Sette, 4 luglio 2026
Intervista a Laura Morante
Vivere d’impulso. Pane al pane e vino al vino. La verità prima di tutto. E (quasi) nessun rimpianto. Dice: «No, rimpianti veri non ne ho. Sì, ecco, uno c’è: mi piacerebbe riportare in scena il testo che ho scritto su Sarah Bernhardt, il monologo Io Sarah, io Tosca, interrotto ai tempi del Covid e mai più ripreso». Laura Morante l’antidiva racconta la diva per eccellenza. «Ho fatto un lungo lavoro di ricerca, scoprendo particolari persino toccanti. Il motto di Sarah era quand même, nonostante tutto. Non si fermava davanti a niente». La bambina di poche parole che «spiava gli altri nascondendosi dietro le porte e sognando di diventare una danzatrice», la protagonista di Oggetti smarriti, Bianca, Sogni d’oro e La stanza del figlio si avvicina al traguardo dei settant’anni con un bagaglio di inevitabile saggezza. La data è il 21 agosto. Sarà, assicura, «il consueto, poco affollato compleanno di un’ex ragazzina timida incapace di mordersi la lingua quando la discussione si scalda».
Ha appena debuttato al Teatro Mercadante di Napoli con Insieme, un testo scritto e diretto da Fabio Marra. È nel cast del musical americano Death do us part di David Chavez Grant e Abigail Ory e dell’ultimo film di Peter Greenaway, Tower Stories, con Dustin Hoffman ed Helen Hunt. Da poco più di un mese è uscito Quasi Grazia, il film di Peter Marcias su Grazia Deledda. Poi c’è l’impegno in corso con la Milanesiana per due letture: la prima da Il ballo di Irène Némirovsky, la seconda da Canne al vento di Grazia Deledda. Non è tutto: è pronto il suo secondo romanzo, dopo Brividi immorali del 2018. Si intitola Dieci storie pop ed è edito, come il primo, da La Nave di Teseo. Insieme è la storia di una madre ipersensibile, Isabella, e dei suoi due figli. Il ragazzo, disabile, attrae le energie affettive di famiglia. La ragazza, che si ritiene trascurata e non sa accettarsi, lotta per ricucire il rapporto con la madre. Un testo tradotto in 14 lingue, ma mai rappresentato in Italia.
Come è diventata mamma Isabella?
«D’istinto, come faccio sempre. Isabella in realtà non mi somiglia. Ma non so immaginare come mi sarei comportata nella sua situazione».
Lei è figlia del giornalista e scrittore Marcello Morante, fratello minore di Elsa Morante, e di Maria Bona Palazzeschi. Ed è madre di tre figli: Eugenia e Agnese, entrambe attrici, che di cognome fanno Costantini e Claisse. E poi c’è Stepan, il più piccolo.
«Eugenia fa parte del mondo dello spettacolo da tempo, è conosciuta e stimata. Agnese è anche una musicista con studi al conservatorio. Ha partecipato alle serie tv 1992 e 1993, il suo ultimo film è Don’t let the sun. Stepan è al liceo, troppo presto per capire quale sarà la sua strada».
Che rapporto ha con le sue figlie attrici?
«Eugenia inizialmente non voleva confessare a sé stessa il desiderio di recitare. Quando ho avuto il sospetto che potesse essere a causa mia, l’ho presa di petto: guardati dentro, le ho detto. Ora, mi pare, è felice».
Agnese?
«Con lei è stato tutto più chiaro da subito. Passando però dalla musica, il suo primo amore».
Come si diventa una buona madre?
«Oh, non so proprio se lo sono. E non so dare una ricetta per esserlo. Anche lì vado d’istinto. A volte sbaglio. Ma mi sforzo di capire e mi correggo. La cosa più terribile per un figlio è avere un genitore perfetto. Mostrare le fragilità è più sano. Io penso che oggi i genitori siano poco curiosi dei loro figli, al di là delle ovvie raccomandazioni: comportati bene e non ti drogare. Parlo di una curiosità positiva, generosa, utile».
Lei che ragazza era?
«Sesta di otto fratelli, sono cresciuta libera e appartata. Quando me ne sono andata da Grosseto avevo solo 17 anni. Nessuno ha tentato di fermarmi. Volevo danzare e sono scappata a Roma. Poi sono entrata nella compagnia dei Danzatori Scalzi di Patrizia Cerroni. Non ho mai amato il chiasso. Da bambina ero al limite dell’antisocialità».
Spieghi.
«La nostra casa era aperta, un continuo viavai. Ma io ero così appartata che c’erano amici di mamma e papà i quali dicevano di aver sentito parlare di una sesta figlia ma di non averla mai vista. Quando suonava il campanello, andavo a nascondermi. Avrei voluto essere invisibile. Però mi piacevano i luoghi animati. Stavo per ore a osservare le persone muoversi, parlare, accapigliarsi».
Quando tutto questo è cambiato?
«Oggi non mi nascondo più. Ma il carattere è rimasto lo stesso. Interagire con il prossimo mi risulta faticoso. Per anni ho lavorato all’estero. Ero agli inizi e non parlavo le lingue. Per me, la condizione ideale. Non capivo niente. Guardavo e ascoltavo, zitta zitta. Poi c’era sempre uno gentile che cominciava a tradurre. E io mi dicevo: oddio, adesso mi tocca entrare nella conversazione. Un incubo».
La sua storia e la sua carriera sono piene di personaggi importanti. A partire dalla zia, Elsa Morante.
