il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2026
Intervista a Emma Dante
Tostissima.
Cosa?
Ha la fama di tostissima.
Anche voi del Fatto. (Sorride) Che poi alla fine sono una persona docilissima.
La fama resta.
Il mio è un teatro tosto.
Spieghiamo.
Un teatro che cerca di scoprire le ferite, di indignarsi. Poi, ribadisco, nel privato sono docile.
Lo spettatore quando esce da una sua rappresentazione, come deve stare?
Male.
E poi?
Infastidito.
E poi?
Non deve scegliere che pizza mangiare, non occuparsi della cena. O al massimo deve mangiare per necessità, ma nel frattempo continuare a pensare.
Avvolto dai dubbi.
Se è seduto a tavola e l’unica preoccupazione è la pizza e le chiacchiere con gli amici, quel teatro non è servito a niente.
È il terrore dei ristoratori.
In Francia si mangia prima e non so come ci riescano. Con tanto di ristorante nel teatro.
E lì?
Mi chiedo come poi non vomitino. Come riescano a digerire.
Un suo consiglio.
Andare a teatro con lo stomaco vuoto; (pausa) mi piace questa discussione sul cibo.
Bene.
Per me il teatro è di sera.
C’è la pomeridiana.
No, meglio la sera.
Perché?
Il teatro, in realtà, è una specie di grimaldello per aprire le porte dei sogni.
Che sogni!
È una buonanotte.
Una malanotte.
Non è così, può stimolare pure sogni belli.
(Emma Dante è in sé una tragedia greca. Non in quanto tragedia. Più per la complessità delle sua terra emotiva, la direzione ostinata dei suoi concetti, l’esigenza di indignarsi e indignare non per suscitare clamore pretestuoso, più per smuovere uno stantio declino, per ribaltare un ovvio ormai superato. Per questo Emma Dante, da tragedia greca, cerca una verità, specialmente attraverso il teatro. La Biennale le ha assegnato il Leone d’Oro alla carriera).
Gabriele Lavia sostiene di amare il teatro soprattutto per il dopo-teatro.
È una risposta proprio alla Lavia; (sorride) è un provocatore e non ci credo a questa risposta.
C’è un “comunque”?
La compagnia sta realmente insieme durante lo spettacolo: è lì che si crea la comunità; (ci pensa) a me ha aiutato a non restare sola.
Perché, prima?
Da piccola, da ragazzina, non avevo una comitiva, non uscivo con le persone. Stavo molto da sola.
Per scelta?
No, perché ero così, di carattere taciturno.
Le avranno dato della strana.
No, ero strana.
Gli altri lo avranno sottolineato.
Sicuro; poi è arrivata l’Accademia, il teatro e tutto è cambiato.
La Silvio D’Amico.
A quella scuola devo molto, mi ha offerto gli strumenti; (pausa) però la miglior scuola del mondo resta il palcoscenico.
Lei in Accademia.
Arrivavo dalla Sicilia e rappresenta il mio primo viaggio, il mio approccio con altre persone ed è cambiato tutto: ho imparato anche a cucinare.
Una rivoluzione.
Un risveglio di Primavera.
Emma Dante davanti a Roma.
Inconsapevole, incosciente, credevo di essere arrivata a New York per le luci sfavillanti, le insegne, la gente, la più varia. Io con lo scialle nero.
Cioè?
L’iscrizione e il viaggio è stata tutta opera di mia madre, papà non voleva. E oltre a questo mamma ha realizzato, a maglia, uno scialle nero, bellissimo, di lana: “Così, se senti freddo”.
E… ?
In Accademia mi sono presentata con lo scialle.
Immagine bellissima.
Da vera siciliana. Pirandelliana.
E così?
Affascinata da tutto quello che vedevo e vivevo.
In Accademia è stata presa in giro?
Sì, però me ne fottevo. Mi salva l’ironia.
In Accademia c’era Andrea Camilleri.
Il mio primo grande maestro e il bello è che desiderava incontrare gli studenti anche fuori dalla scuola: almeno una volta la settimana ci invitava a casa per conoscerci dal punto di vista umano.
Unico.
È stato importante nella mia storia; (cambia tono, lo abbassa) una volta aprì il suo cassetto dei sogni e vidi i manoscritti.
Un tesoro.
Uno era La stagione della caccia, diventato il suo romanzo-trampolino.
Camilleri cosa aveva visto in lei?
Un giorno mi disse che ero una molto propensa alla tragicità e proprio per questa mia propensione era necessario lasciarmi con il cappio, lasciarmi impiccare da sola per scoprire cosa significasse morire.
Aveva ragione?
Certo. Vivo sempre con il cappio accanto.
Si salva da sola o sono gli altri?
Alla fine non mi so lanciare bene, così combino dei casini; (pausa) quello, ovviamente, è il cappio dell’arte.
Secondo alcuni suoi colleghi per creare è fondamentale la crisi. La felicità non aiuta.
Non sono d’accordo, perché nella vita la felicità è come il dolore: sono momenti inaspettati, illogici, in grado di manifestarsi come fitte incredibili o euforia.
E nel processo creativo?
