repubblica.it, 5 luglio 2026
L’Islanda nell’Ue, il referendum e le conseguenze
Può un fenomeno geologico spiegare la situazione politica di un Paese? In Islanda sì. La faglia di Silfra, con lo spettacolare e quasi impronunciabile canyon di Almannagjá, sta letteralmente dividendo in due l’isola: il terzo occidentale, dove sorge l’elegante capitale Reykjavík, si allontana millimetro dopo millimetro dal resto del territorio. La parte occidentale deriva verso l’America; quella orientale verso l’Europa.
Esattamente come la società islandese, oggi immersa in uno dei dibattiti più esistenziali dalla conquista dell’indipendenza dalla Danimarca, a metà del secolo scorso: entrare oppure no nell’Unione europea. Rinunciare o meno a una parte della propria sacrosanta autonomia in cambio di un ombrello protettivo e, chissà, magari anche dei benefici dell’euro.
Il cammino sarà ancora lungo, ma la realtà è che l’adesione non è mai stata così vicina come oggi. L’ipotesi era già stata presa in considerazione subito dopo la crisi finanziaria, uno shock che aveva lasciato la società profondamente provata e portato perfino all’arresto di diversi banchieri. Quell’impulso europeista, però, non si concretizzò: nel 2015 le autorità islandesi lasciarono decadere la domanda di adesione.
Oggi, più di dieci anni dopo, con un governo favorevole all’ingresso nell’Unione – pur senza particolare enfasi, perché nel profondo Nord prevalgono tradizionalmente moderazione e sobrietà – e con numerose preoccupazioni che si sono accumulate, il Paese si trova di fronte a un referendum destinato a segnare una svolta.
La consultazione, la prima nella storia dell’Islanda su questo tema, si terrà il prossimo 29 agosto, proprio mentre il Paese tornerà alla normalità dopo la pausa estiva. Il dibattito pubblico, però, è ormai acceso da settimane in uno Stato scarsamente popolato – meno di 400 mila abitanti nonostante una superficie simile a quella di Cuba — lontano da tutto e da tutti e tradizionalmente abituato alla tranquillità.
Quella calma è stata sconvolta da Donald Trump, costringendo gli islandesi a confrontarsi con due interrogativi fondamentali: pesa di più il timore suscitato dall’aggressività del presidente americano nei confronti della vicina Groenlandia oppure la difesa della propria sovranità, della bandiera nazionale e della pesca? L’euro potrebbe contribuire a domare un’inflazione fuori controllo oppure è più importante mantenere il controllo della piccola e amata corona islandese?
«Il momento è adesso», afferma Magnús Skjöld, ex deputato, professore di Scienze politiche all’Università di Bifröst, convinto europeista e volto della campagna per il sì. «Lo scenario internazionale è cambiato radicalmente, soprattutto dopo le minacce americane alla Groenlandia. Inoltre continuare a mantenere la corona ci sta danneggiando sul piano economico: i prezzi sono altissimi e i tassi d’interesse sfiorano l’8%», spiega.
Anche Ingibjörg Steinunn, bibliotecaria in pensione di 72 anni, voterà a favore dell’adesione. «Voglio che l’Islanda entri nell’Unione europea e che la nostra moneta diventi l’euro, non più la corona», dice con convinzione in una insolita mattina di sole di inizio giugno a Reykjavík. «Facciamo già parte della comunità europea: perché non compiere anche l’ultimo passo?». Secondo lei quel passo avrebbe dovuto essere compiuto «molto tempo fa». Più di dieci anni fa, per la precisione.
«Qui tutto costa carissimo e, se adottassimo l’euro, il costo della vita potrebbe diminuire. Quando vai negli altri Paesi europei, tutto è molto più economico», conferma Máni Ingólson, 38 anni, meccanico, mentre lavora all’interno della sua officina-caravan a Rif, nell’estremo ovest dell’Islanda, dove si è trasferito da Keflavík, vicino alla capitale, alla ricerca di una vita più tranquilla e comunitaria.
