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 2026  luglio 04 Sabato calendario

Gabriella Greison parla di sé e del suo amore per la fisica

Fisica, scrittrice, giornalista, divulgatrice, Gabriella Greison – laureata in Fisica nucleare all’Università Statale di Milano con un passaggio all’École Polytechnique di Parigi – è una persona in perenne movimento. Non per nulla è “la rockstar della fisica”. Ha unito la sua formazione scientifica alla passione per la scrittura e all’attitudine per il teatro: ogni anno pubblica un libro che diventa uno spettacolo. Ha reso popolari temi come la meccanica quantistica e la storia della fisica. Ultima fatica, Scintille, la serie video di CorriereTv. Dieci puntate che usano «la fisica dei sistemi complessi per spiegare (e risolvere) i problemi della vita». Dai ritardi dei treni, alle energie rinnovabili, alle città invivibili. Semplice, no?
Lei è sempre stata così irrequieta?
«Se per irrequietezza intendiamo una forma permanente di curiosità, allora sì, moltissimo. Fin da piccola ho sempre avuto la sensazione che il mondo fosse più grande di quello che riuscivo a vedere. È questo il motivo per cui ho studiato fisica e per cui scrivo libri, per cui inseguo storie che mi portano dall’altra parte del mondo. Mi interessa capire, collegare cose che apparentemente non c’entrano nulla tra loro: una forma di irrequietezza che considero una fortuna».
Come si è innamorata della fisica?
«Mi sono innamorata di un modo di ragionare. La fisica è stata la prima cosa che mi ha fatto capire che la realtà è molto più sorprendente di quanto sembri. Da ragazza non ero attratta dalle formule, ma dalle domande. La fisica non mi ha insegnato soltanto delle risposte, mi ha insegnato un atteggiamento. E poi è arrivata la meccanica quantistica. Lì è stato il colpo di fulmine».

