corriere.it, 6 luglio 2026
La Cina ora teme che l’Europa si chiuda. La risposta? L’invasione delle sue multinazionali
Ai piani alti di Pechino sta montando una paura: che l’Europa segua gli Stati Uniti nell’adottare, sia pure con anni di ritardo, una strategia di «contenimento», cioè una posizione più determinata per difendersi dall’invasione di prodotti cinesi. Legato a questo, c’è un dibattito sulla strategia delle grandi imprese cinesi: dopo avere conquistato quote di mercato esportando dalla madrepatria, è arrivato il momento di accelerare la delocalizzazione degli investimenti all’estero, replicando almeno in parte la traiettoria seguita dal Giappone negli anni Ottanta?
Questi temi emergono in una serie di interventi pubblicati nelle ultime settimane da economisti, accademici e analisti vicini agli ambienti governativi. Pur con un ventaglio di posizioni diverse, i loro ragionamenti delineano il modo in cui l’establishment cinese interpreta la fase attuale della globalizzazione. Raccolgo questi estratti dall’ampia rassegna di una newsletter specializzata, Sinocism.
L’Europa tra cooperazione e diffidenza
Secondo Huang Yiping, economista della Peking University e preside della National School of Development, la paura europea di un nuovo «shock cinese» va ben oltre la normale reazione all’invasione commerciale. È il riflesso di un problema più profondo: il timore che l’industria cinese possa mettere in discussione la sostenibilità stessa del modello sociale europeo, fondato su salari elevati, welfare esteso e costi di produzione molto superiori a quelli cinesi. Da qui nasce il rischio di una vera contrapposizione economica fra Europa e Cina. Se dovesse trasformarsi in una guerra commerciale su larga scala, osserva Huang, le conseguenze per l’economia mondiale sarebbero perfino più pesanti di quelle viste finora nei rapporti tra Washington e Pechino. Lo stesso Huang riconosce implicitamente una responsabilità cinese. Una grande economia, sostiene, non può continuare a fare affidamento quasi esclusivamente sulle esportazioni senza mettere alla prova la capacità dei partner di assorbire quell’offerta. Per questo motivo l’espansione della domanda interna non serve soltanto a riequilibrare la crescita cinese; diventa anche uno strumento per ridurre le tensioni con il resto del mondo.
Su una linea simile si colloca Zhang Bin, vicedirettore dell’Institute of World Economics and Politics dell’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS). Anche lui invita a non sottovalutare le preoccupazioni europee, che non possono essere liquidate come semplici pulsioni protezionistiche. L’Europa, ricorda Zhang, è tutt’altro che un blocco compatto. Il mondo imprenditoriale conserva un atteggiamento pragmatico; i think tank esprimono valutazioni spesso divergenti; mentre gli apparati della Commissione europea responsabili del commercio e degli investimenti tendono ad assumere posizioni più dure nei confronti della Cina. A complicare il quadro intervengono problemi interni dell’Europa: energia costosa, invecchiamento della popolazione, investimenti insufficienti e rigidità istituzionali. Anche Zhang ritiene necessario rafforzare i consumi interni, ricorrendo se necessario anche agli strumenti del cambio, cioè una rivalutazione del renminbi. Ma soprattutto invita la Cina a modificare la propria narrazione internazionale: anziché presentare la propria ascesa come un fenomeno inevitabile, dovrebbe insistere maggiormente sull’opportunità che offre agli altri. L’industrializzazione cinese, osserva, ha abbassato il costo dei beni manifatturieri per tutti i consumatori del mondo e ha costretto molte imprese occidentali a innovare e salire lungo la catena del valore.
Più geopolitica è l’analisi di Sun Chenghao, responsabile del programma Stati Uniti-Europa presso il Centre for International Security and Strategy della Tsinghua University. A suo giudizio il dibattito europeo sulla Cina sta vivendo oggi una trasformazione molto simile a quella attraversata da Washington circa dieci anni fa: il passaggio dalla politica cooperativa alla competizione strategica. Anche a Bruxelles temi come l’intelligenza artificiale, le infrastrutture digitali e le tecnologie avanzate vengono ormai trattati come questioni di sicurezza nazionale e non più soltanto come dossier economici. Inoltre la diffidenza europea si è estesa dai singoli settori industriali all’intero ecosistema tecnologico cinese. Secondo Sun, una maggiore autonomia strategica dell’Europa non renderà Bruxelles più favorevole a Pechino. Potrebbe semplicemente produrre una politica più indipendente dagli Stati Uniti, senza essere amichevole verso la Cina.
