La Stampa, 6 luglio 2026
Pat Metheny analizza la sua concezione della musica
Restringere la musica di Pat Metheny in una definizione è operazione impervia, anche se qualcuno ha provato ad appioppargli la fusion, formula generica e buona per molte stagioni che lui stesso si affretta ad allontanare da sé: «Non so da dove sia uscito questo termine e non conosco musicisti che l’abbiano usato. Sembra provenga dai critici o dal pubblico, ma non è mai stata una parola che abbia avuto significato per me e la mia musica». Il jazzista americano, principe del virtuosismo chitarristico, è in tournée in Italia: oggi suona a Pompei, domani a Giulianova Lido, l’8 luglio a La Spezia al Festival internazionale del jazz e il 9 a Milano. In questa intervista, racconta la sua sperimentazione con l’intelligenza artificiale mentre, sul piano dell’impegno civile degli artisti, condivide le posizioni di Bruce Springsteen.
Nel suo ultimo album Side-Eye III+, è rintracciabile un forte influsso della musica latino-americana, è d’accordo?
«È molto difficile per me quantificare qualsiasi genere o qualificazione. Penso che se si guarda alla musica del cosiddetto Nuovo mondo – Nord e Sud America – ci siano così tante sovrapposizioni in termini di armonia, ritmo, spirito, anima e storia, che sia difficile dire: ok, questo è americano, questo portoricano, questo brasiliano o argentino».
Quindi come funziona nel suo disco?
«Ci sono varie combinazioni di elementi che hanno forti connessioni con l’Africa, ma anche con l’armonia occidentale. I vari livelli, proporzioni e gradi di ognuno di questi elementi sono significativi, ma è sempre stato naturale, per i musicisti che fanno improvvisazione, avere a che fare con tutte queste aree: perché è così che intendiamo il groove su larga scala, in particolare per le sue origini africane. In questo senso, sì, il mio ultimo disco ha un bel mucchio di tutte queste cose, ma direi che ogni mio disco ce l’ha».
Come lavora quando compone? Qual è il suo metodo?
«Il mio lavoro principale negli anni è stato quello di band leader, che però scrive il 90 per cento della musica che presentiamo sul palco. Così quando scrivo qualcosa penso già a come sarà lavorarci su una volta che lo suoneremo dal vivo. Ma prima di arrivare a questo punto mi chiedo: è veramente qualcosa che mi piacerebbe suonare per due-trecento notti? Il contenuto musicale deve soddisfarmi come ascoltatore e così il processo di scrittura è il più sfidante per me, perché devo raggiungere standard molto alti che ho stabilito per me stesso. Scrivo musica tutto il tempo ed è molto difficile per un brano superare le critiche cui lo sottopongo...».
Chi sono i grandi musicisti che considera suoi maestri?
«Ho avuto la fortuna di suonare lungo cinquant’anni con quasi tutti i miei musicisti preferiti e molti di loro li considero come i più grandi di tutti i tempi. Qualche nome che mi viene in mente: Ornette Coleman, Gary Burton, Steve Swallow, Paul Bley, Jack DeJohnette, Charlie Haden e, fra i miei contemporanei, Jaco Pastorius. Ognuno di loro ha un suono, uno spirito, un significato o un’aura che lo rende unico».
C’è un genere che preferisce più di altri?
«Non capisco davvero il significato di genere. Per me, la musica è un’unica, grande cosa. Né capisco cosa intendano quando parlano di differenze fra alt-rock e hard rock come generi diversi da qualsiasi altra cosa si trovi nell’area della musica pop. E quando penso a Ravel, la mia mente va subito a Herbie Hancock. Non vedo cosa separi le varie correnti musicali l’una dall’altra».
Parliamo di tecnologia, che parte ha nella sua musica?
«Spesso scherzo dicendo che il mio primo gesto musicale è stato collegare la chitarra all’amplificatore. È un mondo in cui sono cresciuto e per me è molto naturale considerare tutti gli straordinari progressi nella tecnologia degli strumenti musicali come qualcosa che li ha resi “miei strumenti”. Sono ancora molto coinvolto in questi processi, li uso come mezzi per esplorare nuovi territori, ci sono molte possibilità interessanti per i musicisti».
Lei usa l’intelligenza artificiale? I musicisti non dovrebbero temerla?
«Per me è solo un altro attrezzo e ci sono molto dentro. Ho passato parecchio tempo cercando di comprenderla e padroneggiarla e trovo che sia una componente molto valida nel pensare la musica. Abbiamo un nuovo strumento che può darci una finestra su altre aree cui non abbiamo ancora pensato, può essere utile, ma non è un sostituto nella comprensione delle cose e non lo sarà mai».
Lei fa moltissimi concerti, come descrive il suo rapporto con il pubblico?
«Cerco di avere molto rispetto per le persone che vengono a vedermi, ma quando la musica comincia, è qualcosa fra me e lei. Ho sempre sentito la musica come qualcosa che esiste al di là del nostro senso quotidiano di tempo e spazio».
Ai tempi di This is not America ha collaborato con David Bowie, che ricordo ne ha?
«Era un grande, fu un’esperienza fantastica, e lui una delle persone più straordinarie con cui abbia avuto a che fare».
Pensa sia giusto che un artista prenda posizione pubblicamente in politica, come fa Springsteen?
«Assolutamente sì. E non potrei essere più d’accordo con ogni cosa che Bruce Springsteen dice a ogni suo concerto».