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 2026  luglio 06 Lunedì calendario

Sergio Solero parla di sé e di Bmw

Il 16 giugno 1997, neoassunto in Bmw Italia, Sergio Solero giunse nella vecchia sede di Palazzolo, frazione di Sona (Verona), con l’autostop. Dal 1° luglio è tornato nell’avveniristico edificio di cristallo e granito ceramico progettato dall’architetto Kenzo Tange a San Donato Milanese. Ne era uscito sette anni fa. È la prima volta, nella storia della filiale tricolore del colosso bavarese, che un mercato viene riaffidato alle cure dello stesso presidente e amministratore delegato. Ma Solero, entrato in Bmw da impiegato di quarto livello e salito a posizioni di vertice fra Madrid, Singapore, Monaco di Baviera e Zurigo, ha rischiato di non arrivarci. «Un linfoma di Hodgkin», rivela. «L’aspetto più stupefacente è che, benché sia figlio di un neurochirurgo e da un anno consultassi fior di luminari, a salvarmi sia stato un medico dell’azienda alla quale ho dedicato più di metà della mia vita».
Una perfetta circolarità del destino.
«Beate Quassowski stava in Bmw a Monaco, oggi è la responsabile sanitaria del nostro stabilimento di Shenyang, in Cina. Mi chiese: “Ti sei fatto dosare questi due marcatori tumorali?”. Ci azzeccò in pieno. Ero già al terzo stadio di quattro. Ma non ho mai smesso di lavorare».
Tendenza kamikaze.
«Ho sangue veneto. Mio padre in famiglia lo chiamiamo Duracell, come la pila che non si ferma mai. In ufficio mi buscai un’infezione, perché ero immunodepresso. Mi rimisero in piedi le suore vincenziane. Ogni sei mesi ripeto i controlli. Il maledetto alieno è sparito».
Ora la attendono le sfide dell’auto.
«Ci sono abituato. Ho 55 anni, di cui quasi 30 passati in Bmw con 14 ruoli diversi. Dal 2008 al 2011 in Spagna dovetti fare i conti con la recessione seguita al fallimento di Lehman Brothers. Subito dopo, da direttore vendite di Bmw Italia, affrontai il più terribile triennio nella storia dell’auto. Vendere era diventato un verbo indeclinabile».
Il Green deal dell’Ue fa di peggio.
«È in atto un processo ideologico per imporre l’auto elettrica. Certo, è bello che l’impronta di CO2 del veicolo, nel momento in cui il cliente lo usa, sia di 10 tonnellate anziché di 30. Ma per costruire la batteria serve più energia e si produce più CO2. Se mio padre, che ha 84 anni, comprasse una vettura fatta così, gli occorrerebbero fino a 30.000 chilometri in puro elettrico per annullare la sua impronta di CO2. Invece lui ne percorre non più di 5.000. Obbligarlo alla nuova tecnologia oggi è da folli».
Tuttavia Bmw ci sta puntando molto.
«In Europa siamo al 25 per cento di penetrazione dell’elettrico, in Italia intorno al 7 con Bmw mentre arriviamo al 10 con Mini. Abbiamo appena lanciato la iX3, adesso uscirà la i3, poi la iX5».
Eni, primo gruppo italiano, fattura oltre 83 miliardi l’anno, per circa l’85-90 per cento derivanti da petrolio e gas. Perché dovrebbe favorire la transizione dai motori termici a quelli elettrici?
«L’Eni eroga già, in oltre un migliaio di stazioni, carburanti non derivati da fonti fossili, come il biodiesel Hvolution rinnovabile, ottenuto da oli usati per friggere e grassi animali, che costa quanto il gasolio normale. E ha installato 23.000 colonnine di ricarica per le elettriche. Segnalo che Bmw entro il 2030 ridurrà di 40 milioni di tonnellate le emissioni di anidride carbonica nel processo di produzione delle auto».
Il piacere di guida non è penalizzato dal propulsore elettrico?
«Era il cruccio del mio amico Alex Zanardi. Mi diceva: “Sergio, io voglio sentire l’auto con il fondoschiena per portarla al limite”. Abbiamo imitato il rombo del motore con IconicSounds, un progetto tutto italiano, fra l’altro, di Renzo Vitale».
Come conobbe Zanardi?
«A un evento di SpecialMente, che raggruppa le nostre attività nella responsabilità sociale d’impresa. Aveva già perso le gambe nell’incidente sul circuito tedesco del Lausitzring, eppure sciavamo insieme a Sauze d’Oulx e in Alta Val Badia. In pieno Covid, mi fratturai a Cima Sappada, sulla pista rossa di Monte Siera. Femore rotto in cinque pezzi. Mi telefonò Alex: “Promettimi che fra un anno tornerai a sciare proprio lì”. Il 19 dicembre 2020 lo feci. Ne fu felice. “L’importante è restare con i piedi per terra”, scherzava. Era impossibile non volergli bene».
SpecialMente vi fa vendere più auto?
«Non lo so, né voglio saperlo. Sono certo che fare il bene è giusto. Così come restituire alla società un po’ della fortuna che ci regala ogni giorno».
Che cosa ha imparato da Zanardi?
«La resilienza: non si arrendeva mai. L’ottimismo: vedeva il bicchiere pieno. La normalità: ma era straordinario. E la curiosità: io da piccolo smontavo le macchinine Burago per scoprire com’erano fatte, lui volle costruirsi da solo l’handbike che gli è costata la vita. Provò con me sul circuito di Imola la Bmw con i comandi speciali per disabili. Lo redarguivo: Alex, tieni gli occhi sulla pista, però. E lui: “Ma se la conosco a memoria!”».
