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 2026  luglio 05 Domenica calendario

Alfonso Signorini parla dello scandalo delle chat e del suo presente

«Appena sono arrivato alla fiera di Verona, per la prima prova, tra solisti, mimi, figuranti e coristi mi sono trovato davanti centinaia di persone che mi hanno accolto con un applauso interminabile. Nessuna parola, nessun bisogno di alcuna spiegazione. Solo quelle mani che battevano senza mai smettere. Mi è arrivato dritto al cuore. È stata la risposta a tutti questi mesi di silenzio. Ho fatto un respiro profondo e ho pensato: Bene e adesso iniziamo a lavorare».
Eccolo qui Alfonso Signorini. Finalmente ha deciso di parlare, dopo un silenzio lunghissimo. Ha scelto il Giornale. Sono andata a trovarlo dove si è sistemato sulle colline vicine e Verona, quelle della Valpolicella. Si sale su per una strada tutta curve che attraversa le vigne dove nasce l’Amarone. Lui è alloggiato in una tenuta isolata e splendida. Signorini si è ritirato a Verona perché la sua nuova fatica è qui. All’Arena va in scena La Bohème, il capolavoro di Puccini, e a lui è stata affidata la regia. Ora ne parliamo, ma prima partiamo dallo stranoto «affaire Signorini»: la storia delle sue chat privatissime e intime con alcuni ragazzi, a sfondo sessuale, che sono finite pubblicate sul web e hanno alimentato una vera e propria gogna. Oggi Signorini è in ottima forma. Ha molti progetti. Ha resistito allo tsunami ed è pronto a ripartire.
Alfonso, quale è stato il tuo primo pensiero quando è esploso lo scandalo?
«Solo quello di costruirmi una bolla. Perché si costruisce una bolla? Per sopravvivere. Perché tu sei al centro di un clamore mostruoso, una gogna mediatica che vuole annientarti, e devi in qualche modo capire come sopravvivere. Non come vivere: come sopravvivere».
Chi non ce la fa?
«Si ammazza».
Tu ce l’hai fatta?
«Ce l’ho fatta con mia grande soddisfazione. Soprattutto con il supporto del mio compagno, che aveva tutto il diritto di dirmi: Arrivederci e grazie e invece mi è stato a fianco giorno dopo giorno».
Te lo aspettavi?
«Sì, perché lo conosco bene. Ma non è una cosa così scontata».

Cosa ti è servito per resistere?
«Innanzitutto la mia coscienza, poi la fede che viene in aiuto quando la vita è più dura e da ultimo una garanzia economica che mi ha permesso di difendermi».
Chiunque può salvarsi da un attacco di queste dimensioni?
«No. Se io non fossi stato una persona strutturata e se non avessi avuto il supporto di pochissimi amici e il lavoro straordinario dei miei avvocati (Domenico Aiello e Daniela Missaglia), non ce l’avrei fatta».
Da mesi non parli, non rilasci dichiarazioni. Perché?
«Anche gli amici me lo chiedono. Io penso che ciò che è stato visto ed è stato detto non abbia bisogno di commenti. Ognuno si è fatto un’idea molto chiara, non c’è bisogno che io spieghi nulla. Almeno, per ora».
In cosa consiste la «bolla» nella quale ti sei chiuso?
«Ho sentito l’immediato bisogno di staccare dal mondo della tv e dei giornali».
Perché hai lasciato la direzione editoriale di «Chi»? Per la gogna mediatica?
«No. La gogna mediatica non c’entra nulla. Avevo già concordato con l’azienda la decisione di lasciare molti mesi prima che tutto questo scoppiasse. Avevo raccontato per 40 anni della mia vita il mondo dello spettacolo, della politica, del costume. Da un po’ di tempo ero stanco. Mi sentivo fuori posto».
Non ti andava più?
«Non mi andava più da un pezzo, anche perché grazie al cielo ho delle risorse alternative. Alla fine ho avuto proprio l’esigenza di staccare».
Rottura con il mondo dello spettacolo?
«Anche quando facevo tv, io col mondo dello spettacolo non mi sono mai identificato».
Ti piaceva?
«All’inizio mi piaceva. Il Grande Fratello era il programma più virale, più commentato e più crocifisso del pianeta. Due volte alla settimana per sei mesi era pesante. Io avevo in cambio popolarità, soddisfazione e un successo che accarezzava il mio ego. Però non andavo a fare le vacanze coi colleghi. C’era distacco. Lo stesso col mondo del giornalismo. Ho fatto il direttore per 18 anni. Credo di essere stato il direttore meno legato ai circoli del potere».
Però con Berlusconi sei stato amico?
«Ho avuto un grande affetto per Silvio Berlusconi. Enorme. Perché se lo meritava. Ma non frequentavo Arcore».
Lui ti chiamava?
«Berlusconi mi chiamava: Perché non sei mai alle mie cene?, mi chiedeva. Rispondevo: Non fa per me».
