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 2026  luglio 04 Sabato calendario

Paul Smith parla di sé e della sua carriera

Pochi giorni dopo il nostro incontro alla Milano Design Week, sir Paul Smith mi fa giungere un video girato nel suo ufficio di Londra, il refugium peccatorum dove tiene accatastati migliaia di oggetti strambi che gli ammiratori inviano da tutto il mondo: “C’è una signora di Milano che mi manda solo sacchettini per la frutta, da aanni”, racconta. I collaboratori la chiamano “stanza del paracetamolo”, perché si entra rilassati e si esce col mal di testa. Lui ci sguazza felice, ogni mattina dalle 7 in punto, dopo la rituale nuotata nel club per gentiluomini vicino casa. Nella prima clip (ne seguiranno altre tre, più alcuni vocali canterini) si vede lo stilista che improvvisa un valzer sotto le note di Ciao Mare, abbracciato a un enorme iPod fucsia mentre un T-rex giocattolo cammina sul tavolo. Balla e canta, dicendo di immaginarsi con “indosso un paio di slip bianchi sulla spiaggia di Rimini”. Il nostro regalo, una musicassetta di Raul Casadei ora a tutto volume, è stato gradito.
L’ultima istantanea insieme non era stata molto diversa: saluti calorosi prima della presentazione della nuova Mini e lui, nel gesto di andarsene, che afferra una poltroncina liberty del Grand Hotel et de Milan sollevandola pericolosamente sulle teste dei camerieri a cui aveva ordinato, scherzando, un hot dog, un tè ai peperoni e due pinte di whisky. A 80 anni da compiere il prossimo 5 luglio e a 50 dalla sua prima sfilata all’Hotel Odéon di Parigi, Paul Smith resta l’uomo che ha scelto di essere: un giullare-sciamano. “Non possiedo un computer né un biglietto da visita”, dice, riappoggiando il maltolto, “ma se l’avessi ci sarebbe scritto così: amministratore delegato della felicità”.
È un lavoro duro?
“Durissimo, e a tempo pieno”.
Si sente capo della felicità sua o anche di quella altrui?
“Tento di distribuirla più che riesco. Guardi questa foto: è Darcey, la mia segretaria, insieme a Kristy, che sta con me da 18 anni”.
Sembrano allegre.
“L’ho scattata dopo la consueta riunione che facciamo in piedi, sul tavolo di lavoro, per sviluppare il pensiero laterale. Poi ci sono altre invenzioni: il National Red Day, dove bisogna pranzare con un cappello rosso in testa. O il National Bear Day, il 22 marzo, la gara di disegno di orsi con premio. E poi il contest per indovinare quante pecore con la faccia nera esistono al mondo”.
E come si fa a sapere?
“Darcey e Kristy sanno tutto”.
Compresa la sua email, che apparentemente è introvabile?
“Perché non esiste: una volta mi è arrivato un piccione viaggiatore da una persona che stava cercando disperatamente di contattarmi”.
E se vuole prenotare un aereo?
“Ci pensa Darcey”.
E se Darcey quel giorno ha la febbre?
“Ci pensa Kristy, o Richard, o qualcuno del mio team. E se non c’è nessuno esco e vado a fare le cose di persona
: l’altra sera volevo prenotare un ristorante ma si poteva soltanto via mail. Allora sono uscito, mi sono presentato all’ingresso e ho detto: “Paul Smith per quattro, tra due ore”. La cameriera ha risposto che la procedura fisica non era prevista finché, per fortuna, non è arrivato il titolare che mi ha riconosciuto. Trovo ancora incredibile che Apple mi abbia invitato a tenere una lezione ai suoi designer”.
50 anni fa la sua prima presentazione a Parigi: dovesse dire brutalmente cosa ha tenuto in piedi il suo marchio, a livello finanziario, per tutto questo tempo, cosa direbbe?
“Direi qualsiasi capo, o accessorio, con delle strisce stampate sopra”.

No, scelga un oggetto.
“Allora dico le calze. Ne vendiamo poco meno di un milione l’anno”.

