Corriere della Sera, 6 luglio 2026
Il nuovo super centro di comando militare in Egitto
Otto, perché fin dai tempi degli Egizi simboleggiava l’infinito: come il potere di Al-Sisi. Otto, perché era il numero sacro al dio Thoth che tutto originava: proprio come il presidente dell’Egitto. Otto, perché tante sono le punte che nelle moschee danno equilibrio e ordine alle stelle dei mosaici. Otto, perché sono i lati della Piramide di Cheope, le più antica delle Meraviglie del Mondo. E infine otto ch’è sempre meglio di cinque: se gli amici americani si son costruiti il Pentagono, perché noi non possiamo farci un Ottagono?
Un sabato di luglio, nell’alta uniforme dorata dai fregi, nella luce dorata e uniforme della New Cairo, il feldmaresciallo Abdel Fattah Al-Sisi firma un documento rilegato in una copertina vermiglia e destinato all’idea che ha del suo Egitto. S’inaugura l’Ottagono. Il padre di tutte le guerre e di tutte le forze egiziane. Il quartier generale della quindicesima armata più grande del mondo. L’opera faraonica d’un tetragono Rais che si pensa un Nasser e declama, esaltato dagli ottavi (otto...) conquistati ai Mondiali di calcio: «Lunga vita all’Egitto!».
Il nome ufficiale dell’Ottagono è Comando Strategico, ma nessuno lo chiamerà mai così. L’ultimo regalo di Al-Sisi alla casta militare ha 92 km quadrati di superficie, praticamente mezza Milano, ed è diviso in 13 «aree strategiche», otto edifici – quelli centrali, va da sé, riservati al presidente egiziano —, centri di comando delle tre armi, sale controllo per droni e intelligenza artificiale, specialisti nella cyber-war, database sotterranei e unità di comunicazione, batterie antiaeree, sistemi d’intelligence e ricognizione satellitari, fibre ottiche ultraveloci, wireless criptati, raffreddamento degl’impianti energetici e idrici in caso d’emergenza... «Un salto di qualità per difendere la pace», promette il Faraone: quella con Israele, che resiste dal 1979; quelle mediate a Gaza e a Hormuz, che non si vedono; quella con la vicina Etiopia, che fa acqua a causa della diga sul Nilo. Era dal raddoppio di Suez, nel 2015, che Al-Sisi non indossava in pubblico la divisa militare: un segnale, per ricordare che le guerre e il ridotto traffico nel Canale stan facendo perdere al Cairo 10 miliardi di dollari l’anno. E che le forze armate rimangono l’ossatura del regime: dopo Israele, assieme ad Arabia Saudita e Turchia, questo è il Paese mediorientale che più spende in armamenti, secondo una tradizione che dura dal nasserismo e che ha fatto dell’egiziano il più grosso esercito d’Africa, un milione di soldati. Solo in muratura, l’Ottagono è costato un miliardo. Un 60esimo di quanto finirà per valere New Cairo, la nuova città dei ministeri, una specie d’Islamabad a 40 km dalla capitale che Al-Sisi vuole lasciare ai posteri.
Chi paga? Un egiziano su quattro vive sotto la soglia di povertà, il Cairo è senza energia e in preda ai blackout, il debito estero è quasi argentino. E l’Ue sta preparando un prestito da 7,7 miliardi d’euro. Al feldmaresciallo andrebbe ricordato che, sulle monetine da un centesimo, l’Europa ha coniato l’antica fortezza di Castel del Monte. È un ottagono. Sembrava inespugnabile e fu più volte distrutta, abbandonata. Che ne sa Al-Sisi, però: degli spiccioli, lui non si cura.