spendere almeno il 3,5% del prodotto lordo nelle forze armate. L’economia della difesa ha iniziato a cambiare. In Europa nord-orientale, ma anche nella penisola iberica, sta prendendo piede una nuova generazione di sfidanti. Sono imprese cresciute negli ultimissimi anni, spesso già «unicorni» da almeno un miliardo di dollari di valore o destinate a diventarlo presto. Hanno tutte caratteristiche comuni: vivono per rifornire Kiev, sviluppano i loro prodotti in base a un continuo scambio di dati e feedback con chi combatte in Ucraina, si basano sull’intelligenza artificiale e lavorano su tempi di consegna e costi pari anche a un decimo o meno rispetto ai vecchi campioni europei.
I principali nuovi entrati sono le tedesche Helsing (sistemi di puntamento) e Quantum Systems (droni autonomi), l’ucraina Fire Point che produce missili in Danimarca condividendo lì il proprio know-how, la polacca Locstat (droni kamikaze), la portoghese Tekever (droni di sorveglianza), la società di missili e sistemi autonomi a medio-lungo raggio Destinus (fra Olanda, Germania e Spagna), l’estone Frankenburg (intercettori antidroni), la danese BlueShadow (fa tra l’altro vascelli autonomi) e l’ucraina F-Drones.
Il caso Italia
L’Ucraina segna una discontinuità nell’arte della guerra che sta portando una svolta industriale. Avere l’opzione di un missile meno sofisticato ma efficace da 100 mila euro, pronto in pochi mesi, rimette in discussione il senso dei missili da uno o due milioni dei vecchi campioni europei, pronti tra qualche anno. Le due categorie di imprese potranno coesistere e anche cooperare, certo. Ma non è vero che la difesa deve per forza distruggere i bilanci dei governi. Quanto all’Italia, non resta che chiedersi perché sembri restare per adesso ai margini di questa ondata di innovazione e dinamismo tecnologico in Europa. La tutela dei vecchi interessi costituiti, non solo nel nostro Paese, è sempre stata dura da scalfire.