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 2026  luglio 05 Domenica calendario

Intervista ai fratelli Verdone

Carlo, qual è il primo ricordo di suo fratello Luca?
«Eh, ce l’ho, purtroppo. Quando nacque, tutte le attenzioni che erano su di me andarono su quel neonato che dicevano essere mio fratellino. Mamma lasciò la culla in terrazza e io tentai di soffocarlo con un pezzo di pane infilato in bocca. Diventò cianotico. Continuai rovesciando la culla sul pavimento. In pratica, fu un tentato omicidio. Luca cominciò a urlare, come mia madre, ma lei per la paura. Papà mi prese a sculacciate. Non avevo 4 anni».
Carlo ora ne ha 73 e Luca 70. Da una parte il re della commedia, appena nominato da Mattarella Cavaliere di Gran Croce, «l’onorificenza più alta, non c’è niente al di sopra, e indagano un anno per vedere se sei a posto, se hai pagato le tasse e non hai carichi pendenti»; dall’altra l’apprezzato documentarista e regista di teatro e d’opera, nonché esperto d’arte che si è laureato con Cesare Brandi.
Ecco i fratelli Verdone per la prima volta allo specchio. Carlo, dopo il pane e la culla, confessa altri due “raptus”: «Mi venivano ogni tanto e non si capiva la ragione». Di nuovo vittima sacrificale Luca. Il fratello gli diede una spinta sul ferro portante che reggeva il letto. Illeso per miracolo. L’altro episodio coinvolse la domestica Angelica: «D’un tratto le diedi una mazzata, volevo imitare il teatro di burattini che tanto amavo».
Una sera i genitori erano al Fidelio all’Opera. Luca dormiva. A Carlo venne in mente di simulare una rapina: «Cosparsi l’ingresso di sangue fatto col pomodoro, misi per terra un tavolino e delle lampade. Lasciai la porta di casa aperta. Quando tornarono mamma si sentì male. Allora mi misi paura, uscii dalla tenda che mi copriva ed esclamai: papà, mamma, è uno scherzo, sono io! Papà, infuriato, si tolse la cinta dei pantaloni e… Però tra i figli il più affidabile ero ritenuto io, quando i miei non c’erano, ero io a cucinare per Luca e per nostra sorella Silvia. Facevo tutto, anche la pizza. Sparecchiavo e lavavo i piatti a mano».
Da piccoli condivisero la stanza, nella casa a Lungotevere dei Vallati, da cui si vede Palazzo Farnese, ma per un breve periodo: «Luca era asmatico e io non riuscivo a prendere sonno». Poi ognuno ebbe la sua camera, arredata da dischi: rock per il maggiore, classica per il minore. «Un giorno Luca restituì al negozio un vinile di Peppino di Capri, lo scambiò con il 45 giri di una sconosciuta band inglese: i Beatles. La canzone è Twist and Shout. Li conobbi grazie a Luca».
Diversissimi, coltivano entrambi la memoria, hanno il senso delle radici. Si vogliono terribilmente bene. Luca a scuola era un asso. Carlo fu bocciato al quarto ginnasio. «Il prof Dall’Olio disse che non avevo il dono della scrittura e consigliò ai miei di mandarmi a Ragioneria».
Giocavano a calcio in terrazza, Luca in porta, Carlo tirava i rigori: quando litigavano, era sulle partite di pallone. Guardano ancora insieme le partite della Roma.
Da piccoli, i pomeriggi li passavano a commentare gli stravaganti parenti senesi, da parte del papà. Carlo cominciò subito a farne le imitazioni: il passo claudicante di nonna Assunta, lo zio ferroviere Giovanni che ebbe un incidente contro un treno merci e non si capì più nulla quando parlava. Papà Mario, autorevole saggista di cinema, si dispiaceva e rideva allo stesso tempo. «Poi c’era zio Gastone», ricorda Luca, «lui era fratello di mia madre, un dandy che sembrava il guappo dei film con Totò, venne a casa nostra e non se ne andò più, papà a tavola ci diceva sottovoce, ma quando se ne va questo? Se zio Gastone fosse stato meno playboy sarebbe stato un pittore di prim’ordine».
La vita non era tutta una risata per il bambino Carlo. «Morì zia Lina e caddi in depressione. Mi rinchiudevo in una cassapanca come se fosse una bara. Il neurologo prescrisse barbiturici e bromuro, gli unici farmaci disponibili allora per cose del genere. Mi vennero i tic e mi passarono dopo un trauma, per il dolore fisico provocato dal latte bollente che mia madre, che era scivolata, mi fece cadere sulla schiena».
