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 2026  luglio 06 Lunedì calendario

“Troppi film, pochi spettatori. Il cinema italiano rischia il crollo”

Troppi film, e non abbastanza spettatori. Il cinema italiano è in cerca di soluzioni: la questione, oggi, non è fare più film, ma fare quelli giusti, distribuirli meglio e restituire alla sala il suo valore centrale. Alle Giornate professionali Ciné di Riccione che si sono appena concluse il confronto tra produttori, distributori ed esercenti si è trasformato in una sorta di autocoscienza collettiva dell’industria italiana: nessuno mette in discussione la vitalità creativa del settore, ma quasi tutti concordano che il nodo oggi sia industriale prima ancora che artistico. Il panel Dalla produzione alla sala: quali film, quali sfide, quale futuro ha riunito sullo stesso palco Giampaolo Letta (Medusa Film), Luigi Lonigro (01 Distribution), Roberto Proia (Eagle Pictures), Federica Lucisano (Lucisano Media Group e presidente dell’Unione produttori Anica), Giorgio Ferrero (Nvr Cinema), Massimiliano Orfei (PiperFilm), insieme agli esercenti. Il messaggio è comune: serve ripensare il sistema prima che il sistema smetta di reggere. Lo scenario aiuta a capire il perimetro del confronto.
Lo scorso anno, 2025, si è chiuso con circa 95 milioni di presenze, oltre 690 milioni di euro di incasso e soprattutto con una quota di mercato del cinema italiano del 32,7 per cento: si tratta del dato migliore dal 2016, e quindi torniamo a ben prima della pandemia. Il problema però è che nei primi mesi del 2026 lo scenario è cambiato in modo brusco: la quota del prodotto nazionale è scesa intorno al 13 per cento, frenata dall’incertezza sulla riforma del tax credit e dalla scarsità di nuovi titoli di richiamo. Un crollo che fa da sfondo a tutto il dibattito. Anche perché, dietro il dato positivo del 2025, resta un problema strutturale. Ogni anno arrivano nelle sale italiane oltre 500 film, circa 200 dei quali italiani, una quantità che rende quasi impossibile garantire a ciascun titolo una vera possibilità di incontro con il pubblico. “Dobbiamo cercare di ottimizzare il numero dei film distribuiti, ripulire i listini da prodotti che non hanno nessuna ambizione di trovare il pubblico in sala” dice l’amministratore delegato di Medusa, Giampaolo Letta. Spiega che non è, il suo, un giudizio sul valore artistico delle opere, ma sulla loro collocazione industriale: “Ci sono film che vanno fortissimo sulle piattaforme, che vanno benissimo in free tv, ma non trovano pubblico in sala”.
Il tema torna più volte durante il confronto. L’idea condivisa è che continuare a riversare nelle sale un numero eccessivo di titoli finisca per penalizzare proprio quelli che potrebbero costruire un percorso commerciale. Luigi Lonigro, direttore di 01 Distribution, snocciola i dati e l’emergenza: “Parliamo di circa trenta film italiani che dal 2017 a oggi sono riusciti a superare il milione di euro di incasso. La cosa più importante da fare in questo momento è difendere questa riserva di trenta film che sono in grado di lasciare un segno sul mercato”. Tutto questo non significa rinunciare alla diversità dell’offerta, che resta necessaria, ma “riconoscere che il sistema oggi fatica a sostenere economicamente un numero così elevato di uscite”.
Qui si aggancia l’altro grande tema del confronto: la protezione della sala. Per Letta la questione delle finestre di sfruttamento è ormai decisiva. “Abbiamo un mercato debole che necessita di protezione – osserva – Se vogliamo pensare al prodotto medio, dobbiamo far sì che il pubblico abbia il tempo di frequentare la sala senza avere la certezza della fregatura dietro l’angolo: pagare dieci euro oggi e trovare lo stesso film domani in streaming, magari compreso nell’abbonamento. La finestra è una necessità assoluta e una priorità”.