Il paradosso Cina-Germania
Fra gli interventi più originali figura quello del sociologo Lü Peng, ricercatore della CASS, che propone un parallelo tra Germania e Cina. I due paesi, sostiene, rappresentano gli estremi opposti dello stesso paradosso della globalizzazione. La Germania viene penalizzata perché produrre costa troppo: salari industriali elevati, procedure autorizzative lente e un sistema amministrativo che rallenta gli investimenti. La Cina paga il prezzo opposto: la sua competitività si è costruita trasferendo sui lavoratori e sulle famiglie costi che avrebbero dovuto essere assorbiti dal welfare. Orari di lavoro lunghissimi, protezione sociale limitata, prezzi elevati delle abitazioni e alto risparmio «prudenziale» (legato all’assenza di ammortizzatori sociali) hanno prodotto una società dove i consumi crescono poco, la natalità diminuisce e perfino l’innovazione rischia di rallentare. Ne deriva un circolo vizioso fatto di margini industriali sempre più ridotti, domanda debole e competizione esasperata. Lü invita a evitare le imitazioni. La Cina non dovrebbe copiare il modello tedesco, ma costruire un equilibrio originale. Propone una legislazione più rigorosa sui tempi di lavoro, ferie realmente garantite, lotta agli straordinari nascosti e nuove forme di welfare nei grandi distretti produttivi.
Modello Giappone?
L’altro grande tema affrontato dagli studiosi riguarda la strategia del «Going Out», cioè l’espansione internazionale delle imprese cinesi. Segnala una svolta nella riflessione economica di Pechino. Lo storico della globalizzazione Shi Zhan, professore alla Shanghai International Studies University, sostiene che un graduale apprezzamento del renminbi potrebbe produrre effetti analoghi a quelli generati dall’apprezzamento dello yen giapponese dopo gli accordi del Plaza e del Louvre (1985-87). Una valuta più forte ridurrebbe l’enorme surplus commerciale cinese, oggi superiore ai mille miliardi di dollari, attenuando molte tensioni diplomatiche. Allo stesso tempo renderebbe meno costosi gli investimenti all’estero, incentivando le imprese cinesi a costruire fabbriche fuori dai confini nazionali. Secondo Shi, questo processo esporterebbe nel mondo anche standard industriali, tecnologie e metodi organizzativi cinesi. Potrebbe persino favorire la nascita di un’area economica sempre più fondata sull’uso internazionale del renminbi. Lo studioso però mette in guardia da un equivoco. Non assisteremo a un trasferimento completo dell’apparato produttivo cinese. All’estero verranno spostate soprattutto le fasi finali dell’assemblaggio, mentre il cuore della rete di fornitori, accumulato in decenni di industrializzazione, resterà concentrato in Cina. Per accompagnare questa trasformazione Shi propone la creazione di organismi ispirati alle grandi trading company giapponesi, le sogo shosha, capaci di offrire alle imprese servizi finanziari, logistici e commerciali durante la loro espansione internazionale. Non basta più esportare prodotti; bisogna contribuire a scrivere le regole della globalizzazione.
Investimenti esteri e sicurezza nazionale
Accanto alla dimensione economica emerge sempre più quella strategica. La ricercatrice Liu Jia, della South China University of Technology, analizza il nuovo regolamento sugli investimenti esteri entrato in vigore il primo luglio. La novità principale consiste nell’introduzione esplicita del principio della «sicurezza nazionale complessiva» nella disciplina delle attività internazionali delle imprese cinesi. La normativa consolida il sistema di autorizzazioni già gestito da vari ministeri, ma soprattutto introduce strumenti di ritorsione nei confronti di governi, organizzazioni o individui stranieri che discriminino gli investitori cinesi o interrompano normali rapporti economici. Sono inoltre rafforzati i controlli sul trasferimento di tecnologie sensibili. Secondo Liu questo passaggio segna il cambiamento di filosofia fra il XIV e il XV Piano quinquennale: non conta più soltanto aumentare il volume degli investimenti internazionali, ma migliorarne la qualità e soprattutto proteggerne la sicurezza.
