Corriere della Sera, 6 luglio 2026
Trump chiama Putin, il Cremlino esulta
Questa volta è stato Donald Trump a chiamare Vladimir Putin sulla linea riservata tra la Casa Bianca e il Cremlino. Il colloquio, il quarto di quest’anno, è andato avanti per un’ora e mezza. La parte russa gongola: «Vale la pena ricordare – spiega ai media Yuri Ushakov, il consigliere di politica estera dello Zar – che siamo stati noi russi a prendere l’iniziativa del precedente contatto telefonico del 14 giugno, in occasione dell’80° compleanno di Donald Trump. Ora, invece, sono stati i partner americani a proporre di tenere la conversazione proprio nel giorno in cui si celebrava il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti».
Secondo Ushakov, che ha definito la conversazione «altamente costruttiva e fattuale», la telefonata è iniziata «con le congratulazioni personali del presidente Vladimir Putin a Donald Trump e a tutto il popolo americano per questa ricorrenza simbolica, ricordando il contributo della Russia alla formazione dello Stato americano». Putin e Trump hanno anche «ribadito l’importanza di un approccio rispettoso nei confronti dei capitoli comuni della storia che ci uniscono» e hanno sottolineato che i due popoli «non dimenticheranno mai l’alleanza degli anni della Seconda guerra mondiale».
Alla vigilia del vertice Nato di Ankara, dove Trump è atteso tra molte trepidazioni degli alleati, il colloquio è un bonus inaspettato per la propaganda del Cremlino, pronto a sottolineare che Trump ha di nuovo offerto i suoi buoni uffici per aiutare a porre fine alla guerra in Ucraina. Ed è significativo che questo accada proprio mentre la Russia ha intensificato i suoi attacchi nel Donetsk, l’obiettivo più ambito dell’aggressione iniziata quattro anni fa.
Guerra e musei
Ushakov infatti ha dedicato molto del suo «spin» all’Ucraina spiegando che Trump ha confermato l’impegno a mediare dei suoi due negoziatori, Steve Witkoff e Jared Kushner, i quali sarebbero pronti a recarsi a Mosca al momento opportuno. Da parte russa, così il consigliere di Putin, «è stata enfatizzata la preferenza per una risoluzione politico-diplomatica del conflitto, tenendo necessariamente conto degli approcci di principio della Russia», frase in codice per dire che il Cremlino vuole negoziare ma alle sue condizioni. Mosca ha più volte ripetuto che una tregua può darsi soltanto se l’intero Donbass venga portato sotto il suo controllo.
Putin ha ovviamente riproposto a Trump la narrazione russa, secondo cui le sue forze di Mosca «stanno avanzando con sicurezza sul campo di battaglia, liberando un centro abitato dopo l’altro». Ushakov ha evocato nuovamente la conquista di Kostantynivka, centro strategico per il controllo del Donetsk, che invece l’Ucraina contesta, dicendo che solo piccoli gruppi di soldati sono entrati in città e che sono in corso azioni per respingerli.
Ma la palese soddisfazione per l’iniziativa trumpiana, in cui i due leader avrebbero trovato anche il tempo per parlare del museo dell’Hermitage a San Pietroburgo, non ha impedito che alcune voci in dissonanza si facessero sentire. Giusto per ricordare che gli americani sono sempre quelli.
L’ex presidente e premier Dmitrij Medvedev nota che l’America non è né un modello da seguire, né l’impero del male, ma non ha alcun diritto di prendere decisioni per conto degli altri, tantomeno di imporre la loro volontà.
Secondo la Komsomolskaya Pravda, le telefonate tra Putin e Trump rivestono un’enorme importanza per il mondo intero «e per i nostri soldati in prima linea». «Il risultato di questo lavoro lo vedremo già il 7-8 luglio», cioè al vertice Nato in Turchia. «Non bisogna illudersi – continua il quotidiano – : gli Stati Uniti, ovviamente, non si opporranno al fatto che l’Europa investa altri 70 miliardi in Ucraina (a condizione che i fondi siano destinati all’acquisto di armi americane, ovviamente). Ma qualcosa suggerisce che non si riuscirà ancora una volta a “trascinare” Washington dalla parte di Kiev. E questo è il punto fondamentale». Detto altrimenti, a torto o a ragione, la Russia e le sue élite continuano a vedere nel presidente americano un fattore decisivo a suo favore nella partita ucraina.