Lei ha corso il Gran premio Nuvolari.
«Nel 2018, con Saturnino Celani, il bassista di Jovanotti, su una storica Bmw 3.0 CSL. Ogni tanto ci fermavamo, tiravamo fuori dal baule il basso e la chitarra e improvvisavamo “Let It Be” dei Beatles. I concorrenti americani ci guardavano strabiliati. Quella per la musica è sempre stata una passione molto forte. Ai tempi del liceo pensavo di farne una professione. A causa del linfoma, dovetti rivendere i biglietti del concerto di Bruce Springsteen all’Olympic Stadium di Monaco. Con il ricavato comprai una chitarra a 12 corde Takamine e ricominciai a suonare. Ora mi ci dedico tutte le settimane».
La concorrenza cinese si fa sentire?
«Le sfide ci stimolano. È già accaduto con giapponesi e sudcoreani. Peraltro, in Cina abbiamo tre stabilimenti di Bmw e uno di Mini in joint venture».
Le auto cinesi superano i dossi senza che trabocchi una sola goccia di spumante da un castello di calici sul cofano.
«Ho visto quel clip. Bisognerebbe dire all’editrice Giovanna Mazzocchi di ripetere la prova sulla pista di Quattroruote».
Che c’entri l’Intelligenza artificiale?
«Lo chiedo a lei. Comunque, io imparo anche dall’ultimo stagista assunto ieri. Prenda la guida assistita, pare quasi che l’abbiano inventata i cinesi. Ma in Germania ho percorso migliaia di chilometri con le Bmw senza tenere le mani sul volante. Se nel nostro Paese non si può fare, dipende solo dalla legge».
Perché il secondo giro in Bmw Italia?
«Ha sorpreso molto anche me la convocazione al ventiduesimo piano della torre di Monaco. Immagino che abbia pesato la mia nazionalità. Con oltre 4 miliardi di fatturato e 800 dipendenti, nonché 73.230 Bmw, 16.256 Mini e 16.744 moto vendute nel 2025, per la nostra multinazionale l’Italia rappresenta il sesto mercato al mondo, addirittura il quinto per Mini e il secondo per Motorrad dopo la Germania. Senza contare che Bmw compra componentistica italiana per 1,2 miliardi e la monta pure sulle Rolls-Royce».
Secondo un’indagine dell’Università di Ca’ Foscari, un giovane su 5 sotto i 30 anni non intende acquistare un’auto.
«Ho tre figli di 23, 21 e 19 anni. La mia indagine domestica dice che le due ragazze sono ben felici di guidare la loro Mini e il maschio è arrabbiato perché dovrà ripetere il percorso per la patente, che aveva appena completato in Svizzera».
Si sente in colpa per averli costretti a vivere in cinque Paesi diversi?
«In colpa no. In dubbio: gli avrò fatto più bene o più male? Ma quando parlano in spagnolo, o devo riprenderli perché fra loro chiacchierano in inglese alla presenza dei nonni, mi consolo per l’apertura mentale che hanno avuto».
La sua malattia li ha provati?
«Recitavo la parte del gradasso per tranquillizzarli, ma avevo paura. Dopo la diagnosi, non ho voluto cancellare un viaggio di famiglia in Giordania».
Come si manifestò il linfoma?
«Nel 2022, nello stesso modo in cui colpì il regista Nanni Moretti: un prurito insopportabile su tutto il corpo. Bevevo un goccio di vino e subito comparivano reazioni cutanee. Per dieci mesi peregrinai da un ambulatorio all’altro. Esami su esami. La conclusione fu: “È stress”. Ma io sapevo che non era quello. Dopo che, finalmente, la dottoressa Quassowski in Bmw centrò la diagnosi, il medico di famiglia si stupì: “Mi scusi, ma l’ecografia del mediastino dov’è?”. Replicai: ah, non so, se non me l’ha prescritta lei...».
Una faciloneria inaudita.
«Dal collo, il tumore era già sceso fino alla milza. Sei sedute di chemioterapico Ebeacopp. Alla quarta, la Pet rivelò che l’alieno era sparito. Ma ne uscii soltanto a fine agosto del 2023, con dieci giorni di vacanza a Sappada, la Heimat della famiglia Solero, la patria del cuore. Rividi le Dolomiti e il sorriso degli amici. Lì capii di essere davvero guarito».
Un manager nasconde i suoi malanni.
«Non conosco nessuno d’invincibile. La vita ha alti e bassi. All’ospedale ero in stanza con un ragazzo di Rosenheim, messo peggio di me. Dialogavamo su tutto. Parlare del tuo male fa bene».
Come definirebbe questa esperienza?
«Un reset della vita e delle sue priorità. Mi sono ripromesso di sorridere al risveglio e di fare ogni giorno colazione con mia moglie Chiara. Avevo 14 anni quando la conobbi, lei 11. A luglio del 1998 presi a noleggio da Bmw Italia una 318 TDS Touring. Andammo in Irlanda con mia sorella e il suo fidanzato. Sbarcammo dal traghetto che erano quasi le 23 e non trovammo un letto libero in tutta Dublino. Perciò abbattemmo i sedili della 318 e dormimmo in auto. Da allora ho sempre pensato che le Bmw non abbiano rivali»