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 2026  luglio 06 Lunedì calendario

Il ritorno dei donatori Usa dà sollievo alle casse vaticane

Quando in Vaticano aprirono la cassaforte, alla morte di papa Benedetto XV, nel 1922, scoprirono che era vuota. «E ora», si domandarono con una certa apprensione, «chi lo paga il Conclave?». Decisero di rivolgersi alla giovane e ricca Chiesa statunitense. Da Oltreatlantico arrivò subito un generoso assegno col quale vennero coperte tutte le spese dell’elezione papale. Ora che sulla cattedra di Pietro siede un Pontefice nato a Chicago, si è riacceso il flusso di denaro che dagli Usa punta verso il Vaticano, ma con un altro scopo. Aiutare il nuovo Pontefice – o condizionarlo.
«Negli Stati Uniti c’è entusiasmo, e questo entusiasmo si traduce in sostegno finanziario alla Santa Sede», conferma padre Anthony Ligato, vicerettore aggiunto del seminario Usa a Roma, «e penso che si espanderà ulteriormente con i donatori che vogliono aiutare la Chiesa».
Chi sono i maggiori sponsor del Vaticano
Oltre agli Stati Uniti oggi i maggiori contributori alle casse del Vaticano sono gli episcopati di Italia, Spagna, Germania e Corea del Sud. Ma dagli Usa arrivano anche molti fondi privati. Al North American College ogni anno ad aprile c’è la Rector’s Dinner, una cena di gala che serve a raccogliere fondi: partecipano benefattori, il massimo è sedersi a un tavolo con un cardinale, i seminaristi servono da camerieri. Nel 2019 c’erano circa 350 ospiti, con la pandemia c’è stato un calo, quest’anno che il Papa è Prevost «siamo al massimo della capienza», dice padre Ligato, «quattrocentocinquanta ospiti».
Mecenati per il restauro delle opere dei Musei Vaticani
Oltretevere ha un approccio nordamericano la commissione vaticana per gli investimenti guidata dal cardinale statunitense Kevin Farrell. Ma guardano al mondo yankee e ai suoi benefattori, per dire, i Patrons of the Arts, un’organizzazione che cerca “mecenati” disposti a pagare il restauro di preziosa opere dei Musei vaticani, o il nascente Borgo Laudato si’ a Castel Gandolfo. Prima di lavorare nel mondo dei media, ancora, Montse Alvarado, la giovane manager messicana naturalizzata statunitense da poco scelta da Prevost per dirigere il dicastero per la comunicazione, ha lavorato nel mondo del fund raising cattolico Usa.
Fondazioni e benefattori a stelle e strisce
Attorno al Vaticano di Leone, più in generale, si muove tutta una galassia di fondazioni, associazioni, grandi benefattori a stelle e strisce. C’è la Papal Foundation, che quest’anno ha annunciato l’arrivo, grazie al Papa americano, di «venticinque nuove famiglie» tra i propri donatori e lo stanziamento di oltre 15 milioni di dollari a sostegno di “un numero record” di oltre 144 progetti in 75 paesi. C’è l’Acton Institute, c’è la fondazione del Napa Institute fondata dall’avvocato e filantropo Tim Busch, ci sono i Cavalieri di Colombo, una delle più grandi assicurazioni degli Stati Uniti, c’è Leonard Leo, l’uomo che ha selezionato i giudici trumpiani della Corte Suprema.
I difficili rapporti con Bergoglio
Sono organizzazioni e figure danarose, di impianto marcatamente conservatore, oggi sperano in Leone tanto quanto mal sopportavano Francesco: troppo critico con il capitalismo, troppo lontano dalla cultura a stelle e strisce, troppo riformista su questioni come l’omosessualità. È rimasta negli annali la decisione di Bergoglio di usare l’assegno di 25 milioni di dollari che gli aveva consegnato la Papal Foundation per coprire il buco dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (Idi): gli americani se ne ebbero a male, Francesco replicò che decideva lui, ne nacque una baruffa e l’anno dopo il Papa argentino annullò l’udienza alla Papal Foundation.
La “stretta di mano d’oro”
I grandi donatori, spiega Dawn Eden Goldstein, teologa e canonista statunitense, «hanno bisogno di quella che viene comunemente chiamata la “stretta di mano d’oro”», la foto mentre stringono la mano al Papa. Ma Francesco ha interrotto le messe private per i donatori americani». Anni fa, ricorda la studiosa, un ricco esponente dei Legionari di Cristo, Frank J. Hanna III, riuscì a ottenere una foto con Benedetto XVI, che i Legionari di Cristo decisamente non amava, comprando la più antica copia esistente dei quattro Vangeli, il Mater Verbi Papyrus, e donandola alla Libreria vaticana.
L’impatto sul bilancio vaticano
L’impatto reale del ritorno dei finanziamenti americani sul bilancio vaticano non è ancora rilevante. In questi mesi è vero che sono aumentate di «alcuni milioni», a quanto si apprende, le donazioni dei semplici fedeli che vivono negli Stati Uniti tramite l’Obolo di San Pietro, ma nulla di più. E se il Vaticano ha un deficit strutturale che va allargandosi col passare del tempo, fin dall’inizio del Pontificato Leone ha detto che non è un problema così grave da fargli perdere il sonno. «Considerando quanto sia esiguo il budget operativo del Vaticano», taglia corto Dawn Eden Goldstein, «i donatori americani se lo desiderassero potrebbero finanziarne una parte considerevole».
Ma a che prezzo? «Credo che sperino che il Papa parli di più di queste cosiddette questioni pelviche e meno dell’opzione preferenziale per i poveri», risponde la studiosa: «O almeno che, quando il Papa parla dell’opzione preferenziale per i poveri, non sia troppo specifico nel nominare tipi di pratiche o politiche che danneggiano i poveri. Sia chiaro», puntualizza Goldstein: «Non credo minimamente che Papa Leone cambierà il suo modo di parlare».
L’amministrazione Trump e Leone
Di certo l’amministrazione Trump ha un faro acceso su Leone. Non può ignorarlo né blandirlo. Quando la Casa Bianca ha proposto di far gestire alla Chiesa cattolica cubana gli aiuti che erano stati precedentemente tagliati, la Santa Sede ha accettato volentieri. Poi sarebbe arrivata la richiesta di nominare, in cambio, vescovi in linea con Washington. E il Palazzo apostolico ha risposto niet senza esitazione. Pecunia non olet, ma i principi non sono in vendita.