Il Messaggero, 6 luglio 2026
Intervista a Raffaele Curi
Quando un fatto, una storia, una vita, è fuori da qualsiasi regola o tran-tran, la battuta – quasi inevitabile – prima o poi arriva: sembra un film. Nel caso della vita di Raffaele Curi – attore, direttore artistico e fomentatore culturale non basterebbe: ci vorrebbero una serie, una piece teatrale, un balletto... Curi inseguendo la bellezza ha fatto di tutto. Nato ad Ancona, 78 anni fa, si è iscritto a Medicina ma si è laureato in Lettere, ha frequentato l’Accademia drammatica a Roma, adesso è il direttore della Fondazione Alda Fendi Esperimenti, a Roma, e a ha recitato per la prima volta in un film di Vittorio De Sica (Il giardino dei Finzi Contini), ha continuato con Federico Fellini (Casanova), Pupi Avati, Luigi Comencini e tanti altri, ha conosciuto Greta Garbo, Carlo III, Rudolf Nureyev ed Andy Warhol, per due anni è stato l’assistente del geniale surrealista Man Ray, e per sedici il braccio destro di Gian Carlo Menotti al Festival dei due mondi di Spoleto. Partiamo proprio da qui, visto che in questi giorni è iniziata il 26 giugno, terminerà il 12 luglio – è in corso la 69esima edizione.
È stato al Festival?
«Sì. È finito il periodo, terribile, della damnatio memoriae. Quelli che hanno gestito il Festival fino all’anno scorso hanno fatto di tutto per dimenticare Menotti, il fondatore e l’artefice assoluto del successo internazionale del Due Mondi».
Sicuro?
«Certo. Quelli che sono venuti dopo la sua morte nel 2007, mediocri e insicuri, temevano il confronto con il suo talento. Adesso il nuovo direttore artistico, Daniele Cipriani, non ha avuto paura del mito e per l’inaugurazione ha scelto l’opera Vanessa di Samuel Barber, su libretto di Menotti stesso. Quando mi ha invitato, gli ho subito detto che rappresentavo lui e il suo mondo, non gli conveniva. Mi ha risposto: “Con te ci sarà anche il Maestro. Ed è quello che voglio”. Gli ho detto subito di sì. Spero che grazie a lui, così giovane (Cipriani ha 48 anni, ndr) e coraggioso, Spoleto possa tornare il Festival magnifico che è sempre stato».
Lei iniziò a lavorare con Menotti nel 1983: come vi incontraste? La chiamò lui?
«Io sono un self made man, nessuno mi ha mai chiamato. Lo aspettai io sotto il suo studio per ore: volevo lavorare con lui a tutti i costi. Ero stato a Spoleto con lo spettacolo La libertà di Brema di Rainer W. Fassbinder e mi innamorai del Festival e dell’atmosfera magica che si respirava. C’erano i talenti e i cervelli migliori di mezzo mondo, la mondanità più frizzante ed esclusiva. Ogni giorno succedeva qualcosa. Menotti però non voleva saperne di me. “Continui a fare l’attore”, mi disse».
Come cambiò idea?
Lo convinsi dicendo che gli avrei portato cento milioni da parte di uno sponsor. Un azzardo puro. Un bluff. Tornai a casa nelle Marche, però, e incontrai degli amici che avevano una fabbrica di poltrone. Li convinsi a investire e da lì partì il nostro meraviglioso sodalizio. Menotti era un genio, snob e molto divertente. Conosceva tutti: dalla duchessa di Hamilton a Carlo III d’Inghilterra, Rudolf Nureyev e via dicendo. Tutti volevano venire a Spoleto».
Come iniziò a recitare?
«Io sono nato ad Ancona, ma cresciuto in provincia, a Potenza Picena, e ho studiato dai Salesiani a Macerata. Mio padre morì quando avevo 16 anni e dopo il diploma mia madre mi fece iscrivere a Medicina, a Perugia: un nostro zio aveva una clinica e dopo la laurea avrei subito lavorato lì. A me, però, l’idea non piaceva e così di nascosto feci l’esame per l’Accademia d’arte drammatica di Roma. Mi presero e quando lo confessai a mia madre, le promisi che mi sarei laureato in Lettere. Accettò. Dopo tre giorni dall’inizio dei corsi a Roma, una signora all’uscita mi fermò per dirmi che avrei dovuto assolutamente fare un provino per il nuovo film di Vittorio De Sica. Era Luisa Alessandri, la sua mitica aiuto regista. Io accettai. E De Sica, mi prese subito come protagonista del suo Il giardino dei Finzi Contini. Era il 1971, il film vinse l’Oscar nel 1972».
Lei però quel film non lo girò da protagonista.