Se vince il sì
Se dovesse prevalere il sì, il Paese nordico non entrerebbe automaticamente nell’Unione europea, e ancor meno nell’euro. Si aprirebbe invece una seconda fase, molto più tecnica e avanzata, dei negoziati con Bruxelles, che guarda con favore a questa prospettiva. Sarebbe comunque un passo gigantesco: collocherebbe quest’isola, tanto inospitale quanto affascinante, tanto prospera quanto lontana dai grandi centri del potere mondiale, sulla soglia d’ingresso di un club che, pur messo a dura prova negli ultimi anni, non ha perso il suo prestigio come luogo di rifugio. Ed è proprio questo che oggi cerca l’Islanda: un Paese privo di esercito, profondamente pacifista, ma membro fondatore della NATO, dalla quale dipende per la propria sicurezza e che in questi giorni vede vacillare molte delle proprie certezze.
Effetto domino
Se dovesse concretizzarsi, l’adesione dell’Islanda potrebbe inoltre incoraggiare altri Paesi del Nord. Soprattutto uno: la Norvegia, anch’essa membro dello Spazio economico europeo e dell’area Schengen, ricca e sviluppata quanto l’Islanda – anche se con una popolazione quattordici volte superiore – e molto più preoccupata dalla Russia che dalle esternazioni di Trump.
Il primo ministro laburista Jonas Gahr Støre ha appena ammesso di «tenere d’occhio» ciò che il suo vicino orientale – lontano geograficamente, ma pur sempre vicino – deciderà alle urne. «Le nostre circostanze sono la cosa più importante, ma credo anche che dovremmo seguire con attenzione ciò che faranno i nostri buoni amici islandesi», ha dichiarato l’11 giugno proprio nella capitale dell’Unione europea.
«Un sì dell’Islanda al referendum farebbe pendere l’ago della bilancia e spingerebbe la Norvegia verso l’adesione all’Unione europea. E gli altri Paesi nordici – Svezia, Finlandia e Danimarca – sarebbero estremamente soddisfatti se entrambi entrassero...», sostiene Pia Hansson, direttrice dell’Istituto islandese di Affari internazionali. Secondo Hansson, tuttavia, esiste un filo conduttore che spiega perché finora sia Islanda sia Norvegia – così come le Isole Faroe – abbiano scelto di non entrare nell’Unione come membri a pieno titolo. «La geografia conta molto più di quanto spesso pensiamo. E le risorse naturali, come la pesca, hanno un peso enorme.»
Il rinnovato europeismo che soffia nel Nord – pur convivendo con periodici rigurgiti euroscettici dell’estrema destra – riflette bene il cambiamento d’epoca che sta vivendo l’Unione europea. Dopo decenni durante i quali ha rappresentato soprattutto un polo di attrazione per i Paesi con redditi molto inferiori, in particolare nel Sud e nell’Est del continente, oggi il progetto europeo attira anche nazioni ricche, ricchissime, alla ricerca di un rifugio in un mondo sempre più ostile.
Un mondo segnato da una Russia aggressiva e da Stati Uniti guidati da un leader imprevedibile e aggressivo come Donald Trump, che al mattino minaccia di invadere la Groenlandia, a mezzogiorno lascia intendere un possibile ritiro dalla NATO, la sera bombarda l’Iran e, prima dell’alba, reclama per sé il Premio Nobel per la Pace.
«È un’ulteriore dimostrazione di quanto l’Unione europea continui a essere attrattiva, anche per i Paesi del Nord Europa, soprattutto nell’attuale contesto geopolitico», afferma Villy Søvndal, ex ministro degli Esteri danese e oggi eurodeputato dei Verdi. «Ed è anche la prova che, storicamente, gli allargamenti dell’Unione sono sempre stati innescati da motivazioni strategiche», aggiunge Nacho Sánchez Amor, coordinatore del gruppo socialista nella Commissione Affari esteri del Parlamento europeo.
«L’adesione dell’Islanda rafforzerebbe l’Unione verso Nord e consentirebbe di accogliere una democrazia matura e un Paese ricco. Dal punto di vista delle finanze comunitarie non creerebbe alcuna tensione. Sarebbe un’operazione vantaggiosa per entrambe le parti.»
A differenza degli altri nove Paesi candidati all’adesione – Montenegro, Serbia, Albania, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina, Turchia, Ucraina, Moldavia e Georgia – sia l’Islanda sia la Norvegia entrerebbero come contribuenti netti al bilancio europeo. In altre parole, non sono i fondi comunitari ad avvicinarle a Bruxelles, bensì la ricerca di un luogo sicuro dove affrontare una tempesta internazionale che non accenna a placarsi.
