il Fatto Quotidiano, 4 luglio 2026
I buchi nelle teche: la smemorata Rai
Non è Topo Gigio il primo pupazzo della televisione italiana: il suo esordio del 1959 fu preceduto da altre opere dell’ingegno dei suoi stessi creatori Maria Perego e Federico Caldura. Si chiamavano Messer Coniglio, Picchio Cannocchiale, Mamma Picchia, la Banda dei Funghetti, presenti già nel 1957 sull’unico canale televisivo della Rai in spazi dedicati ai ragazzi, come Saltamartino, programma condotto dall’attrice Lida Ferro.
Ma il primo personaggio animato del piccolo schermo fu Serafino, una marionetta creata dallo scenografo Ennio Di Majo azionata con fili e bilancino da Antonio Colla, rampollo della gloriosa dinastia milanese di marionettisti. Dava la voce a Serafino l’attrice Claudia Tempestini. Nel pomeriggio di mercoledì 6 gennaio 1954, quarto giorno di trasmissione regolare della televisione di Stato, andò in onda la prima puntata di Ragazzi in gamba, una produzione già da due anni collaudata dalla Rai tra le sedi di Torino e Milano nella fase sperimentale, con la regìa di Romolo Siena e la conduzione affidata a Bianca Maria Piccinino, prima giornalista donna in video. All’interno di Ragazzi in gamba c’era la rubrica più attesa dai giovanissimi: Serafino e il professore, una vivacissima marionetta che interagiva con l’attore Piero Pompili, in arte Professor Pompilius. Il successo di Serafino e il professore fu travolgente: decine di migliaia di lettere di genitori che supplicavano la Rai di far incontrare ai bambini dal vivo quella coppia di beniamini televisivi convinsero i dirigenti della radiotelevisione ad aggiungere al programma settimanale anche uno spettacolo di quiz a premi allestito mensilmente al Teatro dell’Arte del Parco di Milano con un paio di trasferte al Teatro del Foro Italico di Roma. Serafino e il professore fu trasmesso per oltre due anni poi sostituito dai pupazzi in spugna moltoprene di Maria Perego e Federico Caldura più duttili nelle possibilità espressive rispetto al legno di burattini e marionette.
Sciaguratamente negli archivi della Rai non esiste traccia di quel programma: neppure un minuto di Ragazzi in gamba o di Saltamartino. Così la marionetta Serafino o il pupazzo Picchio Cannocchiale a cui dava voce l’attore Tony Martucci e i successivi Messer Coniglio (voce dell’attore Peppino Mazzullo che poi contribuì a rendere celebre Topo Gigio), Mamma Picchia (voce dell’attrice Evelina Sironi) e compagnia animata sono rimasti soltanto nella memoria di chi li vide all’epoca. Neanche un frammento dei loro programmi è stato ritrovato.
È un tasto dolente della più grande azienda culturale italiana che svolge un ruolo centrale non soltanto nella produzione, ma anche nella conservazione e la diffusione del patrimonio artistico e storico del Paese. Negli archivi di Roma, Milano, Torino, Napoli non sono state recuperate trasmissioni memorabili della televisione: si tratta di migliaia di rubriche e spettacoli significativi che hanno incantato generazioni di teleutenti, dal game show Duecento al secondo di Mario Riva (15 puntate nel 1955) alla rivista musicale Giovanna, la nonna del Corsaro Nero di Vittorio Metz (tre edizioni dal 1961 al 1966), da Bada come parli! di Enzo Tortora del 1969, ultimo programma prima del suo clamoroso licenziamento dalla Rai, all’intera realizzazione a colori dei Mondiali di sci in Val Gardena del 1970, definita come l’impegno produttivo più importante della Rai dall’Olimpiade di Roma del 1960.
Mancano i fiori all’occhiello delle massime icone della conduzione tv: Chissà chi lo sa? di Febo Conti (dal 1961 al 1972) e Settevoci di Pippo Baudo (dal 1966 al 1970); manca l’esordio di Raffaella Carrà, copresentatrice con Lelio Luttazzi di Il paroliere questo sconosciuto, ventitré puntate tra il 1962 e il 1963.
Non è stato rintracciato Pick-Up, uno straordinario varietà musicale del 1965. Era l’evento televisivo allestito dalla potente azienda discografica RCA che per protesta contro gli organizzatori di Sanremo aveva ritirato i propri artisti dal Festival per farli esibire in due serate in onda su Rai2. Il controfestival presentato da Walter Chiari schierò le popstar d’oltreoceano Paul Anka e Neil Sedaka, il francese Alain Barriere, l’italofrancese Dalida, i nostrani Gianni Morandi, Rita Pavone, Nico Fidenco, Edoardo Vianello, Michele, Dino, Donatella Moretti, Jimmy Fontana, Riccardo Del Turco, Ennio Morricone e il suo trombettista Michele Lacerenza magnificati dal successo della colonna sonora di Per un pugno di dollari e l’ospite Vittorio Gassman nella duplice veste di attore e cantante. Due puntate viste ciascuna da 15 milioni di telespettatori con un gradimento riferito dal Radiocorriere pari a 80, quanto l’ultima puntata della popolarissima Studio Uno.
“Non è escluso che si arrivi a ritrovare tutto o almeno buona parte di quei materiali – dice Pino Frisoli della redazione di RaiSport, impareggiabile esperto di ricerche negli archivi televisivi – C’è un’infinità di pellicole, nastri, supporti magnetici di vario tipo ancora da digitalizzare: documenti custoditi in diverse sedi Rai e nei due magazzini di Pomezia e Fara Sabina. In passato sono stati commessi gravi errori: invece di riversare per intero il contenuto delle cassette hanno riversato solo quanto scritto sull’etichetta cancellando così annunci, pubblicità e trasmissioni anche integrali”.
In un’estate senza Techetechetè, sospeso per far posto a un circo dei premi che tenga testa al concorrente La ruota della fortuna, la memoria della tv sembra andata in pausa. Non è stata colta finora l’occasione di riproporre, dopo mezzo secolo esatto, un documento filmato recentemente recuperato: Il conte di Montecristo, un cartone animato prodotto dalla Rai assieme a Halas&Batchelor, società leader del cinema di animazione nel Regno Unito, quella che creò il cartoon tratto da La fattoria degli animali di George Orwell. In Italia Il conte di Montecristo andò in onda in 17 puntate nella primavera del 1976, in bianco e nero con le voci di maestri del doppiaggio come Gigi Pirarba e Nino Dal Fabbro. “Un gioiello di cui gli inglesi conservano una sola puntata nel British Film Institute – spiega Pino Frisoli – Noi le abbiamo ritrovate tutte e solo due hanno bisogno di un adeguato restauro. La Rai ha dunque in mano, unica al mondo, un tesoro non solo per la storia della televisione italiana, ma anche del cinema di animazione mondiale. È ora di farlo sapere e vedere”.