«Esatto. De Sica, dopo aver annunciato pubblicamente che sarei stato io il protagonista di quel lavoro, un mese dopo fu costretto a dare il ruolo a Lino Capolicchio. Mi disse che glielo aveva imposto la Titanus: “Ci sono cose che anche uno come me non può fare, mi dispiace"».
E lei?
«"Va bene. Mi faccia fare un’altra parte”. Diventai Ernesto, il più piccolo della compagnia di ragazzi. Prima della brutta notizia, però, baciai per settimane le ragazze che lui fingeva di provinare».
Perché fingeva?
«Voleva Dominique Sanda a tutti i costi, ma lei era impegnata e, per prendere tempo con la produzione, faceva credere di cercare un’altra protagonista. Così baciai Charlotte Rampling, Julie Christie, Barbara Bouchet... Un giorno venne Patty Pravo, bellissima e misteriosa, di grandissimo fascino. De Sica stava quasi per cambiare idea, ma non era proprio capace».
Dopo quello straordinario successo cosa fece?
«Firmai un contratto per la Metro Goldwin Mayer. Volevano lanciarmi come star internazionale e mi fecero girare un giallo da protagonista, La muerte incierta, che fu un flop: ebbe successo solo in Messico».
E gli studi all’Accademia?
«Li feci quasi tutti, ma senza diplomarmi. Dicono che porti jella».
È vero che per recitare con Fellini in “Casanova” si fece raccomandare da una maga del suo paese?
«Sì, dalla celebre sensitiva Pasqualina Pezzola di Civitanova Marche, che Fellini consultava sempre e in cui credeva ciecamente. A lei, che conoscevo da una vita, chiesi di dire al Maestro di prendermi nel suo nuovo film. Lei lo fece e così Federico, che detestava le raccomandazioni, mi ingaggiò. Poi, per farmela pagare, dopo aver rotto un costume con uno spadino e aver detto male una battuta, mi disse di mettermi a contare. Per un attore la peggior umiliazione: mi avrebbe fatto doppiare».
E poi?
«Niente. Dopo tanti filmetti di Serie B, lo ammetto, misi a fuoco che a me piaceva molto di più stare dietro le quinte: dirigere, inventare e costruire progetti, lavorare di fantasia senza limiti. Sfruttando la mia passione per l’arte riuscii a diventare l’assistente di Man Ray, il genio del surrealismo».
Come?
«Nel 1975 era a Roma per preparare una sua grande mostra in città e prima dell’allestimento voleva girare dei microfilm di mezzo minuto per i quali cercava attori. Mi presentai al Grand Hotel e lo trovai con Luis Buñuel, che avrebbe ripreso tutto. Fu gelido e velocissimo. Girammo e dopo poco mi liquidò. La persona della produzione mi disse che mi avrebbero pagato quattro milioni di lire, tantissimo, ma io rifiutai dicendo che avrei dovuto io pagare lui per aver avuto un onore così grande. Tempo di arrivare in strada e mi chiamò lui, Man Ray».
Cosa le disse?
«"Perché non li ha presi? Vediamoci a cena”. Ci vedemmo. E da allora per due anni lo seguii ovunque. Era un pazzo furioso e geniale, simpaticissimo. Con lui si beveva, si faceva tardi, si rideva sempre. Del nostro gruppo faceva parte anche la pittrice Carol Rama, bravissima ma bruttina. Una sera alla Parolaccia di Roma si divertì come un pazzo a sentire i camerieri che le urlavano “Befanaccia”. Una volta De Chirico gli regalò un’acquaforte. Lui lo detestava, così lo accartocciò, e mi disse di buttarlo subito».
E lei, lo fece?
«Per niente. Scendendo dalla sua stanza d’albergo, lo appallottolai e lo consegnai al portiere alla reception. Passai a riprenderlo dopo».
E cosa ci fece?
«È a casa mia».
È vero che una sera a Roma fumò olio di hashish con i Pink Floyd?
«Sì, non mi ero mai drogato prima. Andai a casa del mio amico Vanni Leopardi, pronipote di Giacomo. Lui li conosceva, erano di passaggio a Roma, e a un certo punto iniziarono a fumare. Provai anch’io. Loro si addormentarono tutti, io cominciai a stare malissimo. Non potevo saperlo, ma l’olio è una delle cose più forti... Mai più fatta una cosa del genere».
La cosa che le è venuta meglio?
«Gli spettacoli di questi anni per la Fondazione Alda Fendi Esperimenti. Esperienza meravigliosa che non finirà di sorprendere: a Palazzo Rhinoceros dal 15 luglio a fine ottobre, a Roma, ci sarà la mia installazione Solo le cose fragili resistono in eterno. E quest’autunno stiamo organizzando una sorpresa con la più grande artista contemporanea del mondo. Ma non posso dirle ancora il nome».
Ci provo io: Marina Abramovich?
«No comment, non scherziamo».