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 2026  luglio 06 Lunedì calendario

Federica Cappelletti ricorda il marito, Paolo Rossi

Il giorno più felice.
«Con Paolo tutti i giorni erano speciali, era meraviglioso anche stare seduti in giardino, mano nella mano, in silenzio. Sembra assurdo, però è stato bello pure vivere con lui l’intimità della malattia. Se possibile, in quei momenti l’ho amato persino di più. E lo amo ancora. Se mi dicessero che è sulla luna, partirei a piedi per andarmelo a prendere».
Federica Cappelletti, 54 anni – giornalista, presidente della Serie A femminile professionistica della Figc – per 17 è stata compagna e poi moglie di Paolo Rossi, l’indimenticabile Pablito di Argentina 1978. Il carrasco (carnefice) do Brasil con la sua micidiale tripletta a Spagna ‘82. E per sempre l’eroe del trionfo mundial.
La prima volta, al telefono, lui quasi la scaricò.
«Era il 2003. Con due colleghi avevo scritto il libro Razza Juve. Toccò a me invitarlo a Perugia per la presentazione. Gli davo del lei. Mi rispose brusco: “Non ho tempo, la saluto”. E buttò giù. Arrabbiata, pensai: “Bene. D’ora in poi per me sei morto”».
Invece ci riprovò.
«Mi convinse un amico: “Rossi è uno gentile”. Richiamai. “Se mi risponde male giuro che lo ribalto”. Fui furba: “Qui a Perugia la aspettano tutti”. Accettò. “Va bene, vengo”. “L’ha promesso eh. Se mi dà buca dovrò cambiare città”. “Tranquilla, ci sarò”».
Fece i salti mortali.
«Il giorno dell’evento c’era sciopero degli aerei. Paolo era in Bulgaria per una partita di beneficenza. Prese l’unico volo disponibile – per questo la nostra seconda figlia si chiama Sofia – per Verona. Da lì un taxi per Milano. E in auto fino a Perugia. Arrivò solo con mezz’ora di ritardo. Quando lo vidi gli dissi: “Da questo momento puoi chiedermi ciò che vuoi”. Mi colpì il suo sorriso bellissimo. E la semplicità».
Flashback.
«Lo avevo incontrato a 6 anni, con mio padre e i miei tre fratelli, tutti pazzi per il calcio. Fu gentilissimo. Mi accarezzò la testa, diventai viola».
Era destino.
«Mi richiamò dopo qualche tempo per invitarmi a cena, in Valdarno. Ero impegnata. Lui corteggiatissimo. Però: “Come faccio a dirgli di no?”. Ci andai. E da quella sera ci siamo innamorati follemente. Come due ragazzini. Non capivo più niente, eravamo tipo due calamite. Ci siamo baciati. Ormai persi. Provai a stargli lontana. Mi pareva una storia impossibile, irreale».
Il viaggio alle Maldive.
«Con la scusa di fare snorkeling, due ammiratrici quasi si infilarono nel nostro bungalow sull’acqua. Era un assedio. Come se io fossi invisibile. Paolo rideva, io mi arrabbiavo. Accanto a lui ho vissuto di luce riflessa ma non mi dispiaceva, ero serena».

Gelosa.
«Da morire. Lo sono anche adesso che non c’è più. Delle altre donne, di tutti. Possessiva, quando sentivo che non mi apparteneva. Paolo per me è una cosa sacra».

E lui ne dava motivo?
«Oddio, un po’ furbino era. Gli piaceva piacere. Però era un uomo serio, corretto. La gente lo amava. Con lui era impossibile pure fare la spesa il lunedì. Lo fermavano di continuo. Ma Paolo non si seccava, anzi. “Devo essere grato alla gente”».
Presentazioni in famiglia.

«Quando rivelai a mio padre che frequentavo Paolo, quasi non ci credeva. Lo adorava. Prima di morire mi ha detto: “Grazie per avermi portato Pallino”. Lo chiamava così. “Essere suo suocero è stato un onore”».

Sedici anni di differenza.
«L’ho conosciuto quando ne avevo 30, lui 46. Mai stato un problema. Paolo era giovane, vivo, divertente. Mi ha fatto vedere la vita in maniera diversa. Capire che volevo una famiglia, un figlio. Rispose: “Allora, non perdiamo tempo che non ho più vent’anni”».
Amore travolgente.
«E completo. Non avevo bisogno di niente altro. Per Paolo ho lasciato amici, famiglia, lavoro. Era la mia isola felice».

