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 2026  luglio 06 Lunedì calendario

Larissa Iapichino parla di sé e del suo nuovo record nel salto in lungo

Larissa ha tagliato la linea d’ombra in volo, sospesa tra presente e futuro, con una scarpa rotta e il dubbio atroce che fosse un salto nullo, buono solo per agitare un po’ la storia dell’atletica italiana e la sabbia. «Lì per lì non ho reagito, ho pensato: se è buono è molto lungo ma vuoi vedere che me lo annullano per un millimetro? La misura non arrivava mai. Poi ho sentito papà gridare: Lari, è record italiano!». 7,12. Un centimetro in più del 7,11 di Fiona May – che in questa storia di affetti separati ma sempre intrecciati è la madre e l’ex moglie —, ventotto anni dopo (22 agosto 1998).
Padre, Gianni Iapichino, e figlia, Larissa, reduci dall’impresa, sono in viaggio da Eugene, sede del meeting in cui l’azzurra si è presa il salto in lungo nostrano, e Portland, da dove parte l’aereo che li riporterà a Firenze. Papà, che allena la campionessa, scoppia d’orgoglio: «Questa misura arriva dalla Cina, dove Larissa aveva fatto troppi errori nella rincorsa – racconta —. A Stoccolma non era riuscita a gestire le condizioni ambientali, a Hengelo aveva gareggiato con il vento contro ma mi era piaciuta tanto. In allenamento era una bomba: a Eugene, finalmente, ha saltato come sa».
Larissa, come è stato saltare nel libro dei record?
«Da tempo sentivo di avere nelle gambe misure importanti: oltre i sette metri, nel lungo, si entra in un’altra dimensione. E non è stato un salto perfetto. Avevo un po’ di jet lag e la giornata era iniziata storta: si è rotto il supporto in velcro della scarpa del piede di stacco, che dà stabilità. Insomma, poteva essere l’inizio di una tragedia...».
Invece no.
«L’ho sistemata alla bell’e meglio con un’opera di ingegneria, e il primo salto è stato subito buono. Da lì in poi ho gareggiato in modo ponderato, per non strafare. Ho chiuso con un 6,91 dietro l’americana Tara Davis, che è un signor salto».
Anche Fiona, nel record del ’98 a Budapest, si era piazzata seconda dietro la fuoriclasse Heike Drechsler.
«Sono le coincidenze simpatiche di cui è fatta la nostra storia. Fare confronti dopo tanti anni non ha molto senso. Diciamo che io ho raccolto l’eredità di mamma».
Però il primato taglia un cordone e le consegna la disciplina, Larissa.
«Il 7,12 è stato un salto pieno di significati, però non lo vedo come una cesura ma piuttosto come una continuazione. Questa avventura inizia con Fiona e continua con me: è un passaggio di testimone. E adesso, dopo il record indoor e all’aperto, inseguo le medaglie».
Gli Europei a Birmingham ad agosto, il Mondiale 2027 in Cina, l’Olimpiade 2028 a Los Angeles. Tutto in tre anni.
«Sono serena: ho provato a me stessa di cosa sono capace. I record, prima che nelle gambe, li devi avere nella testa. Innanzitutto devi crederci intimamente: mi sono vista raggiungere l’obiettivo. Tra immaginare e fare c’è tanto lavoro, certo, ma la visualizzazione è importante».
Usa tecniche?
«Sì, mamma me le ha sempre consigliate. Niente di elaborato, cose semplici: momenti in cui mi isolo, immagino ciò che voglio e poi scrivo, per buttare fuori i pensieri e fissarli sulla carta».
L’abbraccio con papà è stato bello e sentito: cosa c’era dentro?
«Tanti momenti difficili, attraverso un percorso lungo. Papà ha creduto in me molto prima che lo facessi io, non ha mai avuto dubbi che potessi diventare una brava atleta. Io sono perseverante per natura, da bambina sognavo: lui mi ha sempre trasmesso una sicurezza cieca».

E Fiona come ha reagito allo scippo?
«Era in Inghilterra, dalla sua famiglia: ha visto la gara alla tv. Mamma era emozionata, pazza di gioia, orgogliosa di essere l’ex detentrice del record italiano del lungo, che rimane in famiglia. Me lo augurava da anni».
E ora, Larissa, come si concilia l’atletica con lo studio?
«Con pazienza, come sempre. Ho appena dato diritto del lavoro, bello tosto, mi ha dato 15 crediti. I prossimi saranno diritto internazionale (io amo la geopolitica) ed economia politica. Poi, pensando al futuro, vorrei virare sul diritto sportivo».
Spazio per l’amore ce n’è?
«Quando sarà, sarà. Ho già una vita piena, anche di affetti. Come tutte le cose, verrà il momento. Senza ansie».

Francesco Pernici batte lo storico record di Fiasconaro negli 800, lei quello di Fiona May. Altri due Gen Z, Sinner e Antonelli, dominano tennis e F1. Come sempre lo sport è migliore della società che raccontiamo?
«Non abbiamo il cervello bucato, non è vero che stiamo solo sul cellulare. Ho amici che studiano e lavorano. Non vedo pigrizia, vedo voglia di darsi da fare in un presente incerto. Noi atleti non siamo un’eccezione: siamo lo specchio di una generazione a cui ci accomunano i sogni, ma anche la sostanza».