la Repubblica, 5 luglio 2026
Storia del bikini
Affacciandosi sul giardino, accompagnato da Haze che gli mostra la casa, Humbert Humbert sente improvvisamente «un’azzurra onda marina gonfiarsi sotto il suo cuore»: è Lolita, sdraiata su una stuoia immersa in una pozza di sole, seminuda. Un foulard nero a pois annodato sul petto nasconde i seni immaturi ma non il minuscolo neo bruno sul fianco e l’adorabile addome rientrante. Possiamo considerarla la prima, conturbante, apparizione di un due pezzi nella storia della letteratura moderna.
L’esordio letterario e lo scandalo
Nella prefazione all’edizione francese del 1955 – di Olympia Press, perché solo una casa editrice specializzata in letteratura erotica accettò di pubblicare quello che sarebbe diventato uno dei più importanti romanzi del novecento – Nabokov scrisse che iniziò a pensare a Lolita verso la fine del 1939 o all’inizio del 1940 a Parigi, mentre era immobilizzato da un forte attacco di nevralgia intercostale. Qualche anno dopo proprio a Parigi l’ingegnere automobilistico Louis Réard mise insieme tre pezzetti di stoffa e li chiamò bikini, ispirato dai test nucleari degli Stati Uniti nell’omonimo atollo del Pacifico. Il 5 luglio 1946, in occasione di un concorso di bellezza intitolato “Miss Nuotatrice” lo fece indossare a una giovane donna, una spogliarellista, Micheline Bernardini, perché nessuna modella era disposta a mostrarsi così nuda. Nel frattempo sulle loro teste volavano alcuni aerei da turismo che pubblicizzavano “il costume da bagno più piccolo del mondo”.
Il sogno erotico con Brigitte Bardot
«Un vero bikini», questo era lo slogan inventato da Louis Réard, «deve poter essere infilato in un anello nuziale». Diana Vreeland, giornalista di moda e genio della comunicazione, scrisse che questi tre triangoli di tessuto «rivelavano tutto di una ragazza tranne il cognome da nubile di sua madre». Il bikini fu immediatamente bandito da gran parte delle spiagge e da Hollywood, ma lo adottò Brigitte Bardot facendolo diventare il sogno erotico di chiunque. Nel 1964 un bikini bianco era sulla copertina del primo numero di Sports Illustrated dedicato ai costumi da bagno.
L’invenzione in Sicilia nel III d.C.
Se cerchiamo le origini del bikini incontriamo le fanciulle della Villa del Casale a Piazza Armerina, in Sicilia. In quel mosaico del III secolo d.c. le fanciulle, impegnate in sport e giochi in onore della dea del mare Teti, indossano qualcosa che somiglia a un reggiseno a fascia e delle mutandine, un bikini insomma. Ma non si tratta di un costume da bagno perché il bagno si faceva nudi. Il bikini era piuttosto l’equivalente di un paio di leggins o di una tuta acetata: serviva appunto per fare sport. Non è chiaro per quanto tempo l’umanità si sia sollazzata nuotando, di certo a un certo punto deve essere diventato imbarazzante spogliarsi nudi e buttarsi in acqua, probabilmente in quel medioevo che noi ignorantoni immaginiamo come una lunghissima stagione buia, noiosa e piena di gente che si flagellava e mangiava patate.
Sole, mare, terme
Nel XVIII secolo invece, sepolto Savonarola e ogni spirito moralizzatore, la gente riprende a inseguire i piaceri e tra questi sguazzare nelle terme. L’idroterapia, in mancanza di antibiotici e penicillina, diventa la cura di ogni male. Per frequentarle, gli uomini indossavano mutande al ginocchio e camicioni, le donne abiti in fondo ai quali si cucivano pesi per impedire che si sollevassero galleggiando nell’acqua. Il corpo doveva rimanere coperto e non solo per una questione di pudore. La pelle bianca era ancora simbolo di nobiltà, di vite vissute nei castelli e non a zappare sotto il sole. Per sbiancare l’incarnato si ricorreva addirittura a pozioni al piombo, come la biacca, o saponi all’arsenico. Si dice che l’abbronzatura divenne improvvisamente di moda quando, nel 1923 Coco Chanel scese dallo yacht del Duca di Wellington con un inedito colorito bruno. Da allora per le donne è diventato normale indossare un capo di abbigliamento che rendesse l’esposizione al sole meno macchinosa (abbassa le spalline, arrotola, solleva, sposta…). Ma non meno imbarazzante.
Tutte le varianti
Nonostante gli ottant’anni di vita il bikini è ancora un po’ scandaloso. Ne hanno quindi proposte versioni diverse, adeguate alle diverse fisime: il burkini, che copre tutta la pelle possibile, un altro ancora peggiore detto face-kini, che nasconde anche il volto e stavolta senza alcuna giustificazione religiosa. Il tankini, canotta più coulotte, l’halterkini, che tiene il seno più coperto e infine il monokini, sorta di ibrido tra costume intero e bikini inventato dallo stilista Rudi Gernreich: uno slip con le bretelle che lascia il seno scoperto. Solo le modelle, alle quali evidentemente stanno meglio che a chiunque di noi, possono indossare i bikini senza suscitare arricciamenti di naso.
Uno scandalo fino ai giorni nostri
Quando nel 2017 l’editore inglese dei diari di Sylvia Plath mise in copertina una foto dell’autrice, biondissima e sorridente in un, peraltro castigatissimo, bikini bianco successe un putiferio. Fu accusato di mancanza di rispetto e di sessualizzazione del corpo femminile. Giusto o sbagliato? Va detto che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di fare un copertina per Il vecchio e il mare utilizzando una delle infinite foto di Hemingway in costume da bagno. Perché è un maschio? Perché aveva vinto il premio Nobel? O semplicemente perché il bikini, come gran parte dei capi di abbigliamento femminili, è fatalmente collegato all’erotismo? Un uomo in costume va a fare il bagno, una donna in bikini espone il suo corpo per il piacere di suscitare eccitazione. Ma solo se il suo corpo è bello, altrimenti “farebbe meglio a coprirsi”.