Che le raccontò di quei Mondiali dell’82?
«Veniva da un periodo difficile. All’inizio non si sentiva pronto, ma Bearzot credeva in lui e questo lo spinse a fare bene. Voleva vincere per ripagare la sua fiducia. La sera il ct gli mandava di nascosto una tazza di latte con i biscotti per fargli mettere peso».
Chi furono i primi a conoscerla?
«Tardelli e Cabrini, loro tre erano legatissimi. Quando ci siamo sposati Antonio mi disse: “Te lo consegno”. Era un gruppo unito, mi sono stati tutti molto vicini, li sento spesso».
Qualche lite.
«Sempre per la mia gelosia. Una volta gli arrivò un messaggio di una donna sul telefonino. Risposi io, fingendomi Paolo. E scoprii che lui era innocente, non ne sapeva niente. Glielo confessai, rise».
Bigliettini d’amore.
«Li lasciava ovunque per casa, sotto un vaso, sul comodino. E lettere d’amore lunghissime. Scriveva pure molto bene».
E lei?
«Gli regalavo fiori».

Gli mancava il calcio?
«No, era andato via da casa a 14 anni. Ritiri, allenamenti. Non ha mai voluto diventare allenatore, anche se ha avuto richieste importanti. “Mi basta quello che ho e che ho avuto”. Era un puro».
Famosissimo.
«Ancora gli arrivano lettere da ogni parte del mondo. Quando è morto mi telefonò Falcao. “Noi brasiliani per Paolo abbiamo pianto due volte: quando ci ha distrutto nell’82 e adesso che se n’è andato”».
Le nozze bis dopo dieci anni.
«Alle Maldive. Organizzai tutto io, era una sorpresa. Non sapevo perché ma sentivo che dovevo farlo. Sono partita con l’abito da sposa, pantaloni e camicia di lino per lui e i vestitini da damigelle per le bambine nascosti nella valigia. Sulla stessa isola incontrai Michelle Hunziker, mi prestò il truccatore. Per caso c’era pure Trapattoni in vacanza. A Paolo dissi che dovevamo fare delle foto per il resort. Lui odiava queste cose. Quando arrivò in spiaggia e vide l’altare in riva al mare commentò ironico: “Sarà per un matrimonio tra russi”. Invece era il nostro. Quel giorno siamo stati davvero più felici che mai».

Poco dopo, la malattia.
«Già alle Maldive aveva sempre mal di schiena. Era dimagrito. Un giorno, mentre camminava, di colpo gli caddero a terra i pantaloni. Erano diventati troppo larghi. Chiaro che c’era qualcosa che non andava».
I controlli.
«Fece una Tac d’urgenza. Gli scoprirono un tumore al polmone. Paolo aveva fumato sì, per un periodo, però nemmeno tanto. Fu un duro colpo. Ma eravamo convinti di farcela, insieme. Ci dicevamo: “Vinceremo questo nostro mondiale”».
Nessuno sapeva niente.
«Mantenere il segreto per quei nove mesi è stato faticoso. Non dissi niente nemmeno ai ragazzi dell’82. Marco non me lo ha mai perdonato. Qualcosa aveva intuito. Chiedeva: “Dimmi la verità”. Ma io gli rispondevo che sì, Paolo non stava bene, ma era tutto sotto controllo. Lui non voleva vedere nessuno e io ho rispettato il suo desiderio».
Non andò come speravate.
«Paolo è stato pure sfortunato. Si è rotto il femore e questo ha rallentato le cure».
Quell’ultimo gesto.
«Mi portai la sua mano sulla testa. Volevo sentire la sua protezione. Sapevo che mancava poco, che l’avrei perso».

L’addio.
«Il momento del congedo è stato difficile. Paolo non se ne voleva andare. Ma soffriva troppo, ballava nel letto. Allora gli ho detto: “Amore, adesso basta, vai”. Ed è andato».

Sono passati cinque anni e mezzo.
«Mi manca tanto, però lo sento sempre qui con me, in ogni momento. Come se fosse entrato in me e vivesse con me. Le nostre figlie me lo ricordano tanto, ogni giorno. Lo riconoscono anche loro:”Quando parli, mamma, è come se parlassi anche per papà”. Sofia poi è la sua fotocopia, la chiamano Paolina. Paolo mi è rimasto dentro, non mi sento mai sola».

Potrebbe innamorarsi di nuovo?
«Nemmeno ci penso, non ne sento la necessità. Quello che ho provato per Paolo è unico, non c’è stato prima, non ci sarà dopo».

Chi era Paolo Rossi?
«Una persona straordinaria, buona, sensibile. Con lui tutto diventava magico. Era un angelo».