Corriere della Sera, 6 luglio 2026
Il discount delle multe ai bracconieri. I cavilli per evitare l’arresto
Quattro euro per ogni uccello protetto abbattuto. Chissà le risate che si è fatto poche settimane fa, leggendo la sentenza sul sito del Wwf, il cacciatore Giovanni Esposito di Ischia condannato in appello per aver ucciso «50 esemplari di avifauna» in teoria tutelati dalla legge: 200 euro di multa. Un obolo. Soprattutto rispetto alla sanzione di 900 euro (quasi quattro volte tanto) che la legge votata in Senato dalla destra tra le proteste dell’opposizione, fissa per gli avversari della caccia che osino disturbare le doppiette, ad esempio soffiando nei fischietti per fare scappare le prede finite nel mirino.
Era recidivo, il bracconiere. Tanto che si era guadagnato la fama di «Freccianera l’imprendibile». Di più: non aveva la licenza di caccia, aveva un fucile vietato col silenziatore, era stato immortalato dalle fototrappole, aveva in casa munizioni illegali e nel frigo gli uccelli uccisi. Prove che lo inchiodavano. Eppure: 200 euro di ramanzina e nove mesi di carcere con la condizionale. Una condanna ridicola. Seguita, otto giorni dopo la denuncia dell’associazione ambientalista, dalla solenne promessa di Francesco Lollobrigida all’Aska: «La riforma della 157 non è come qualcuno racconta una legge che serve a garantire i bracconieri ma il contrario. In queste ore stiamo presentando un emendamento che triplica le sanzioni penali per i bracconieri che sono criminali che vanno puniti e perseguiti». Che fine ha fatto? Boh...
La tabella che mette a confronto le punizioni previste dalle norme del 1992 e quelle nuove (ammesso che la legge sia confermata alla Camera dove è in discussione) lascia molti dubbi. Certo, dopo il vergognoso abbattimento tre anni fa dell’orsa Amarena, che passeggiava pacifica coi cuccioli tra i turisti di San Benedetto dei Marsi senza avere mai dato segnali di aggressività (il processo è tutto un rinvio...) c’è stato un teorico raddoppio dell’oblazione (da 10 a 20 mila euro) per chi abbatte un orso d’Abruzzo. Così come viene aumentata la pena per chi spara nei periodi (sempre più brevi) in cui la caccia è chiusa.
Sul resto, però, il confronto è scoraggiante. Giocando su un calcolo scontato dell’inflazione ed evitando gli automatismi di rivalutaistat.it, ad esempio, catturare o uccidere gli uccelli più rari e protetti (aquile, fenicotteri, ibis eremiti) la multa fissata è di 4.000 euro invece che 4.410. Abbattere un muflone sardo, un camoscio d’Abruzzo, un orso o uno stambecco 12.000 euro anziché 13.231. Catturare o ammazzare esemplari della fauna stanziale alpina come il francolino di monte 6.000 euro invece di 6.615. E via così, con un abbuono medio su gran parte delle oblazioni (che in vari casi diventano facoltative, offrendo al cacciatore furbo la possibilità di cavarsela pagando la metà) intorno al 10 per cento.
Ancora più stupefacente è la scelta sulla pena da infliggere (art. 30, comma 1, lettera h) a chi abbatte specie protette utilizzando richiami elettronici e fucili non consentiti. Uno dei reati più diffusi. La legge del 1992 fissava un’ammenda massima di 3 milioni di lire pari a 3.307 euro attuali. Quella nuova, discount, doveva essere 3.000. Ma anche questa cifra pareva troppo alta alla lobby parlamentare dei cacciatori. E alla fine è passato un emendamento con un ulteriore sconto: 2.000 euro. Crepi l’avarizia.
Ancora più divertente, se ci fosse da ridere, sarebbe il ritocco alle sanzioni previste per chi caccia nei parchi e nelle aree protette. In origine prevedeva «l’arresto fino a sei mesi e l’ammenda da euro 464 a euro 1.549 per chi esercita la caccia nei parchi nazionali, nei parchi naturali regionali, nelle riserve naturali, nelle oasi di protezione...». Rivisto da qualche sapiente manina nascosta dietro il linguaggio burocratico, ecco la versione finale che dispone: «L’arresto fino a sei mesi o l’ammenda da euro 900 a euro 3.000 per chi esercita la caccia nei parchi nazionali, nei parchi naturali regionali, nelle riserve naturali, nelle oasi di protezione...».
Notato niente? Fate conto che sia un indovinello della settimana enigmistica. Vi aiutiamo: nel nuovo testo c’è una «o» al posto di una «e». Col risultato che nella prima versione della legge il bracconiere «criminale» (definizione del ministro Lollobrigida) beccato a cacciare in un parco naturale poteva essere condannato con «l’arresto fino a sei mesi» più l’ammenda. Nella seconda o l’una (l’arresto) o l’altra (l’ammenda) delle sanzioni. E chi paga (la metà del massimo) estingue il reato. Una di quelle furbizie che non fanno onore a chi giochicchia in Parlamento con i cavilli...
C’erano una volta cacciatori come Mario Rigoni Stern che difendevano in modo serio le loro ragioni intorno alla nobiltà dell’antica «arte di Diana». Davanti a queste cose, potete scommetterci, lui arriccerebbe il naso.