il Giornale, 5 luglio 2026
Ariosto il contemporaneo
Il cardinale Ippolito d’Este, con quella scudisciata feroce sull’orgoglio del suo segretario, forse aveva davvero capito tutto: messer Ariosto dove ha preso tutte queste corbellerie? In realtà usò un altro termine che nei libri di letteratura si preferisce non ripetere. Qui in fondo c’è davvero il senso profondo dell’Orlando Furioso, il poema eroicomico condannato a essere sempre contemporaneo proprio per la forza di quelle coglionerie. Sono quelle storie surreali, strappate a Ovidio, Virgilio e Luciano di Samosata, rielaborate nella lingua più musicale che ci sia, l’ottava d’oro, a disegnare l’immaginario Occidentale. Tutto comincia con un eroe morto a Roncisvalle per difendere l’Europa cristiana e l’interpretazione che ne danno due autori italiani troppo disincantati per credere davvero alla sacralità della chanson de geste. È la nostra epopea. È la frontiera, con terre ignote sulla mappa, da esplorare, terre meravigliose dove tutto è possibile, dove perdersi e seminare avventure. È il bosco, l’isola e il mare aperto. Orlando è proprio così, come uno sceriffo del lontano West, con le gambe arcuate alla John Wayne. Potrebbe stare tranquillamente sulla diligenza per Lordsburg. Solo che poi arriva un certo Boiardo e la fa innamorare di una presunta principessa del Catai bionda, finta, e a piedi scalzi. L’effetto sfiora il ridicolo. Orlando si mostra fragile e improbabile. A quel punto tocca appunto a messer Ariosto dare il tocco finale. L’eroe impazzisce, viene letteralmente messo a nudo, e se ne va in giro a disarticolare il mondo fino a quando il più dolce degli impostori non va sulla Luna a recuperare il senno. È la chanson de geste spaghetti e non ha mai smesso di farci sognare l’avventura, senza però crederci troppo.
L’Orlando furioso non è un poema antico travestito da moderno, è un poema che ci riguarda e conviene tornarci adesso, perché Ariosto sta per riaffacciarsi. Una nuova edizione critica delle sue Lettere, in uscita per Carocci a cura di Chiara De Cesare, restituirà le oltre duecento missive del poeta diplomatico, del commissario in Garfagnana, dell’uomo che aveva fatto incidere sulla casa di Ferrara, piccola ma adatta a lui, parva sed apta mihi. È il primo passo verso il 2033, i cinquecento anni dalla sua morte. Solo che mezzo millennio non basta a renderlo polvere.
Ariosto è nostro contemporaneo perché ha inventato la sospensione delle serie. Lascia un cavaliere con la spada a mezz’aria, taglia, ci porta dall’altra parte del mondo a seguire un’altra storia, e ci tiene lì, in attesa, fino a quando gli pare e ci costringe alla maratona davanti a un video prima che la patologia esistesse.
Ariosto è nostro contemporaneo perché la sua guerra è finta e i suoi morti sono veri. Si combatte dentro una favola di paladini, dentro un gioco di incantesimi e ippogrifi, eppure i corpi restano a terra, le città bruciano, il sangue è sangue. È la guerra come la guardiamo noi, sullo schermo, dentro la cornice di un racconto che la rende spettacolo, e che proprio per questo la fa sembrare meno reale.
Ariosto è nostro contemporaneo perché il palazzo di Atlante è un metaverso. Ognuno vi entra e ci trova dentro l’immagine che insegue, la rincorre per i corridoi, gira e gira e non la raggiunge mai. È una simulazione costruita su misura del desiderio di ciascuno, e Atlante non è un mago, è il proprietario di una piattaforma, guardali come sono tutti lì dentro, ciascuno dietro il suo fantasma. Orlando insegue l’idea di Angelica, non la donna vera ma il simulacro che si è costruito, e per quel simulacro butta via la ragione. Sacripante insegue un rimpianto, l’attimo in cui poteva prenderla e non l’ha fatto, e si nutre del passato come gli innamorati tristi di ogni epoca. Gradasso ha già un regno sterminato e attraversa il mondo per due oggetti che non gli servono, la spada di Orlando e il cavallo di Rinaldo, perché vuole possedere la leggenda, il nome. Ferraù torna a frugare nel fiume per un elmo perduto. Rinaldo desidera chi lo fugge e fugge chi lo desidera, eternamente sfasato. Bradamante insegue un destino, una stirpe da fondare, l’amore ridotto a progetto di storia. E Atlante, lui, insegue la salvezza di un ragazzo, e per salvarlo lo imprigiona, perché anche la cura, quando diventa controllo, è una gabbia. La vera beffa, però, è un’altra. Ognuno crede di inseguire la propria felicità, il proprio avatar, e intanto è inseguito dalla propria paura. Atlante non li tiene prigionieri con il desiderio, li tiene prigionieri con il terrore di perdere ciò che desiderano, la felicità davanti e la paura alle spalle. È la paura la maledizione del metaverso. E in tutto quel correre c’è una sola che si ferma, e capisce che l’immagine inseguita da tutti non è lei. Angelica si guarda nel palazzo e si scopre un’altra, sa di essere diventata un avatar di sé stessa, e questo la salva.
Ariosto è nostro contemporaneo perché Angelica ha un anello che distingue il reale dal virtuale. Al dito annulla ogni incantesimo, in bocca la fa sparire, è il dispositivo che spegne la simulazione, la pillola che ti sveglia, e insieme il bottone per uscire dallo sguardo, perché Angelica, che sa di sale e sudore, è la prima influencer, pura immagine che circola di voce in voce, desiderata da tutti senza che nessuno la conosca, superficie su cui ognuno proietta la propria mania. Tutti la vogliono, nessuno la vede. L’anello è il diritto di disconnettersi, e lei lo usa per scegliere Medoro, l’unico che non la insegue.
Ariosto è nostro contemporaneo perché sulla Luna c’è tutto quello che perdiamo sulla Terra. Astolfo ci vola sopra l’ippogrifo e trova la valle dove finisce ogni cosa smarrita, le lacrime, i sospiri, il tempo buttato, le preghiere mai esaudite, e il senno degli uomini, chiuso in ampolle, ciascuna col suo nome. È la nuvola, l’archivio remoto, il backup della ragione che qualcuno deve andare a recuperare in orbita perché quaggiù non c’è più. Ci siamo costruiti una Luna anche noi, un posto lontano dove depositiamo memoria e parole. Ci vuole un viaggio sulla Luna per recuperare quello che avevamo a portata di mano.
È questo che Ariosto ci dice da cinque secoli, sottovoce, mentre finge di raccontarci una favola di cavalieri, che siamo tutti pupi che inseguono fantasmi, che la felicità ci scappa davanti e la paura ci morde i talloni, e che il senno, quando lo perdiamo, va sempre a finire troppo lontano.