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 2026  luglio 06 Lunedì calendario

Un figlio sopra i 49 anni? Un’impresa, anche con ovociti giovani

Il titolo dello studio dice già tutto: l’età avanzata delle mamme influisce sul successo della gravidanza. E questo già si sapeva. Ma il successo diminuisce anche se quelle mamme si sono affidate alla donazione di ovociti di una donna più giovane. Che dunque non sono garanzia di bambino in braccio, quando la mamma ha più di 49 anni. E questo perché entrano in ballo variabili non del tutto chiare e non legate all’età dell’ovocita donato, ma probabilmente legate al fatto che un organismo biologico invecchia, così come invecchia l’utero. E anche se impianti un embrione ricavato da un ovocita di una donna giovanissima, chi lo riceverà ha comunque un’età anagrafica sulla quale non si può barare. Un tema particolarmente importante, considerata l’età sempre maggiore in cui si cerca una gravidanza, per motivi sociali ed economici, e perché l’ovodonazione può in effetti regalare l’illusione di poter prendere in giro il proprio orologio biologico. Che invece continua a ticchettare.
È l’estrema sintesi di uno studio italiano appena pubblicato su Human Reproduction, la maggiore rivista scientifica del settore, e presentato al quarantaduesimo congresso di Eshre, la Società europea di riproduzione umana ed Embriologia, in corso a Londra. Lo studio ha analizzato 2760 trasferimenti di embrioni in 1774 donne che si sono sottoposte a ovodonazione tra marzo 2021 e dicembre 2024. Divise in 4 fasce d’età, 35-40 anni, 41-45, 46-49 e sopra i 49 anni, sono stati raccolti i dati sui nati vivi, gli aborti e le caratteristiche dell’endometrio.
“L’analisi identifica nei 49 anni il limite clinicamente significativo oltre il quale il successo riproduttivo ha un forte declino, anche con gli ovociti donati, anche se il declino si vede già a partire dai 46 anni”, spiega a Salute l’autrice principale dello studio Beatrice Crestani, ginecologa dell’Unità di riproduzione assistita dell’ospedale universitario di Verona e ricercatrice di IVIRMA Global Research Alliance e IVI Roma, che ha appena presentato i dati nella Capital Hall del centro Congressi Eshre. E veniamo ai numeri: il tasso di gravidanza scende dal 54% delle donne tra 35 e 40 anni al 42.6 delle over 49, i bambini nati vivi dal 46.2% al 31.7, mentre i tassi di aborto crescono dal 24.2 al 37.6%.
“Già sopra i 46 anni le possibilità di aborto aumentano – racconta Crestani – ma sopra i 49 sono quasi il doppio rispetto a una donna più giovane. Detto questo, però, il tasso cumulativo di nati vivi di tutti quanti gli embrioni prodotti, è dell’80 % tra 35 e 40 anni e del 62,5% sopra i 49 anni, su 4 embrioni. Che non è un brutto risultato”.
Lo scopo dello studio è quello di attirare comunque l’attenzione sull’età della donna che cerca una gravidanza. “Nel counselling bisogna tenerne conto anche se si ricorre a ovodonazione – continua Crestani – perché l’ovodonazione non resetta l’orologio biologico. Per anni si è pensato che fosse un problema delle ovaie e che bastasse sostituire ovociti di donna anziana con quelli di donna giovane: oggi sappiamo che non è così e che anche l’utero e l’endometrio possono contribuire al successo riproduttivo e probabilmente quando l’utero invecchia subentrano meccanismi immunologici e molecolari che possono determinare un minor impianto”.
Questo studio cambierà qualcosa nell’approccio all’ovodonazione? “Cambia che l’età della donna rimane un fattore di cui tenere conto per una corretta valutazione e un adeguato counseling anche nei percorsi di donazione”, spiega Mauro Cozzolino, Direttore Clinico IVI Bologna. “migliaia di coppie all’anno ricorrono alla donazione di ovociti ma poiché la fertilità femminile è più condizionata dal fattore tempo, la medicina riproduttiva deve creare percorsi personalizzati”. E ipotizza studi futuri per identificare biomarker dell’invecchiamento uterino il professor Borut Kovacic, presidente eletto Eshre, che ricorda come negli ultimi anni molti studi si siano concentrati sul dialogo endometrio-embrione come significativo per determinare il successo dell’impianto. E questo studio aggiunge un’altro pezzetto a quel complicato e affascinante puzzle che è la medicina della riproduzione.