il Fatto Quotidiano, 4 luglio 2026
Sgarbi, la Procura riapre il caso del Manetti rubato
Assoluzione “errata, insanabile e distonica”. La Procura di Reggio Emilia impugna l’assoluzione di Sgarbi per il quadro rubato al Castello di Buriasco, smontando un Gup che ha creduto più alla “botta di culo” di cui ha parlato il critico in tv che ai riscontri agli atti. Il pm Giulia Signaroldi chiede alla Corte d’appello di ribaltare la sentenza con un atto che smonta l’assoluzione come fosse un restauro fatto male: si vede il “ritocco”. Il caso nasce da un’inchiesta del Fatto Quotidiano, che per primo ha ricostruito la vicenda. Un’inchiesta così solida che il Tribunale di Roma, il 10 aprile scorso, ha respinto in toto la richiesta di risarcimento da 200mila euro di Sgarbi contro il direttore Marco Travaglio e il giornalista Thomas MacKinson, difesi dall’avvocata Caterina Malavenda: gli articoli, scrive il giudice, hanno avuto tutti fondamento”, ed è Sgarbi a dover rimborsare le spese legali.
Il quadro La cattura di San Pietro, attribuito a Rutilio Manetti, fu rubato nel 2013 alla proprietaria Margherita Buzio. Anni dopo ricompare nelle mani di Sgarbi, con tanto di fiaccola dipinta ad hoc da un pittore ingaggiato per l’occasione. Il Gup aveva creduto a una ricostruzione che addossava colpe alla vittima: Buzio avrebbe simulato il furto per vendere di nascosto il dipinto, e Sgarbi lo avrebbe acquistato in buona fede, riconoscendolo poi come opera di famiglia grazie alla sua “sconfinata conoscenza pittorica”. La Procura fa notare un problema logico non da poco: se il quadro era da secoli nella villa di famiglia a Viterbo, come faceva anche a essere quello comprato di nascosto da Buzio? “Delle due l’una, o forse nessuna”, scrive il pm. Sulla credibilità di Buzio, l’accusa produce un argomento che il giudice pare essersi perso per strada: dalla visura camerale della società proprietaria del castello risulta che la donna ne era amministratore unico dal 1999. Difficile sostenere che non fosse legittimata a disporre dei beni, compreso il quadro.
Il capitolo più gustoso riguarda le versioni fornite dallo stesso Sgarbi, non in aula – dove si è avvalso della facoltà di non rispondere – ma in tv, dove la parola non gli è mancata mai. A L’aria che tira racconta che l’opera di sua proprietà è “l’originale” e quella di Buzio solo una copia. A Quarta Repubblica cambia versione: l’avrebbe trovata durante lavori di restauro a Villa Maidalchina, acquistata dalla madre nel 2000. Due racconti “tra loro contrastanti”, smentiti dall’ex proprietario della villa, Luigi Achilli (nessun inventario, nessuna opera d’arte al momento della vendita), e dall’amico Pietro Pambianco, che secondo Sgarbi avrebbe assistito al ritrovamento e che invece dichiara di non aver mai visto il quadro, ricordando solo “materiale abbandonato tipo rifiuti”.
Il giudice, osserva sarcasticamente l’atto d’appello, aveva liquidato le incongruenze come le uscite di “un uomo senescente, braccato da accuse infamanti”. La Procura ribatte: come si concilia questa immagine con quella, coltivata da Sgarbi in ogni altra occasione, di uno dei massimi esperti d’arte italiani? O è un fine conoscitore capace di attribuire un quadro a colpo d’occhio, o è un anziano confuso. Le due cose insieme, evidentemente, no.
Quanto al restauratore Gianfranco Mingardi, che raccontava di aver ricevuto la tela arrotolata e tagliata ai bordi da Paolo Bocedi, il Gup lo aveva bollato come inattendibile per la lite col committente. La Procura richiama i riscontri oggettivi – foto dell’epoca, elenco delle opere in laboratorio – da verificare prima di liquidare un teste solo perché “nemico”.
Infine la torcia. Il pittore Pasquale Frongia ammette di averla dipinta su richiesta di Sgarbi, pur senza traccia di nulla di simile sulla tela originale. Il giudice di prime cure l’aveva ritenuta ininfluente. La Procura cita la Cassazione: per il riciclaggio basta un ostacolo concreto all’identificazione del bene. Una fiaccola inventata su un quadro rubato, in sostanza, sembra rientrarci eccome. La parola passa ora alla Corte d’Appello di Bologna.