Avvenire, 5 luglio 2026
«Il conflitto in Sudan finanziato con il contrabbando dell’oro»
La guerra infinita del Sudan si finanzia con l’oro di contrabbando. Intanto, in queste ore, mezzo milione di abitanti di El Obeid, città assediata dalle Forze di supporto rapido nello stato sudanese del Nord Kordofan, rischiano di affrontare massacri su larga scala e atrocità in un bis dell’orrore dell’ottobre 2025 di El Fasher, in nord Darfur, dove la capitolazione venne seguita da crimini contro l’umanità e pulizia etnica commessi dai paramilitari. Nessuno riesce o vuole fermare il conflitto sudanese che ormai è molto più della guerra per il potere tra l’esercito sudanese, guidato dal generale Al Burhan, e le Rsf comandate da Mohammed Dagalo. Quello scoppiato nell’aprile 2023 è diventato un conflitto in cui si confrontano potenze regionali e i Paesi del Golfo.
L’esercito è sostenuto da Egitto, Eritrea, Arabia Saudita mentre i paramilitari da Emirati Arabi e dal network territoriale di Abu Dhabi, ovvero Etiopia, Libia di Haftar, Chad e Repubblica centrafricana che forniscono supporto logistico e favoriscono il passaggio di armi, droni e mercenari. Un rapporto di Human rights watch dello scorso maggio forniva prove del coinvolgimento di centinaia di mercenari colombiani arruolati dalla società di sicurezza emiratina Global Security Services Group. Ma quali interessi rendono infinito il conflitto sudanese, che ha generato la più grande crisi umanitaria del pianeta? Oltre al controllo del Mar Rosso, la miniera d’oro del sottosuolo del Sudan, come ha risposto il tavolo convocato a metà giugno dai padri comboniani a Roma con diverse realtà della società civile. Tra i partecipanti, i rappresentanti della diaspora sudanese in Italia, Rete Pace e Disarmo, Focolari, Emergency, Medici Senza Frontiere, Sant’Egidio, Pax Christi, Focsiv, Cipax, Acli, Caritas Italiana, Movimento Nonviolento. L’obiettivo era elaborare linee di intervento per promuovere la trasparenza e contrastare il traffico di oro e l’utilizzo che ne viene fatto per finanziare la guerra.
Un dossier pubblicato da Nigrizia spiega come sia il sistema internazionale di contrabbando del metallo giallo a finanziare gli attori del conflitto sudanese. Una filiera illegale che arricchisce il mercato e la finanza globale prima di approdare adeguatamente ripulita nelle vetrine delle gioiellerie occidentali attraverso la Svizzera.
Secondo la Ong svizzera Swissaid, specializzata nel monitoraggio del commercio di oro a livello internazionale, e l’organizzazione The Sentry, in prima linea nello studio dei minerali da conflitto, tra il 50% e il 70% dell’oro sudanese, ovvero 70 tonnellate annue per un valore oscillante tra i 9 e i 12 miliardi di dollari, viene estratto e contrabbandato dai belligeranti. I flussi illegali fanno giri diversi, secondo gli esperti, ma la stragrande maggioranza della produzione aurifera finisce comunque negli Emirati, secondo importatore mondiale di oro dopo la Svizzera, con circa 1.400 tonnellate annue per un valore di 105 miliardi di dollari. Più della metà di questo oro è africano. Il traffico si articola lungo catene di valore opache e difficili da monitorare anche per una normativa internazionale lacunosa. Neanche un grammo di oro illegale è stato bloccato alle frontiere dalle autorità emiratine. Il metallo giallo arriva nella confederazione elvetica già raffinato, il che complica la possibilità di accertarne l’origine. Inoltre gli Emirati hanno molti protettori. Secondo il quotidiano britannico Guardian, Londra avrebbe rinunciato a intervenire sui massacri in Darfur e taciuto le informazioni in suo possesso sul ruolo nel conflitto dell’Etiopia. Mentre Stati Uniti e Israele farebbero da scudo contro sanzioni e meccanismi di controllo più stringenti. Ma il tavolo Sudan continuerà a informare e sensibilizzare e fare pressioni anche per disarmare l’oro del Sudan.