La protezione delle multinazionali cinesi
Ancora più esplicito è Liu Xiaochun, vicedirettore dello Shanghai Finance Institute. A suo giudizio il sostegno all’espansione internazionale delle imprese cinesi deve ormai diventare una vera strategia nazionale. La fase attuale, osserva, non ha precedenti nella storia economica della Cina. Migliaia di imprese, grandi e piccole, appartenenti ai settori più diversi, stanno investendo in un numero crescente di paesi stranieri. Non si trasferiscono soltanto singole aziende, ma intere filiere produttive. Con esse si diffondono standard industriali, regole operative e modelli organizzativi cinesi. Lo Stato dovrebbe essere pronto a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – economici, finanziari e perfino militari – per garantire la sicurezza delle imprese e dei cittadini cinesi presenti all’estero. Anche il sistema finanziario deve adattarsi. Liu propone una gestione unificata dei flussi in valuta e in renminbi, il rafforzamento di Shanghai come piattaforma di servizi per le imprese internazionalizzate, nuovi strumenti di finanziamento, sistemi di pagamento transfrontalieri meno dipendenti dal dollaro, che oggi rimane centrale.
Dall’export di merci all’esportazione di sistemi produttivi
L’economista Li Wei, vicepresidente della Cheung Kong Graduate School of Business, descrive l’evoluzione dell’internazionalizzazione cinese come il passaggio a una «terza fase». La prima consisteva nell’esportazione di prodotti; la seconda nella costruzione di reti commerciali all’estero. Oggi la Cina esporta interi sistemi di capacità produttiva: progettazione, standard tecnici, organizzazione delle catene di fornitura, modelli di business e presenza industriale stabile. Per aggirare le barriere commerciali americane molte imprese stanno scegliendo Vietnam, Indonesia, Malesia, Thailandia o Messico come piattaforme produttive intermedie. Li avverte che questa strategia potrà funzionare solo se verrà accompagnata da autentici investimenti locali. Con il progressivo irrigidimento delle regole sull’origine dei prodotti, non basterà più spostare l’ultima fase dell’assemblaggio per evitare i dazi. Sarà necessario costruire capacità produttive reali nei paesi ospitanti. Secondo Li stanno emergendo due modelli complementari. Il primo è l’espansione «a catena»: una grande impresa si trasferisce all’estero portando con sé l’intero ecosistema dei fornitori. Il secondo è l’espansione «a sciame»: una moltitudine di piccole e medie imprese utilizza piattaforme comuni, distretti industriali e magazzini logistici condivisi per crescere rapidamente sui mercati internazionali.
Una svolta che ricorda il Giappone
Nel loro insieme questi interventi degli esperti di regime delineano un orientamento abbastanza coerente. Da una parte gli studiosi riconoscono che il successo industriale della Cina alimenta crescenti resistenze in Europa e che Pechino dovrà riequilibrare il proprio modello di crescita aumentando il peso dei consumi interni. Dall’altra emerge la convinzione che la risposta al protezionismo occidentale non possa limitarsi alla difesa delle esportazioni. Sempre più spesso viene evocata, esplicitamente o implicitamente, l’esperienza del Giappone degli anni Settanta e Ottanta: quando la rivalutazione dello yen e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti spinsero le multinazionali giapponesi a costruire fabbriche nei mercati di destinazione. Anche la Cina sembra avviarsi lungo quella strada. Ma con una differenza importante. Se il Giappone esportava soprattutto capitali e capacità manifatturiera, Pechino punta oggi a esportare anche standard tecnologici, sistemi produttivi, infrastrutture finanziarie e una parte della propria influenza normativa. Quindi un intero modello di organizzazione economica destinato ad accompagnare l’ascesa globale delle sue imprese.
Quel che resta fuori da questa analisi, è l’ostacolo geopolitico ad una strategia di tipo nipponico. Il Giappone nella fase della sua massima ascesa economica, quando parve capace di sorpassare il Pil degli Stati Uniti e cominciò a comprarsi interi pezzi dell’economia americana, era pur sempre un alleato di Washington, dipendente dalla protezione militare del Pentagono. Questo lo rendeva al tempo stesso meno minaccioso, e più malleabile a pressioni politiche, come dimostrarono appunto gli accordi del Plaza e del Louvre nel 1985-87 con la rivalutazione dello yen (un colpo alla competitività del made in Japan). La Cina è un rivale strategico, geopolitico e militare. Questo sta già provocando delle resistenze contro le sue delocalizzazioni. Negli Stati Uniti così come in Europa, non tutti sono disposti ad accogliere fabbriche e insediamenti cinesi come se fossero altrettanto benefici, e neutri politicamente, quanto gli investimenti giapponesi.