E la fa sentire sminuito, il fatto di basare la sua fortuna sui calzini?
“Se facesse la stessa domanda a un altro stilista, sicuramente le risponderebbe citando un prodotto di cui non va orgoglioso. Un profumo o una borsa basic con il logo gigante: il che, a pensarci, è piuttosto imbarazzante. Però, se vuole saperlo, in Giappone vendiamo anche 50mila abiti fatti a mano ogni anno”.
Lei ha sempre parlato di numeri, ma per molti suoi colleghi non è chic.
“Chi lo pensa è un insicuro, e ce ne sono parecchi, nella moda. Personaggi che cercano di proteggere in ogni modo la loro immagine mentre io ho sempre cercato di essere normale. Troppo normale. Attitudine che si è rivelata uno svantaggio”.
In che senso?
“Nella percezione che gli altri, dai magazine agli investitori, hanno del tuo status. Stare chiusi dentro il proprio mondo, a quanto pare, aiuta di più”.
Ma può essere pericoloso: McQueen ci ha lasciato la vita, Galliano quasi.
“Vennero entrambi da me poco più che ventenni a chiedere consigli, mandati da Suzy Menkes. Credo di poter dire che non li abbiano seguiti”.

Si è mai pensato come un artista?
“Sarebbe strambo come pensiero”.

Ce ne sono, nella moda?
“No. Forse l’unico ad avvicinarsi, per il processo creativo che segue, è Issey Miyake, per quanto, saggiamente, non l’abbia mai detto di se stesso. Facciamo vestiti. Gli eroi sono altri”.

Ad esempio?
“Questo signore con cui ho nuotato ogni mattina, un chirurgo cardiaco che ha operato 9mila bambini al St. Thomas’ Hospital. O lo spazzino con cui chiacchiero all’alba, che fa tre lavori per mandare il figlio al college, che mi dice: “Sa che nessuno, per colpa dello schifo di mestiere che faccio, mi rivolge mai la parola?”. Eroi. Non i coglioni pieni di ego, incarnazioni del mondo omologato e inutilmente sovraproduttivo in cui viviamo”.
È vero che l’idea delle strisce le è arrivata per puro caso?
“Vero. Fino all’inizio degli anni 90 compravo tessuti molto classici. Finché un giorno, raggiunti certi numeri, il fornitore di Como mi permise di ordinare anche il multicolore, che richiedeva almeno 300 metri di stoffa per essere stampato. Così venne fuori una collezione di camicie che Harrods comprò, vendendole tutte. La stagione successiva, lo stesso cliente mi chiese: “Dove sono le camicie a strisce?”. Le ho fatte solo per la primavera, risposi io. “Smith, le rifaccia immediatamente”, mi disse”.
Ha lasciato che il mercato la guidasse.
“E la fortuna: David Bowie che entra nel negozio di Floral Street a Londra con mille fan fuori ad aspettarlo. Liam Gallagher degli Oasis con una mia giacca sulla cover di Definitely Maybe. I Simply Red che mi chiedono di vestirli senza avere una sterlina di budget. E poi, i segreti”.
Quali segreti?
“Alla prima collezione, un compratore disse: “Ma scusi Smith, perché dovrei comprare queste camicie bianche semplicissime”? Gli risposi che erano confezionate in Sea Island cotton, che i bottoni erano di madreperla e il tessuto aveva 22 punti di cucitura per pollice, che è una trama molto fine. Le mie cose non cercano attenzione, ma la richiedono”.

Le è mai capitato di vedere persone molto importanti fare cose brutte con indosso un abito Paul Smith?
“Ho vestito parecchi primi ministri inglesi, se si accontenta della risposta implicita. Una volta diedi allo stylist di Tony Blair tre camicie con una donna nuda ricamata sui polsini. Le mise a Camp David per un incontro con i Bush: imbarazzo generale”.
Cosa chiede alla vita, a 80 anni?
“Ha presente la frase di Warhol secondo cui tutti possono godere di 15 minuti di celebrità?”.
Certo.
“Penso sia stata mal interpretata”.
Ossia?
“Non significa che il successo sia facile da raggiungere, ma che, nel mondo contemporaneo, può svanire in un attimo. Quindi, ciò che chiedo alla vita e al mio lavoro, è la continuità. E se il futuro fosse un buon cibo ordinerei così: “ancora tanto dello stesso”. Con l’aggiunta di un cervello che svolazza ovunque, alla ricerca di qualcosa di ridicolo che possa apparirgli dietro l’angolo”.