la Repubblica, 4 luglio 2026
Venezuela, Delcy Rodríguez in difficoltà dopo il terremoto
«Il chavismo è cominciato con una tragedia a Vargas e finirà con un’altra tragedia a Vargas», vanno dicendo commercianti, dottori e insegnanti. La classe media di un Paese, il Venezuela, stretto tra il regime madurista non ancora finito e una ripresa economica non ancora cominciata. Ma la rabbia per come la presidente ad interim Delcy Rodríguez sta gestendo l’emergenza, monta. Il consenso diminuisce. E il terremoto che ha devastato la costa potrebbe aver lesionato anche le fondamenta del potere chavista.
Hugo Chávez era presidente da meno di un anno quando, nel dicembre del 1999, un’alluvione si portò via mezzo stato di Vargas, che oggi si chiama La Guaira: morirono a migliaia, il numero esatto non si è mai saputo. Il leader del socialismo del siglo XXI rifiutò l’invio da parte degli Usa di ingegneri militari e marines, convinto che avrebbero interferito con la revolución bolivariana appena nata. Oggi, molto è cambiato.
Nicolás Maduro non era Chávez. E Delcy Rodriguez non è Maduro. Infatti una nave d’assalto anfibia americana, la Uss Fort Lauderdale, è ormeggiata al porto di La Guaira. Almeno 130 marines e altro personale statunitense distribuiscono aiuti e scavano tra le rovine, molte delle quali sono della Misión Vivienda, il grande piano di edilizia popolare di Chávez: diede la casa a milioni di venezuelani, si è rivelato fragile, costruito con materiali scadenti.
«Scatole appoggiate per terra», dice a Repubblica il politologo venezuelano Benigno Alarcón, fondatore del Centro di studi politici dell’Università cattolica di Caracas. «Oltre all’incapacità dello Stato di rispondere alla catastrofe, i crolli degli edifici di Misión Vivienda sono uno degli elementi che costerà caro a Rodríguez, la cui popolarità è in calo».
Secondo il sondaggio più recente, realizzato da AtlasIntel per Bloomberg tra il 26 e il 30 giugno nel pieno dell’emergenza sisma, il 63,3 per cento degli intervistati è scontento di lei (5 punti in più rispetto a maggio), la metà definisce «molto povero» l’intervento del governo nella zona rossa, il 45,7 per cento ritiene che indire nuove elezioni sia anche più importante della ricostruzione. Non a caso María Corina Machado, la più nota esponente liberale dell’opposizione, vuole tornare.
Certo è che se questa massa di poliziotti, soldati della Guardia nazionale bolivariana, di agenti del Sebin (l’intelligence interna) che si incontra nel cratere del sisma, avesse ricevuto l’ordine di prendere pale e picconi, invece di restare incollata al compito primario che è, e rimane anche col governo Rodríguez, di controllo e di repressione, ci sarebbero stati più sopravvissuti. Alcuni poliziotti, oltretutto, sono stati beccati a rubare negli appartamenti vuoti. La presidente rigetta le accuse di ritardi e inefficienza, sostiene di aver dispiegato 19 mila effettivi nella zona rossa e di averla militarizzata per colpa di interferenze esterne.
«Non potevamo permettere che i laboratori mediatici rendessero impossibili le operazioni di soccorso», afferma, con una risposta intrisa della paranoia d’apparato. «La prima matrice mediatica elaborata nei laboratori è stata “scendete tutti a La Guaira”, per creare caos... Li abbiamo individuati, sappiamo da dove sono partiti».
Delcy Rodríguez nei documenti ufficiali si firma presidenta (e), cioè encargada. Non è stata eletta, ha preso il posto di Maduro dopo il raid americano del 3 gennaio scorso, ha trovato subito l’accordo con Trump e gli ha messo a disposizione le risorse petrolifere. Se è vero che da allora l’inflazione su base mensile si è ridotta dal 32,6 per cento al 6,3 di maggio, a livello annuale è ancora al 600 per cento. La produzione petrolifera è passata da 830 mila barili a 1.2 milioni a giugno, ciononostante parte della cassa è controllata dagli Stati Uniti, con un conto che distribuisce, a rate, le risorse.
«Nei sette mesi del suo governo, l’economia non sta meglio di prima», sostiene Alarcón. «Il Venezuela potrebbe avere un problema di governabilità appena gli sfollati si accorgeranno che lo Stato non ha i fondi per loro, la pressione per nuove elezioni salirà molto». Cosa succederà, a quel punto, è un’incognita.
Sui muri crepati di Catia La Mar, Caraballeda, Macuto, colorati con le tinte pastello dei Caraibi che contrastano col grigio delle macerie, compaiono i volti di Maduro e di Simón Bolívar, l’eroe nazionale, si leggono gli slogan della rivoluzione, e tutto è bolivariano, il poder è sempre popular, fatto con il pueblo e per il pueblo. La realtà è meno colorata.
Seppur allentati rispetto ai tempi di Maduro, che rese il chavismo un regime, il soffocamento del dissenso e la stretta sui media continuano. Nelle carceri ci sono ancora 373 prigionieri politici, secondo Foro Penal. L’architrave del potere, ora, è tripolare: il nucleo chavista-civile, centrato su Delcy Rodríguez e suo fratello Jorge, presidente del parlamento; il polo securitario-militare di Diosdado Cabello, il potente ministro della Sicurezza; la mano degli Usa. È questa mano che, per ora, ferma Machado. Trump non vuole che l’oppositrice rientri nel Paese perché prima deve consolidarsi l’export di petrolio a favore degli Usa. I servizi segreti americani temono poi che Machado non sia in grado di tenere il Paese, soprattutto quei comandi militari che godono di privilegi e gestiscono parte del business, e che, dunque, potrebbero puntare al golpe. «È una mitologia creata apposta per mantenere lo status quo», ribatte Benigno Alarcón. «Così com’era falsa l’idea che senza Maduro il Venezuela sarebbe diventato l’Afghanistan. Se Machado vincesse le elezioni, le istituzioni la seguirebbero. Per gli Stati Uniti, però, è più facile trattare con un governo che si dichiara chavista ma che, per non fare la fine di Maduro, fa tutto ciò che vuole Trump».