corriere.it, 4 luglio 2026
La pecora Dolly nasceva 30 anni fa
È il 5 luglio del 1996, sono le 16.30 del pomeriggio, e un piccolo gruppo di scienziati del Roslin Institute, vicino Edimburgo, in Scozia, assiste esterrefatto al risultato di mesi di lavoro. Sta avvenendo un parto storico: viene alla luce il primo mammifero clonato a partire da una cellula adulta. Il nome in codice per la pecora è 6LL3, quello più familiare è Dolly, scelto in onore della cantautrice Dolly Parton.
Al parto sono presenti solo alcuni dei membri del team guidato da Ian Wilmut, insieme a un veterinario che assiste e guida il processo. La pecora ha un aspetto completamente normale: appare sana, è in piedi entro la prima mezz’ora dalla nascita. Ma bisogna aspettare quasi un anno perché l’evento venga trasmesso al pubblico, il 22 febbraio del 1997: gli scienziati vogliono essere sicuri che Dolly sia in salute e che le fasi di test procedano correttamente prima di condividere la notizia. L’annuncio scuote la comunità scientifica, sfata la convinzione che i mammiferi adulti non possano essere clonati, e scatena il dibattito sui possibili abusi della tecnologia.
Il dibattito etico
La gestazione inizia cinque mesi prima, l’8 febbraio del 1996. Per arrivare alla nascita di Dolly sono necessari 277 tentativi. Molti embrioni non si sviluppano correttamente, si diffondono infezioni, si rilevano aborti e feti con malformazioni. E poi c’è anche un altro fattore: Dolly ha avuto bisogno di tre madri: una che le donasse il Dna, una seconda da cui prendere un ovulo non fecondato, cui è stato rimosso il nucleo, e infine una madre surrogata, affinché l’embrione potesse essere impiantato in un utero. La cellula uovo viene prelevata da una pecora di razza Scottish Blackface mentre il nucleo proviene da una Finn Dorset.
Quando viene diffusa la notizia della nascita di una pecora clonata, la questione non tocca solo gli animalisti: inizia a diffondersi la paura che si possa arrivare a clonare gli esseri umani. Gli scienziati, investiti da un’ondata mediatica inaspettata, cercano di rassicurare: la clonazione umana non è tra gli obiettivi del Roslin Institute. Più tardi, nel 2007, Ian Wilmut dichiarerà che le tecniche utilizzate su Dolly non saranno mai abbastanza efficaci da poter essere usate con gli esseri umani.
Ma soprattutto, più di lungo periodo, c’è la reazione della comunità scientifica. La complessità dell’operazione aveva portato buona parte degli esperti a ritenere che la clonazione di un mammifero adulto non fosse possibile. Questo perché attraverso il processo di differenziazione le cellule adulte perdono la loro totipotenza, cioè la loro capacità di trasformarsi in diversi tipi cellulari per formare un animale adulto. Invece Dolly è stata clonata a partire dalla cellula somatica di una pecora di 6 anni, potremmo dire di mezza età.
Dolly dà alla luce sei agnellini, ma dopo circa tre anni dalla nascita inizia a dare i primi segnali di invecchiamento precoce. Nel 2002 si ammala di artrite, e quasi sette anni dopo che è venuta alla luce, il 14 febbraio del 2003, viene abbattuta dai veterinari per una grave malattia polmonare. Benché il tipo di infezione che ha contratto sopraggiunga in genere in pecore più anziane, il dibattito se la malattia sia stata causata dalla clonazione è ancora aperto: anche altre pecore della fattoria hanno avuto problemi simili. L’animale, impagliato, è stato esposto nel National Museum di Scozia.
Prima di Dolly, erano già stati eseguiti con successo altri casi di clonazione su insetti o anfibi, che hanno uno sviluppo più semplice e che non necessitano che l’embrione venga trasferito nell’utero di una madre surrogata. Quasi vent’anni dopo la nascita di Dolly, hanno iniziato ad aumentare le richieste di privati, che si rivolgono ad aziende specializzate chiedendo di clonare il proprio animale domestico, per attenuare il dolore della perdita. Uno dei casi più celebri è quello di Barbara Streisand e delle due repliche della sua cagnolina Samantha.
E poi c’è Elizabeth Ann, un furetto femmina dai piedi neri nata attraverso la clonazione nel 2020. La specie è a rischio di estinzione e per l’operazione sono state utilizzate le cellule congelate di un furetto morto negli anni ‘80. Elizabeth Ann è stata il primo clone della sua specie, e nel 2025 sono nate tre cucciolate che provengono da un altro furetto clonato, Antonia, e dai suoi discendenti.