Corriere della Sera, 7 luglio 2026
La linea di Meloni per il vertice concordata con Erdogan
Tre giorni fa aveva chiamato il presidente turco, non solo per parlare dei lavori del vertice. Come cerimoniere del summit e padrone di casa a Erdogan Meloni aveva chiesto di organizzare le varie sessioni nel modo più tecnico possibile. Del resto i tempi delle riunione annuale della Nato sono già stati ridotti all’osso dai turchi, anche per evitare che l’occasione diventi l’ennesimo palcoscenico di scontro fra Trump e gli alleati europei accusati di non fare abbastanza.
Erdogan è grande amico di Trump, ma ha ottimi rapporti con Giorgia Meloni. Eppure non sono passate nemmeno 24 ore e l’inquilino della Casa Bianca ha lanciato l’ennesima bordata via social, questa volta anche con una sorta di velata denigrazione misogina. Ci vorranno accortezze di protocollo più rigide del solito per evitare incontri imbarazzanti.
Giorgia Meloni ieri ha fatto un rapido giro di telefonate dentro il governo, con i ministri più vicini a lei, ed è stata ribadita la correttezza della linea annunciata quando lei stessa replicò dopo il G7: «Non ci saranno più risposte». Confezionarne un’altra sarebbe come darla vinta a chi ha voglia solo di litigare, e tale è rimasta la linea anche quando poco dopo l’ora di pranzo Meloni è arrivata nel suo ufficio a Palazzo Chigi.
Meloni però ha parlato anche con autorevoli esponenti dello staff dello stesso Donald Trump. Il suo rapporto con il genero, il marito di Ivanka, Jared Kushner, è tanto riservato quanto rodato. Esiste una consuetudine al confronto, che va avanti da parecchio tempo. E sembra che nelle ultime ore, prima o poco dopo il meme sessista che le ha rivolto il suocero di Jared conta il giusto, i contatti fra i due si siano rinnovati e abbiano avuto modo di chiarire alcune cose, e anche di constatare che persino nello staff della Casa Bianca c’è molta irritazione per l’ultima uscita del presidente.
Ma più di spiegare le dinamiche, ricostruire la genesi di un rapporto personale andato in tilt (sembra che Trump si sia legato al dito il video del G7 in cui Meloni sembra spiegargli alcune cose con l’indice puntato verso di lui), c’è poco altro da fare. Anche perché il presidente americano passa buona parte del suo tempo a leggere sia i commenti italiani che quelli americani sui post che riguardano i suoi recenti scambi con Meloni durante il G7 in Francia, nel resort di Evian. Commenti che alimentano una frattura personale e non politica, e sulla quale esistono margini quasi nulli di riparazione.
Emerge un altro dettaglio cruciale, questo arrivato in seno al governo italiano direttamente dallo staff di Trump: la questione è diventata ancora più personale proprio quando Meloni ha deciso di rispondere con un video (quello in cui rivendicava che «gli italiani e io stessa non imploriamo mai») alle frasi di irrisione ricevute dopo il G7. Lui stesso se n’è lamentato: ha messo nel mirino tanti europei, da Macron a Merz, ma ha considerato un affronto il fatto che l’unica ad avergli risposto sia stata la premier.
A caldo, a Palazzo Chigi, fra chi parteciperà oggi al vertice Nato, e arriverà insieme a Meloni, ieri filtrava anche la tentazione della premier di disertare una parte della cena. Non andare, o forse arrivare tardi. Le voci sono le più disparate, e del resto è probabile che Meloni deciderà soltanto all’ultimo minuto, anche se ogni tipo di cambiamento rispetto al protocollo, ai suoi orari, e alle scadenze del programma, farebbero il gioco del presidente americano. C’è la certezza che Meloni non sarà al tavolo di Trump, visto che il protocollo ha optato per tanti tavoli diversi, per almeno una quarantina di ospiti.
«Non sarà gelida, di più», dicono sottovoce nel suo staff, e conoscendo il carattere di Meloni non viene difficile crederlo. È probabile che sfrutterà il vertice per concentrarsi sugli obiettivi italiani, quelli di definire nero su bianco, come nella dichiarazione finale, una postura della Nato che presidi anche il fianco Sud dell’Europa e non solo quello orientale, e che si concentri anche nella protezione delle infrastrutture strategiche degli Stati membri, che ormai sono asset paragonabili a quelli militari. Come contropartita, porterebbe il piano per aumentare in tre anni le spese per la difesa sino al 3,5% del Pil.