Cosa c’è ora nella «bolla» nella quale hai deciso di vivere?
«In realtà niente di nuovo. Musica, scrittura, viaggi, bellezza: ma ci sono sempre state queste cose nella mia vita. Come gli affetti. La novità è che queste cose sono diventate la totalità della mia vita».
Ti appaga?
«Moltissimo».
Però sei isolato?
«Mi sono isolato nella bolla e non ho permesso a niente e a nessuno di entrare. Ho detto ai miei avvocati: Voi mi sostituite. Io non voglio sapere più niente. Ho cambiato anche il numero di telefono per evitare i messaggini degli amici».
Di cosa avevi bisogno?
«Di non avere contatti con il mondo esterno. Di impedire che qualcuno mi facesse sentire sporco per una cosa della quale non mi devo assolutamente vergognare».
Ci sei riuscito?
«Molto bene».
Quanto tempo ci è voluto?
«Alcuni mesi».
Dopo la gogna che ti ha travolto, hai avuto paura ad affrontare il mondo esterno?
«Sarei bugiardo se ti dicessi che non ho provato quella paura. Però dalla prima volta che sono uscito mi sono reso conto che le persone non solo non mi additavano, ma si avvicinavano e lo fanno tutt’ora, per esprimere la loro solidarietà. La paura era solo nella mia testa ma la realtà ha raccontato altro».
Cos’è la cosa che hai fatto più fatica a digerire?
«La distonia tra quello che io sono e quello che è stato raccontato».
E quella che ti ha fatto più male?
«A parte la gogna, il silenzio di certe persone che si professavano fratelli, amici, che in passato con biglietti e lettere manifestavano tutta la loro stima professionale e il loro affetto. E che sono letteralmente spariti. Neppure il gesto di prendere in mano il telefono per chiedermi Come stai?. Ecco, tutto questo dopo trent’anni di frequentazioni, di attestati di affetto, non me lo sarei mai, dico mai, aspettato. Una mancanza di umanità, di empatia che mi ha profondamente ferito. È una cosa che non dimenticherò facilmente. Ma non è questo il momento per lasciarsi andare a questo genere di considerazioni».
Chi sei tu?
«Di sicuro so chi non sono. E chi non sono è quello che è stato raccontato».
Allora dimmi tu chi sei.
«Non sono Bernadette né mi considero un santo. Sono una persona che vive la vita nella sua totalità e con tutti i suoi colori. Sono fermamente convinto che ognuno nella sua vita privata debba avere il diritto di fare quello che gli pare. Se non commetti reati, non puoi essere privato di questa libertà».
Di tutta questa vicenda cosa ti ha dato più fastidio?
«Il silenzio di alcune persone che avrebbero potuto parlare. Penso alla politica, al giornalismo. Tacere significa essere conniventi con un sistema che potrebbe colpire chiunque».
Sei stato attaccato anche con spirito omofobico?
«Sì, c’è stata un’omofobia mostruosa».
Le organizzazioni Lgbtq sono intervenute a tua difesa?
«No. Silenzio. Silenzio totale. Eppure si muovono spesso, a volte anche in situazioni molto meno evidenti di omofobia. La cosa paradossale è che se un etero si approccia ad una ragazza nessuno ha niente da dire. Se a farlo è un omosessuale viene messo in croce. Anche questa è una battaglia civile da fare».
Hai ricevuto solidarietà privata?
«Sì, ho ricevuto telefonate di persone molto importanti anche nel mondo dello spettacolo. Parlo anche di numeri uno che dicevano: È una vergogna quello che ti stanno facendo. Io gli rispondevo : Vero, allora perché non lo dichiari pubblicamente? Allora abbassavano la voce e sussurravano: Non posso, sennò vengo messo in croce anche io».
Hai capito chi veramente era tuo amico?
«Sì, certo. Oggi so chi conta nella mia vita e mi sento più ricco. Sono felicissimo che non ci sia più nessuno sul mio carro. Ma voglio che non salga più nessuno. Pur senza rinunciare alla mia vita e alla mia generosità».
C’è stato qualcuno dalla tua parte che non ti aspettavi?
«Sì, molti. Persone che mi vogliono bene davvero. Un giorno mi è arrivata una raccomandata da Firenze: 1780 euro di una ex farmacista di 78 anni. Mi ha scritto: Io la seguivo in tv, io guardo negli occhi le persone e ho visto chi è lei. Voglio partecipare alla sua difesa. Sono le cose che ti dicono: Resisti, non gliela diamo vinta».
E i 1780 euro?
«Li ho restituiti».
Qual è stata l’accusa che non ti è andata proprio giù?
«L’accusa di abuso di potere. Io non ho mai considerato il potere. Sempre rifuggito. Altrimenti chissà dove sarei arrivato».
Se tu potessi tornare indietro?