Ci aiuta?
«A un certo punto scopri che il mondo non funziona come avevi immaginato e che le particelle possono comportarsi come onde. E lì è nato il mio ragionamento con gli strumenti della fisica dei sistemi complessi. Venticinque anni fa ho iniziato a inseguire Schrödinger, Dirac, Heisenberg, Einstein per riuscire a raccontarli nei miei libri. Ho avuto la fortuna di entrare nelle menti di questi personaggi che hanno cambiato completamente il modo di ragionare. Mi si è aperta un’altra porta che non avevo considerato».
Come le è venuto in mente di scrivere libri di fisica e poi trasformarli in spettacoli?
«In realtà, non sono riuscita a pubblicare il mio primo libro L’incredibile cena dei fisici quantistici per otto anni. Dicevano che la fisica quantistica era una cosa per tre lettori, di nicchia. Mi sono messa a scrivere di tutt’altro. Poi l’editore Gems mi disse che mi avrebbe pubblicato il libro se avessi pubblicato anche l’autobiografia di Giancarlo Giannini di cui ero e sono molto amica. E così ho fatto».
Com’è andata?
«Questo primo libro (ora siamo a quattordici ndr) è diventato un caso internazionale, in continua ristampa. Da lì in poi ho aperto il filone. Io ci credevo così tanto che avevo creato un monologo da portare in giro con il libro: già al primo, la sala si riempì. A Roma avevo come competitor nello spazio accanto Patti Smith ed abbiamo avuto lo stesso numero di spettatori. Per questo mi hanno definita “la rockstar della fisica”».
Ha faticato così tanto a pubblicarlo perché era un libro sulla fisica quantistica o perché era una donna a proporlo?
«Il fatto che io sia stata giovane e bella è diventato un altro problema aggiuntivo. “Se è così bella, perché vuoi fare fisica?”. Questa frase ha allontanato tantissime ragazze, come se a Fisica bisogna andarci vestiti come Marie Curie (che è il mio idolo, però non siamo più in quel mondo). A me veniva detto: “Perché ti trucchi? Non devi fare un servizio fotografico”. “Perché hai i tacchi? Non viene una rivista a intervistarti”. “Nei laboratori non ci si veste così. Togliti il rossetto”. Secondo lei le ragazze hanno voglia di lavorare in un posto dove debbono sentirsi dire tutto questo? Su 220 attribuzioni di premi Nobel in Fisica, solo cinque sono stati dati alle donne. Fisica continua a essere la facoltà che ha il minor numero in assoluto di donne».
L’altro anno è stata invitata dall’Università di Messina per una prolusione ed è stata attaccata da insulti sessisti sui social per una scollatura.
«Nessuno si stupisce che un attore sia bello, che una cantante sia bella. In certi ambienti invece, sembra che una donna debba ancora scegliere tra essere credibile ed essere bella o come si sente lei. Una persona deve essere tutte le cose che vuole. Dopo anni passati a studiare Bohr, Schrodinger, Heisenberg, Dirac, Pauli, posso garantire che nessuno di loro è diventato famoso per gli addominali. Sono stata attaccata con insulti sessisti per una scollatura e ho imparato a distinguere il rumore dal segnale. Quando lavori in pubblico e hai delle opinioni, prima o poi gli insulti arrivano. La differenza è che oggi non mi interessa più tanto l’insulto in sé ma capire cosa racconta della società. La vicenda della scollatura è stata ripresa in mezzo mondo e ha generato una quantità enorme di commenti (anche sul New York Times). C’è chi in strada mi ferma e mi dice: “Ti ho conosciuto grazie alla scollatura”. Un segnale forte. Non mi sento vittima, ma sono una testimone. Ho capito che moltissime persone, uomini e donne, conoscono bene la sensazione di essere giudicate per il dettaglio sbagliato. È forse per questo che ancora oggi tanti mi dicono “sto dalla tua parte”. Quello che mi preoccupa non sono gli insulti, ma l’impoverimento del dibattito pubblico, l’idea che ogni questione complessa debba essere trasformata in uno slogan, in una guerra tra opposti. Forse per questo mi interessa la fisica dei sistemi complessi: mi ricorda che il mondo è sempre più sfumato di come appare. Su quell’episodio farò un TEDxOfficial ad ottobre dove mi rimetto quel vestito verde e racconto la vicenda come se fosse una storia su cui va fatto il punto, perché non è finita».
Cosa direbbe a quei ragazzi oggi?
«A Taormina ho detto: non lasciate che siano gli altri a definire il perimetro della vostra vita. Ho detto che il mondo cambia grazie a persone che, a un certo punto, hanno avuto il coraggio di seguire una strada che non era ancora stata tracciata. E vale in qualunque professione. Oggi, a distanza di un anno, direi loro: proteggete la vostra curiosità. Viviamo in un’epoca che ci spinge continuamente a reagire, a commentare, a schierarci. La curiosità fa il contrario: ci obbliga a fermarci, a fare domande, a cercare di capire prima di giudicare. Il messaggio ai ragazzi è questo: non abbiate fretta di diventare qualcosa. Abbiate cura di continuare a stare nel mezzo, perché le persone più interessanti che ho incontrato non erano quelle che avevano tutte le risposte, ma quelle che non avevano mai smesso di cercarle. E posso garantire che una buona domanda ha spesso una vita molto più lunga di una risposta».
«Siate onde non muri».
«La vita mi ha insegnato che quasi tutto quello che conta nasce dal movimento. Una scoperta scientifica, un’idea, un incontro, un amore, un libro. Per questo invito sempre i giovani a proteggere il loro essere inquieti e il loro essere poco decisi nelle cose anche quando li sgridano dicendo: devi deciderti. No, non devono decidersi. Sono sempre dalla parte dei ragazzi quando c’è un dissing con un adulto. Quindi siate onde, non muri. Se proprio dovete infrangervi da qualche parte, scegliete almeno una scogliera che valga il viaggio».
Perché non ha fatto carriera universitaria?
«Allora avrei potuto farla, ma la vera notizia oggi è che ho accettato l’unica proposta che posso inserire nei miei impegni che è quella della rettrice Donatella Sciuto del Politecnico di Milano. Da ottobre farò un corso al Politecnico a porte chiuse, senza social. I giovani hanno a disposizione strumenti straordinari per comunicare ma sempre meno luoghi dove incontrarsi davvero. L’Università è uno dei pochi posti rimasti dove persone con storie, idee, provenienze diverse si siedono nella stessa aula e sono costrette a confrontarsi, a discutere, a cambiare idea».
Come si chiamerà il corso?
«Fisica per inquieti. Io e la dottoressa Sciuto ci siamo confrontate a lungo su questo: la fisica serve per aprire la mente e andare da altre parti. È il luogo dove è possibile volare».
Qual è stata la sua scintilla?
«Io volevo scalare una montagna. Lo puoi fare solo se ti nasce un fuoco dentro. A me è nato perché ero insoddisfatta di quello che avevo intorno. Vivevo in una famiglia disastrata. I miei genitori non erano dei genitori canonici, tradizionali. Ho vissuto la mia tragedia più grande da piccola, quando non ero amata e quindi mi sentivo una nullità. Qui è nata la più grande scintilla della mia vita. Mi piacciono le persone che hanno una passione vera per qualcosa. Quelli che si mettono a fare qualcosa perché hanno il fuoco dentro: quel fuoco che avevo io mi piace trovarlo negli altri. È un superpotere».