La Stampa, 6 luglio 2026
La rivolta silenziosa delle donne siriane
Ad Aleppo l’appuntamento è alle quattro di pomeriggio nel quartiere armeno, luogo tollerante per definizione, discreto per vocazione. All’esterno nulla lascia pensare che ci sia un incontro, bisogna entrare in un palazzetto dalla pietra chiara, per trovare un cartellone che annuncia una riunione su sviluppo sostenibile e giustizia, una formula volutamente vaga per non attirare l’attenzione. In realtà oggi qui si discute di donne, dei loro diritti, i pochi che ci sono e quelli da conquistare. Le partecipanti sono una trentina, alcune di Aleppo, molte altre vengono da fuori. Ci sono madri, nonne, zie, nipoti, musulmane, cristiane, sedute insieme intorno a un tavolo. Dai tempi della via della Seta, per secoli, Aleppo è stato un crocevia di religioni e culture in grado di convivere pacificamente. I quindici anni di guerra civile hanno spezzato questo equilibrio, le donne provano a riannodarlo in questi incontri.
Nessuna in Siria rimpiange Bashir al-Assad, il dittatore fuggito a Mosca l’8 dicembre di due anni fa. Ma nessuna si fa troppe illusioni su Ahmed al-Sharaa, il nuovo presidente, che durante la guerra agiva come capo di al-Nusra, il braccio di al-Qaeda in Siria. Il nuovo governo ha preso le distanze dal terrorismo del passato ma ha impresso una brusca sterzata al Paese in nome di un Islam di stampo conservatore che, ovunque sia andato al potere, alle donne finora ha portato soltanto segregazione, limiti, diritti cancellati.
Per questo motivo, senza troppo clamore, le siriane hanno iniziato a dare vita a cellule di resistenza e di informazione destinate a spargere semi di autoconsapevolezza e di ribellione. «Dobbiamo unirci e avere un’unica voce altrimenti ci troveremo chiuse in casa», avverte Khawla Dunia. E poi: «Vi ricordate di Giulia Domna e dell’imperatrice Zenobia?» In Siria le due donne fanno parte della storia, sono esempi di siriane che hanno conquistato il potere e lo hanno esercitato ai tempi dell’impero romano, sfidando pregiudizi, maldicenze, veleni. Anche Khawla sorride: «Se ci sono riuscite loro possiamo riuscirci anche noi».
Ufficialmente in Siria il governo è a tempo, sarà in carica finché non verrà scritta la Costituzione. In questa fase di transizione dai contorni dilatati, opachi, che nessuno sa se finirà mai, le siriane hanno deciso di infilarsi anche se nessuno le ha invitate. «Le premesse non sono incoraggianti: nel governo c’è una sola donna su 25 ministri e in Parlamento ci sono meno donne di quante ce n’erano sotto Assad. È necessario creare una rete con la società civile e combattere insieme per invertire questa tendenza», spiega Joumana Seif, figlia di Riad Seif, eroe della resistenza contro il regime di Assad, che ha seguito le orme del padre. Allo scoppio della guerra ha lasciato la Siria, ha trovato asilo in Germania e ha continuato a lavorare da lì per le donne del suo Paese. Dopo la caduta di Assad è tornata. «Qui manca tutto, ma è in Siria che si lotta per la Siria», spiega. Anche Khawla Dunia è tornata in Siria dopo molti anni all’estero. «Quando ero fuori mantenevo i contatti con le donne rimaste in Siria. Parlavo tanto con loro, ma erano parole mediate attraverso uno schermo. Quando Assad è caduto mi sono detta che esiste una sola forma di lotta che può funzionare: quella che mi permette di guardare le donne negli occhi». Da quando è tornata non ha mai smesso di girare la Siria, di incontrare le donne, di lavorare alla rete da costruire. «Le riunioni comprendono attività di formazione per discutere di leggi e di diritti, ma poi ci parliamo, ci raccontiamo le nostre vite, ci conosciamo, ci comprendiamo. È il modo migliore per capire quali sono i problemi. Quello che non è sempre chiaro a chi non è di qui, è che esistono tante Sirie, ognuna con questioni specifiche da affrontare. Le donne di Tartus vivono in modo diverso da quelle di Aleppo o da quelle di Masyaf. Chi abita in campagna deve affrontare difficoltà diverse da chi vive in città». Gli obiettivi principali da raggiungere, però, sono comuni a tutte: «Stiamo lottando per la nostra esistenza, per non essere cancellate dalla società civile come sembra orientato a fare questo governo», avverte Joumana Seif. «Monitoriamo il processo di transizione e cerchiamo di cambiare fin da subito alcune leggi come quella che impedisce alle madri di trasmettere la propria nazionalità ai figli anche quando sono sposate con uno straniero. Tanti bambini, per questo motivo, sono senza identità. È un problema che va risolto». Con unità e senza paura di rompere gli schemi, spiega Khawla Dunia: «Abbiamo la possibilità di creare un partito di donne, il primo del mondo arabo. Non è un’utopia. Siamo migliaia. Possiamo farcela».