«Rifarei tutto. Non ho fatto nulla di cui vergognarmi».
Ti manca la tv?
«No. Non mi manca».
Perché siamo a Verona?
«Perché in questa bolla c’è la musica. C’è sempre stata. Prendo lezione di piano due ore al giorno col mio vecchio maestro di pianoforte, 78 anni. La musica in questo momento è ancora più importante di prima. E allora sono qui perché curo la regia della Bohème che ha debuttato venerdì sera all’Arena».
Ti da forza questo impegno?
«Beh, sì: impegnarsi in una realtà così importante come la regia in uno spazio così prestigioso come l’Arena di Verona è un grande orgoglio».
Ne hai bisogno?
«Voglio dedicarmi a questo. Ho avuto la fortuna di conoscere persone che hanno avuto fiducia in me. Sono a lavorare con i giovani. Mi sembra di tornare al mio vecchio mestiere di insegnante. Io sono il regista, loro sono 350 nel palcoscenico, dietro le quinte altri 1000».
Perché la Bohème?
«Bohème è l’opera più intimista di Puccini. Tutto si svolge in una stessa mansarda tra quattro amici. Tutto molto piccolo tranne la scena nel quartiere latino. Il palcoscenico dell’Arena è enorme: è tre volte la Scala. Devi trovare il modo di riempirlo. È una sfida nella sfida. Un’opera che qui non si faceva da 12 anni. La meno areniana».
Ti piace la sfida?
«Questo mi permette una chiave di lettura particolare. Oggi fare opera non è semplicissimo. Perché le regie sono diventate estremamente simboliche. È passata la scuola tedesca: regie che sfidano i luoghi comuni del melodramma. Nel Macbeth, oggi, il protagonista fuma il sigaro e prende l’ascensore, la Traviata è ambientata al Moulin Rouge. Il Nabucco mette sul palcoscenico un missile nucleare. Se vuoi ripristinare la tradizione sei tu che vai controcorrente».
E tu vuoi?
«Sì. Sono in minoranza».
Come lavori?
«Attenzione maniacale alla ricostruzione: costumi, ambiente. Però in questa cura del dettaglio ci deve essere anche una lettura moderna. Altrimenti fai Zeffirelli o Visconti. Allora io lavoro sul testo. Ho costruito una scenografia speciale a questo scopo. La casa di Rodolfo e Mimì è aperta, trasparente, sul palco ci sono Rodolfo e Marcello che cantano ma puoi vedere sullo sfondo anche Mimì, che non è una ragazza angelicata, no, è una ragazza di 22 anni che vive a Parigi, viveva da sola, ed è una donna che vuole vivere la sua vita da ventenne. Mimì va da Rodolfo, si propone, è intraprendente, va con quattro uomini al caffè parigino. Ha lasciato Rodolfo per il viscontino».
Così dai la modernità?
«Sì, con questa interpretazione do una modernità all’opera. Senza far morire Mimì di overdose o di Aids».
È il tuo primo impegno in teatro?
«All’Arena di Verona sí, anche se sono già stato in grandi teatri come il Mariinskij di San Pietroburgo, il Bellini di Catania e ho inaugurato diverse stagioni del Festival Puccini di Torre del Lago».
Con che stato d’animo?
«Con entusiasmo. Non mi pongo il problema del risultato. Poi certo mi auguro il successo. Vorrei dedicarmi a questo in futuro. Ho tante idee per la testa».
Prossimi impegni?
«Sarò a Liegi e a Parigi. L’avventura nella musica continua».
Mai più televisione?
«Non è detto. Non escludo che la televisione torni nella mia vita».
Tu amavi la tv. Amavi anche il Grande Fratello?
«Certo. Dicevo: viviamo nel Grande Fratello. Siamo tutti vittime del Grande Fratello. Mi piaceva perché me lo sono costruito addosso. Anche il mio giornale me lo sono costruito su misura».
Non è giusto?
«Se hai un minimo di personalità è giusto».
Cosa ti ha tolto questa vicenda?
«Mi ha tolto un anno di spensieratezza. Io sono profondo, credo, ma leggero. Amo tutti i colori della vita. I più accesi me li hanno tolti e non me li ridà più nessuno...».
Cosa pensi dei social?
«I social sono una bolla. I social non influenzano neanche dell’1% lo share di un programma tv. Se un programma ha successo o no, non dipende dai social. Me ne sono accorto durante il Grande Fratello. Persone esaltate dai social e stroncate dal televoto».
Fanno danni?
«Il sistema dei social favorisce i leoni da tastiera. Io dico: ciascuno deve poter esprimere un’opinione e una critica. Però deve essere responsabilizzato. Quando esprimo devo avere un nome e un cognome e assumermi le responsabilità. Dovrebbe essere una battaglia comune tra le forze politiche».
Cosa ti ha ridato slancio?
«Quell’applauso alla Fiera di Verona. Niente parole ma mi è arrivato al cuore».