È una riflessione condivisa da molti: in un mercato ancora fragile, la rapidità con cui molti titoli arrivano sulle piattaforme rischia di svuotare ulteriormente le sale. Il rapporto con lo streaming viene affrontato anche da Roberto Proia, direttore di Eagle Pictures, che sottolinea il pericolo di certe dinamiche produttive che si sono sviluppate negli ultimi anni: “A volte siamo costretti ad andare al cinema non tanto dal tax credit quanto dall’interlocutore che abbiamo come piattaforma – spiega – Forse serve un’interlocuzione più netta con le piattaforme per spiegare che ciò che deve andare al cinema è diverso da ciò che deve nascere per altri sfruttamenti. Un film che in sala fatica costa comunque centinaia di migliaia di euro al produttore e al distributore. È uno spreco di risorse e un congestionamento della sala”.
L’altro grande tema è naturalmente quello del tax credit. Per Lonigro il tema non riguarda soltanto gli incentivi economici, ma la sopravvivenza stessa dell’industria nazionale: “Senza un sistema di sostegno pubblico molto solido non esiste un’industria nazionale. Non esiste in Italia e non esiste nemmeno in Francia” ricorda. Ma aggiunge anche un’autocritica: “I costi dei film italiani, se li paragoniamo a quelli francesi, sono addirittura superiori. E questo non è ammissibile. Nei prossimi due o tre anni c’è un lavoro straordinario da fare per abbattere il costo industriale”. L’allarme si fa ancora più esplicito quando guarda al futuro. “Dobbiamo far sì che l’ecosistema del sostegno pubblico raggiunga un livello di stabilità e certezza nel più breve tempo possibile. Altrimenti non parleremo più di opere prime, opere seconde, horror o animazione: semplicemente l’industria nazionale collasserà”.
La parola che ricorre più spesso durante il panel è infatti “certezza”. “La madre di tutte le tematiche è la certezza” sintetizza Federica Lucisano. “Bisognerebbe avere un piano triennale. Non è possibile che la legge cambi dall’oggi al domani”. Per la presidente dell’Unione produttori Anica la stabilità normativa è la condizione indispensabile perché gli investimenti ripartano. “I produttori che stanno partendo adesso sono produttori coraggiosi. Continuano nella sperimentazione, nella ricerca di nuovi talenti e di nuovi linguaggi e meritano un grande applauso”. Ma Lucisano richiama anche un tema spesso trascurato nel dibattito. “C’è un tema che non è stato toccato ed è quello della formazione del pubblico. Molto spesso le scuole brillano per assenza. Dobbiamo lavorare per formare il pubblico, fidelizzarlo e appassionarlo”.
Il confronto, però, non è soltanto una teoria infinita di questioni problematiche. Giorgio Ferrero, direttore commerciale di Nvr Cinema, invita a ricordare ciò che la filiera è riuscita a costruire insieme. “Dieci anni fa eravamo qui e parlavamo dell’estate. Quell’estate si è costruita e si è realizzata. Se siamo riusciti a fare l’estate, credo che possiamo realizzare tutto”. Anche se va sottolineato che l’estate è una finestra ancora problematica per il cinema italiano, Paolo Del Brocco, ad di Rai Cinema, aveva sottolineato presentando il listino che le major portano nelle sale estive prodotti di intrattenimento e che non si può chiedere al cinema d’autore italiano di fare lo stesso. Ferrero insiste sulla necessità di intervenire sulla legge cinema. “Ci sono falle fortissime. La legge va rimessa mano, va rivista per forza. Ci sono film che non dovrebbero esserci. Non facciamo sovraffollamento. Se siamo riusciti a creare un mercato d’estate possiamo creare un mercato autosufficiente anche nel resto dell’anno”.
A chiudere il confronto è Massimiliano Orfei di PiperFilm, che rivendica il miglioramento del dialogo tra i diversi soggetti della filiera: “Dal 2007 ho visto tanti miglioramenti nel rapporto tra i vari protagonisti. Molte fratture si sono superate grazie al dialogo”. Il passo successivo, secondo Orfei, è condividere ancora di più strategie e informazioni: “Serve una pianificazione condivisa del posizionamento dei film italiani durante l’anno. La condivisione dei dati può aiutare non solo i film in programmazione, ma anche quelli che devono ancora entrare in produzione”.