Nel percorso di conoscenza c’è sempre sofferenza: tutto quello che ci è sconosciuto ci fa paura, crea ansia, dolore; (alza di un tono) durante le prove dei miei spettacoli, come una bambina cretina, in alcuni momenti avverto un momento di grazia e lì inizio a saltellare e a urlare.
Scariche di adrenalina.
E di felicità. Poi ci sono altri momenti in cui mi sento logorata.
C’è Muccino che abbraccia i propri attori…
Io quasi mai. Da siciliana mi fa orrore l’enfasi sentimentale, gli unici bacetti sono per mio figlio. E non dico mai “brava” o “bravo”.
A se stessa?
No; sono dedita ai miei attori, cerco di aiutarli. Mi posso definire come una specie di levatrice.
Perché sua mamma l’ha spinta a iscriversi in Accademia?
Ha capito che mi si era accesa una fiammella e da grande donna, libera, mi ha spinto. Però non ha avuto il tempo di vedere il risultato: è morta a 59 anni.
Dov’è oggi lo scialle?
Sempre con me, nell’armadio.
Mentalmente quando lo ha tolto?
Quasi subito. Ho cominciato a conoscere persone, realtà, culture. Anche grazie alle persone che mi stavano attorno e sono rimaste amiche.
Chi?
Elena Stancanelli: con lei ho condiviso case, conoscenze, esperienze.
Cosa le suscita imbarazzo?
Quando si parla troppo di me. Quando sono in un posto in cui c’è il pubblico e sono la protagonista, non amo stare al centro dell’attenzione.
Al contrario?
Sono felice se il pubblico viene a vedere il mio teatro.
Ha mai ascoltato commenti su di lei senza che la gente sapesse che era Emma Dante?
È accaduto dopo uno spettacolo. È stato terribile. Sono scappata.
Crede ai complimenti dei colleghi post spettacolo?
Mi interessano poco. Aspetto quelli del pubblico.
È diventata un punto di riferimento sociale e civile.
Amo un punto: ho travasato il pubblico dal teatro al cinema e viceversa.
Ha dichiarato di aver lasciato il cinema.
Ho girato tre film, magari ce ne sarà un quarto.
E… ?
È stato un grande amore.
Allora perché ha parlato di addio?
Per chiudere un film impieghi tre o quattro anni e se poi non va in sala ti cadono le minne.
“Ti cadono le minne” è una novità.
Non l’avevo mai detto; (cambia tono, più ferma) sa cosa sono le minne?
Il seno. Bella frase.
Grazie.
Quando si è rivista al cinema, come si è giudicata?
Non mi sono piaciuta.
Reale o retorica?
Reale! Da lì ho deciso che non avrei mai più fatto una cosa del genere.
Le sue emozioni quando ha ricevuto il Leone.
Avevo la voce spezzata dal pianto. Poi mi è successa una cosa, non posso tacere.
Siamo qui.
Due giorni prima di partire da Roma per Venezia, mi sono preparata, e sono una donna di una certa età.
Beh, insomma.
Ho quasi sessant’anni. E non curo il mio corpo, mai una punturina, quando mi guardo allo specchio mi vedo vecchia, brutta, una chiavica. Un cesso.
Troppo.
Prima di partire ho deciso tre opzioni di abbigliamento. Compongo la valigia. Arrivo a Venezia. Entro in stanza e in valigia non trovo niente: avevo lasciato tutto a casa. Ed erano le sette e mezzo di sera, la cerimonia il giorno dopo alle 10.
Soluzione?
Ero nel panico. Ho trovato solo una camicia nera dai cinesi.
Tacchi?
Avevo solo le scarpe; (felice) è stata una festa, con le persone che mi volevano bene. Sul palco è salito mio figlio, almeno ha coperto la camicia nera.
Si è mai sentita bella?
Da giovane. Ma ero talmente impegnata con la regia, con il ruolo di donna-autrice, di dimostrare che ero brava, da perdermi la bellezza. Me ne sono dimenticata, l’ho tralasciata.
Oggi è brava?
Sì, ma non sono bella. E un po’ lo rimpiango.
Può recuperare.
Con le punturine? Con la dieta? Con la palestra? Non ce la faccio. A me piace bere, mangiare.
Torniamo al cibo.
Cosa c’è di meglio?
Federico Tiezzi…
(Ferma la domanda) Cita solo uomini.
Ha ragione.
Cosa dice Federico Tiezzi?
Che il vostro lavoro è riportare in vita i morti.
Sono d’accordo. Ho sempre questa sensazione e per questo è un luogo sacro: dà spazio a chi non c’è più.
Cosa ne pensa della battaglia di alcuni di cancellare dei vecchi film perché giudicati scorretti?
Non sono d’accordo, credo si debba rivedere e correggere.
Magari non ripetere.
Non possiamo cancellare un pezzo della nostra storia, altrimenti non capiamo i processi che ci hanno portato a diventare quello che siamo.
Un capolavoro per lei.
I fratelli Karamazov. E non mi sono mai preoccupata di leggerlo al maschile; tra i film Arancia meccanica.
Lei chi è?
Una guardona. Se c’è qualcosa da guardare io ci piazzo gli occhi, anche se non si dovrebbe.
E se guardano lei?
Mi infastidisce. Però me ne fotto, guardo. (Resta zitta, e poi) La prossima volta citi anche delle donne, mi raccomando.