il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2026
I mega-debiti del Sud globale. Esplodono quelli privati
Negli ultimi 15 anni il debito pubblico dei Paesi del Sud globale è quadruplicato, raggiungendo i 32.200 miliardi di dollari, gran parte dei quali detenuti da creditori e istituzioni finanziarie del Nord del mondo. Secondo l’ultimo International Debt Report, tra il 2022 e il 2024 questi Paesi hanno pagato 741 miliardi di dollari in più per il servizio del debito rispetto a quanto ricevuto in nuovi finanziamenti: il divario più ampio da cinquant’anni. In Sudafrica, per dire, circa il 22% delle entrate fiscali viene assorbito dal pagamento degli interessi, il doppio di quel che va a scuole e ospedali.
La subordinazione finanziaria del Sud globale – fatta di tassi d’interesse elevati e della costante minaccia di fuga dei capitali – procede di pari passo con l’esplosione del debito privato. In molti paesi quest’ultimo è raddoppiato in un decennio. In Brasile oltre l’80% della popolazione adulta è indebitata. Lungi dall’essere un effetto indesiderato della nostra economia, il debito delle fasce più vulnerabili della popolazione è uno dei principali meccanismi attraverso cui vengono assicurati record storici ai profitti finanziari. “Chi garantisce oggi i profitti delle banche?”, s’è chiesta Lena Lavinas durante una conversazione per il canale YouTube di FREE – Forum for Real Economic Emancipation: “I poveri. In Brasile il 72% dei redditi da interessi delle banche proviene dalle famiglie più povere”. Lavinas, tra le maggiori studiose della finanziarizzazione del welfare, insegna Economia del Welfare all’Università di Rio de Janeiro. Abbiamo parlato del ruolo cruciale dello Stato nel proteggere l’estrazione finanziaria che oggi domina l’economia: i meccanismi più evidenti sono i tagli alla spesa sociale e le privatizzazioni, spesso imposti dalle istituzioni economiche internazionali, ma i modi più interessanti sono quelli meno visibili, a cominciare dalle politiche sociali.
Oggi oltre la metà della spesa sociale nei paesi del Sud globale assume la forma di trasferimenti monetari diretti, in Brasile oltre i due terzi: “C’è un processo di bancarizzazione, chiamato ‘inclusione finanziaria’. Le persone entrano nel sistema bancario e iniziano a contrarre prestiti per soddisfare i bisogni fondamentali. È un progetto preciso. L’obiettivo è la completa monetizzazione”, spiega Lavinas. Questo è il punto: se lo Stato garantisse direttamente servizi pubblici non mercificati, creerebbe spazi di autonomia rispetto al mercato. Molto più funzionale alla nostra logica economica è invece erogare la politica sociale attraverso i cash transfers. Così, soprattutto nelle economie in cui informalità e sussistenza sono ancora diffuse, diventa una vera infrastruttura dell’accumulazione finanziaria: “All’inizio degli anni 90 la Banca Mondiale era contraria ai trasferimenti monetari ai poveri, sosteneva che non sapessero spendere il denaro. Oggi invece, col Fondo monetario internazionale, ne è tra i principali promotori proprio perché viviamo in economie di mercato”.
Non per sottrarre le persone al mercato, dunque, ma per garantire che non ne escano. Il sostegno al reddito svolge però anche un’altra funzione: diventa collaterale. Prestare denaro a famiglie povere è rischioso, ma un trasferimento pubblico regolare riduce il rischio di insolvenza. Il welfare finisce così per garantire il credito privato e lo Stato diventa un potente strumento di de-risking dell’accumulazione finanziaria.
“Quando il beneficiario di un trasferimento sociale riceve questo reddito e va in banca a chiedere un prestito, deve accettare che il rimborso venga prelevato direttamente da quel trasferimento”. Perfino questa forma di credito “garantito” comporta in Brasile tassi d’interesse tra il 28 e il 35% annuo. In appena due decenni, il Brasile è passato da una società con un accesso minimo al credito a una in cui il rinnovo continuo del debito è diventato obbligatorio per la sopravvivenza.
Le contraddizioni emergono rapidamente. Dopo la grande ondata di “inclusione finanziaria” dei primi Duemila, arriva quella dei default. A partire dal 2021, per difendere la moneta e contenere la fuga di capitali, la Banca centrale brasiliana porta il tasso di riferimento dal 2 al 13,75% in diciotto mesi, il servizio del debito arriva a sfiorare il 30% del reddito disponibile delle famiglie. Nel 2023 Serasa Experian conta 71,5 milioni di insolventi e la Banca centrale stima che circa la metà di chi ha un conto corrente si trovi in una situazione critica di sovra-indebitamento. È qui che lo Stato interviene non per eliminare i debiti, ma per garantire la continuità del rapporto tra creditore e debitore.
Con”Desenrola Brasil”, lanciato nel 2023 e rilanciato nel 2026, il governo Lula interviene per rinegoziare milioni di debiti inadempienti insieme all’associazione delle banche (Febrabam). Introduce anche un tetto agli interessi sul credito revolving, che nel 2023 avevano superato il 430% annuo. L’obiettivo, tuttavia, non è ridurre l’indebitamento delle famiglie, ma riportare nel mercato del credito milioni di persone che avevano smesso di pagare. Come spiega Lavinas, l’idea era “ripulire il nome” dei debitori affinché potessero tornare a chiedere nuovi prestiti. Per i redditi più bassi lo Stato garantisce i debiti assorbendo il rischio di nuovi default e socializzando le potenziali perdite: la rinegoziazione avviene a tassi fino all’1,99% al mese, il 26,68% annuo (con l’inflazione annua al 4,5% circa), assicurando margini di profitto elevati garantiti dallo Stato.
Condivisione dei dati, sussidi usati come collaterale, garanzie pubbliche a copertura delle insolvenze: sono alcuni meccanismi con cui lo Stato protegge l’accumulazione con risorse pubbliche. In Brasile circa il 55% delle entrate pubbliche deriva oggi da imposte indirette sui consumi: sono dunque soprattutto lavoratori e famiglie a finanziare uno Stato che contribuisce a garantire la redditività del capitale finanziario. Il caso brasiliano è esemplare, ma a queste dinamiche non scampano nemmeno i cittadini del nord globale.