Sul filo del rasoio
Che vinca il sì o il no, il risultato del referendum si preannuncia estremamente combattuto. Si deciderà sul filo di lana. Gli ultimi sondaggi attribuiscono al sì un vantaggio di pochi punti percentuali, ma altre rilevazioni danno il no in testa. La chiave sarà nelle mani degli indecisi, che sono ancora moltissimi. «Andrò a votare, ma non so ancora come», ammette Rimar Sigurdsson, 82 anni, barba e capelli bianchi, mentre in un lungo e tranquillo pomeriggio primaverile ridipinge la facciata della propria casa in un quartiere residenziale della capitale islandese. «Non credo che siamo stati informati a sufficienza: cosa cambierebbe davvero, sia se entrassimo nell’Unione sia se restassimo fuori?». Fino a poco tempo fa vedeva più svantaggi che vantaggi nell’adesione. Oggi, invece, appare più vicino al sì. «Sentire Trump parlare della Groenlandia fa paura... Potremmo essere noi i prossimi? Chi lo sa...»
Il fronte del no ha però recuperato terreno nelle ultime settimane, conquistando consensi in diversi importanti bacini elettorali: agli estremi dello spettro politico, tra gli elettori più anziani, fra chi vive di mare e di agricoltura e tra coloro che temono che un piccolo Paese possa essere fagocitato da uno molto più grande. «Siamo una nazione piccola, con una densità di popolazione molto bassa, lontana dai grandi mercati mondiali e con un’economia molto diversa da quella del resto d’Europa, fortemente basata sulle risorse naturali», osserva Haraldur Ólafsson, professore dell’Università d’Islanda e uno dei volti più noti della campagna contro l’adesione. «Perfino la nostra lingua – l’islandese, sempre più oscurato dall’inglese nelle strade di Reykjavík – sarebbe in pericolo. Non vogliamo che nessuno ci imponga le proprie decisioni.»
L’idea della piena sovranità nazionale su ogni fronte rappresenta la principale bandiera di chi ritiene che l’Islanda stia meglio da sola. «È la nostra risorsa più preziosa ed è ciò che ci ha permesso di diventare quello che siamo oggi: uno dei Paesi con i più alti livelli di benessere e felicità al mondo», sostiene l’economista Erna Bjarnadóttir, un’altra delle voci più autorevoli del fronte contrario all’adesione. «Non esiste assolutamente alcuna necessità di entrare nell’Unione europea.»
La seconda grande bandiera del no è la pesca, un’attività economica radicata nell’identità nazionale quanto i vulcani e i ghiacciai. Non è un’esagerazione: merluzzo, aringa, scorfano nordico e halibut nero rappresentano oltre l’8% del prodotto interno lordo islandese, una quota non molto inferiore a quella del turismo – che negli ultimi anni ha conosciuto un vero boom – e garantiscono migliaia di posti di lavoro. Potrebbero tranquillamente figurare nello stemma nazionale di un Paese che da sempre vive rivolto verso l’oceano. Non sorprende quindi che le principali roccaforti del fronte anti-adesione si trovino lungo le coste, lontano dalla più cosmopolita Reykjavík.
In una di queste località, Ólafsvík, un tranquillo villaggio di pescatori ai piedi dell’imponente ghiacciaio-vulcano Snæfellsjökull, dove il visitatore ha quasi la sensazione di trovarsi ai confini del mondo, vive Petur Steinar Johannsson, 25 anni, intermediario nel settore della pesca e convinto sostenitore dell’economia del mare. «Da soli stiamo meglio», afferma con decisione davanti a diversi pescherecci rimasti fermi in porto in quel venerdì di inizio giugno. Il ragionamento di Johannsson non ha nulla di nazionalistico. È puramente pragmatico.
«Quello che mi preoccupa è la pesca: voglio che continuiamo a gestirla da soli. Entrare nell’Unione europea ci permetterebbe probabilmente di aumentare ulteriormente le esportazioni, ma rinunciare al controllo delle quote di pesca sarebbe un rischio enorme.»
Sono speranze e timori che si confronteranno nelle urne quando il freddo e l’oscurità ricominceranno ad affacciarsi sull’isola.
La faglia di Silfra non è mai stata così evidente. La vera incognita è capire da quale parte finirà per aprirsi.