«Oh, di lei avevo terrore. Era una donna collerica, perentoria. Poco indulgente. La vedevo discutere su tutto ad alta voce, con la sigaretta in bocca. Ho sempre pensato che il motivo di quel modo di essere fosse un forte bisogno d’amore nato da un’infanzia difficile. L’opposto di mia madre, dolcissima».
Pier Paolo Pasolini?
«Ho parlato con lui solo una volta. Era venuto a casa nostra con Elsa, di cui era amico, e si era ricordato di me quando preparava il cast per il Decameron. Ero sotto casa con un’amica: oh, Laura, c’è Pasolini al telefono che ti cerca. Mi disse: ti vorrei per il mio film. Risposi che dovevo chiedere ai miei genitori. Insistette: ma io sto chiedendo a te, non a loro. Mi fece un’impressione strana. Fu Elsa a sconsigliare papà dall’accettare. In quel caso fu protettiva. Allora ero la sua prediletta. Pasolini non lo sentii più».
Giuseppe Bertolucci, con cui fece il primo film, Oggetti smarriti?
«Mi cercò per la parte della ragazzina drogata che gira intorno alla stazione centrale di Milano, messaggera d’amore tra i personaggi interpretati da Mariangela Melato e Bruno Ganz. In quel momento frequentavo le cantine romane, i teatrini off. Mi piaceva l’idea di giocare fuori casa. Poi Bernardo Bertolucci vide il film del fratello e mi chiamò per La tragedia di un uomo ridicolo».
Carmelo Bene?
«Lui è venuto prima, quando ancora ballavo. Patrizia Cerroni, coreografa dei Danzatori Scalzi, mi spedì con una collega al Quirino dove Carmelo faceva Romeo e Giulietta. Dovevamo invitarlo per un cocktail da lei dopo lo spettacolo. Non riuscimmo ad avvicinarci. Fummo rimproverate e riprovammo. Andò meglio. Lui accettò e iniziammo a parlare».
Di che cosa?
«Mi disse: porti un cognome importante, lo sai? In quel periodo Carmelo aveva un progetto con Elsa, un Don Chisciotte per la tv. Lui regista, Eduardo protagonista. Il grande clown russo Popov doveva interpretare Sancho Panza. Scene di Salvador Dalì. Per la cronaca: il progetto, con questo bel cast, fu bocciato da una Rai poco lungimirante».
Nanni Moretti?
«Venne sul set di Giuseppe Bertolucci. Diventammo amici. Poco dopo feci Sogni d’oro, poi Bianca e più tardi La stanza del figlio, Palma d’oro a Cannes».
Con lui c’è stato anche qualche screzio.
«Screzi veri, no. Ero a Cannes e un giornalista mi chiese se fossi felice di tornare al Festival vent’anni dopo la Palma d’oro alla Stanza del figlio. Risposi che nel 2001 alla cerimonia di premiazione non ero presente. Moretti non mi aveva voluta pur essendo la protagonista del film. Dissi la verità, nacque un putiferio. Ora per me l’incidente è superato. Spero sia così anche per Nanni».
La sua trasgressione più grande?
«La verità è sempre trasgressiva, no?».
Mi racconta un episodio in proposito?
«Provino per La Piovra con il regista, Damiano Damiani. Presente il protagonista, Michele Placido. Damiani mi trattò malissimo. Si mise a urlare: “Togli i capelli davanti agli occhi!”. Io, benché timidissima, gli dissi: “Lei ritiene erroneamente che questo sia un provino per l’attrice. Invece, è un provino anche per il regista. Quindi, poiché a me non piacciono i registi che fanno come lei, vado via”. E mi alzai».
Lui?
«Restò a bocca aperta. Non se l’aspettava. A sorpresa, la produzione qualche giorno dopo mi richiamò. Ma io, nonostante fossi senza una lira, non ne volli più sapere».
Caratterino.
«Ogni volta che qualcuno cerca di mettermi i piedi in testa succede più o meno così. C’è chi capisce: ad esempio, Carmelo Bene. Pensi, gli feci anche una vertenza sindacale. Entravo nel suo camerino e cantavo: El pueblo unido, jamás será vencido… Lui mi riprese. Si divertiva, era spiritoso. Il braccio di ferro gli piaceva».
Con chi andava d’accordo?
«Con Mario Monicelli. Anni fa, mi disse: smettila di fare ruoli drammatici, tu sei un’attrice comica, te lo dico io che ho scoperto Monica Vitti. Anche lui non sapeva fare buon viso a cattivo gioco. Eravamo della stessa pasta. Con altri non è andata così: l’ego è una bestiaccia».
Che cosa si aspetta ancora dal suo lavoro?
«Se potessi, chiederei che venisse rivista la posizione dei lavoratori dello spettacolo da parte dell’Inps. Lo dico da pensionata: abbiamo subito ingiustizie colossali nel silenzio generale».
Si ritiene fortunata?
«Sì, certo. Anche se… le racconto un episodio. Tempo fa andai a girare un film in Spagna. Soffrivo di attacchi di panico e mi feci dare da un’amica una pastiglia portentosa contro l’ansia. Vegliò su di me fino a che il sonno arrivò. Il giorno dopo la ringraziai e lei mi prese da parte: devo dirti una cosa…».
Di che si trattava?
«Mi confidò che nel dormiveglia avevo sussurrato questa frase: “Ma io non volevo fare l’attrice, volevo stare in casa a preparare le torte per le mie figlie”».
Che cosa le manca del grande cinema italiano?
«Mancano certe personalità che lottavano per le loro idee e difendevano i loro cast. Nanni Moretti fece un braccio di ferro lunghissimo e coraggioso con i produttori per avermi in Bianca. Chissà? Se fosse andata diversamente forse ora, visto l’amore che ho per i libri, farei la bibliotecaria».