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 2026  luglio 05 Domenica calendario

Intervista a Patrick Kinmonth

Patrick Kinmonth è un regista di opera e cinema, designer, pittore, scrittore, curatore di mostre e direttore creativo.
Patrick Kinmonth, è difficile darle una definizione univoca, ma partiamo dall’inizio. Suo padre era un medico irlandese, sua madre era inglese, e lei ha esordito a Oxford come brillante studente di lingua e letteratura inglese, che frequentava anche la scuola di disegno e belle arti Ruskin?
«Da bambino, avevo capito di essere un artista ancora prima di sapere cosa significasse quella parola».
Lei suona anche molto bene il piano. Ha un rapporto speciale con la musica?
«Avevo una bellissima voce naturale di soprano quando ero piccolo. Un vero dono, e i doni si possono dare e togliere. La mia famiglia non aveva mostrato alcun interesse verso questo talento, e siccome dovevo venire accompagnato da qualcuno diverse signore si offrirono di portarmi in auto ai concerti. Questo mi ha creato un forte senso di indipendenza: se vuoi fare una cosa, vai avanti e falla. Con la pubertà la mia bellissima voce è scomparsa. Non posso cantare e non canto. Non ho più un registro, non è rimasta alcuna traccia di questo dono. La morale è quella di andare avanti, perché nessuno sa se sarai ancora in grado di fare quello che stai facendo adesso. Potresti svegliarti un giorno cieco, o diventare un’altra persona, oppure scoprire che sei morto. Perciò vai avanti finché puoi e non farti vincolare da nulla».
Lei ha conosciuto David Hockney a Los Angeles e siete diventati amici?
«L’ho incontrato prima a Londra, perché conoscevo un altro artista, Patrick Procktor, che all’epoca aveva più fama e successo di Hockney. Penso che sia stato proprio lui a pagare a David il biglietto per andare a Los Angeles. Aveva voluto farmi un ritratto, come molti altri pittori, e io dicevo di sì perché così avrei avuto l’occasione di parlare con artisti straordinari. In seguito con Hockney siamo entrati in crisi perché avevo scritto cose critiche sui suoi dipinti che indagavano su Picasso. Oggi li vedo in una luce completamente diversa, ma all’epoca pensavo: “Perché David, che disegna in maniera così squisita, che ha una propria visione e non deve guardare a nessuno, riempie il suo studio di dipinti nella maniera di Picasso?”. Ma più ci allontaniamo dal lavoro di Picasso, più vediamo quanto è stato innovativo, quante scoperte ha fatto, quanto ha prodotto fino alla fine dei suoi giorni, proprio come David».
Dopo la sua morte qualcuno ha paragonato Hockney a Picasso?
«Sì, hanno detto che dopo Picasso non c’era più stato un artista che avesse lavorato in maniera così variegata. Hockney usava la fotografia, la tecnologia, era assolutamente aperto a ogni innovazione, aveva iniziato a disegnare sull’iPad. Aveva fatto quello che voleva, magnifico e prolifico. Quasi tutti quelli che hanno amato il suo lavoro guardano ancora con una certa malinconia ai primi disegni con l’inchiostro, di una qualità straordinaria e squisita. Personalmente non credo che l’abbia ritrovata sull’iPad. David tracciava una linea che viaggiava, non sempre accurata anatomicamente, ma che catturava i suoi sentimenti mentre disegnava le persone. Un tratto molto meno Picasso e molto più Matisse».
La sua vita è cambiata di recente?
«Lavoro molto meno nell’opera, perché credo di aver già detto quello che volevo, e ora mi sono spostato verso il balletto. Ma il mio impegno principale è architettonico. Lavoro sempre più con gli edifici: costruisco, disegno ambienti interni, creo giardini e paesaggi».
Come nasce questo filone?
«Angela Missoni mi aveva chiesto di fare il negozio principale di Missoni in Rodeo Drive a L. A., edificio che per varie ragioni ora ospita Yves Saint Laurent. Ho fatto edifici, talvolta moderni, talvolta restauri romantici di costruzioni d’epoca, un tema che mi interessa molto. Non riuscivo a trovare i tessuti ideali e allora iniziai a farli, quindi oggi posso creare un interno con i tessuti, le tappezzerie e le carte da parati, nei colori esatti che sento per quelle stanze. Questo è il modo in cui le mie scenografie sono entrate nell’architettura, e nella vita dei miei clienti».
Ora è molto preso dal tessile?
«Ho studiato a lungo la stampa digitale, la nuova frontiera del tessile, e ho scoperto anche quali effetti si possono ottenere solo con tecniche più tradizionali».
Ha lavorato in tutto il mondo, ma Londra e l’Inghilterra rimangono il fulcro della sua vita?
«Mio padre era irlandese, e ho un passaporto irlandese. Mia madre era molto inglese, e quindi ero un outsider in Inghilterra perché irlandese, e un outsider in Irlanda perché inglese. Questo mi ha sempre fatto sentire come qualcuno che non appartiene totalmente a nulla, ma entrambi i Paesi sono molto importanti per me. Amo l’Inghilterra con tutti i suoi tormenti, e credo che oggi stia lottando per definire la sua identità e il suo posto nel mondo. È una lotta che tutti noi svolgiamo anche a livello individuale: come vivi? Dove vivi? Cosa puoi dare al mondo per renderlo un posto migliore? La mia unica risposta è cercare di lavorare con la bellezza, che porta gioia. Perché il punto è la gioia. È l’obiettivo. La gioia porta la felicità, anche solo per quelle due ore che siete all’opera, o nel balletto. È quello che cerco e offro. Chiunque può dare il proprio contributo. Chi sforna un pane perfetto porta gioia a chi si prepara un panino».
Lei parla tedesco, italiano, francese e altre lingue, ma la sua casa rimane l’inglese?
«Sì, assolutamente. Gli irlandesi usano la lingua in una maniera bellissima. In Irlanda, la lingua di tutti i giorni, quella di qualcuno che incontri al bar o per strada, rimane musicale, con sottigliezze affascinanti. In Inghilterra si ha quasi paura di ricorrere a un linguaggio di altissima qualità. I nostri poeti restano adorati, e ci sono meravigliosi poeti all’opera oggi, ma la lingua di tutti i giorni mi sembra meno sottile e bella di trent’anni fa».