E poi Carlo aveva paura del buio, e Luca dei cimiteri: «Però quando accadde uno strano episodio al Verano, fui io a calarmi nella tomba di famiglia. Ci avvisarono, la trovammo aperta. Pensammo che avessero rubato il corpo di papà. Scesi e, invece di 7 bare, ne trovai 8. Era stata aggiunta la dama di compagnia di nonna, per noi era zia Lina, insomma era un’amica “speciale” di nonno».
Alle prime pulsioni sessuali, Carlo fu reattivo, «all’epoca le collaboratrici domestiche erano ragazzine di 16 anni, Elisa era carinissima, la vedevo arrampicata sulle scale che puliva la libreria, le guardavo le gambe». E Luca? «Ero immerso in un mondo tutto mio. Andavo ai concerti a sentire Mozart mentre Carlo era al Piper a sentire Patty Pravo, Caterina Caselli, gli Who e i primi Pink Floyd. Lui giocava a biliardo e flipper e io me ne andavo per musei».
Si ritrovavano insieme quando papà Mario li portava al cinema a vedere i peplum, Ursus, Maciste all’inferno, Un dollaro d’onore. Il debutto di Carlo non fu, come si dice sempre, al teatro Alberichino, ma a 23 anni, in uno scantinato chiamato Il Cenacolo, a via Cavour. Il regista de Il mondo di Rabelais (lo scrittore francese del ‘500) è Luca: «C’erano 30 persone che a noi sembravano 30 mila, faceva freddo, Carlo dovette sostituire due del gruppo che si erano ammalati, fece una vecchina fattucchiera e un ruolo buffo».
Un giorno Luca pensò di fare un documentario sui giullari medievali, con Carlo e due amici: «Arrivammo a Tuscania su una Cinquecento tutta scassata. Ci infilammo i costumi presi a noleggio». «Io sembravo un autentico cretino» continua Carlo «finito di girare, ci accorgemmo che ci avevano rubato l’auto. Mentre a piedi costeggiavamo la strada vestiti in quel modo, un tipo ci insultò. Il viaggio di ritorno in treno fu mortificante. Ma il vero disastro fu quando mi accorsi che, vestito come nel ‘300, avevo dimenticato di togliermi l’orologio dal polso. Abbiamo dovuto buttare tutto, e chiusi coi documentari di Luca». «Però gli ho fatto da aiuto regista nei suoi primi tre film. E nel 1991 gli ho dato una mano per la sua prima regia lirica, Il barbiere di Siviglia all’Opera di Roma».
Qual è il personaggio di Carlo che più gli somiglia?
Luca: «Bernardo di Maledetto il giorno che t’ho incontrato. Racconta le sue passioni, Jimi Hendrix, le sue debolezze e fragilità».
Ma lei quando sta male chiama il medico o…
Luca: «Mio fratello. Non riuscivo ad alzarmi dalla sedia, il medico disse lombaggine, per Carlo era ernia del disco. Aveva ragione lui».
«Ma era una diagnosi facile, dai», minimizza Carlo.
7 chili in 7 giorni è il film del 1986 di Luca con protagonista Carlo e Renato Pozzetto.
Luca: «Il produttore Mario Cecchi Gori mi disse: o c’è tuo fratello o il film non si fa. Carlo fu come sempre generoso, mi diede piena libertà».
Una volta però ci disse che essere suo fratello è una fortuna e una sfortuna.
Luca: «Ma non per colpa sua. Io vengo giudicato in quanto fratello di Carlo, ho dovuto sempre lottare, e non sono mai stato geloso dei suoi successi, anzi… Ci vogliamo un bene dell’anima».
Viaggi insieme da ragazzi?
Carlo: «Papà ci portava separatamente. Ricordo Praga, a cena con un grande regista e intellettuale, aveva scritto due articoli che non erano piaciuti al regime comunista, fu sollevato dall’incarico e messo a fare il portiere di notte in un alberghetto. Poi in Iran, al tempo dello scià, ricordo Ravi Shankar che suonava il sitar sulla tomba di un poeta persiano tra incensi e tappeti».
Luca: «Anch’io ho un ricordo in Iran, quando vidi dalla notte all’alba, al palazzo di re Dario nel deserto della vecchia Persepoli, uno spettacolo di Peter Brook su una serie di rituali religiosi».
Tra loro due, la prima cinepresina la ebbe Luca che fece un documentario sul cimitero a Cantalupo in Sabina, dove hanno la casa di campagna. Più in là, a Carlo, Isabella Rossellini vendette il Super 8, un formato cinematografico amatoriale.
Cosa vorresti avere di Luca?
Carlo: «La profondità della cultura. Viene dal successo a Catania di La scuola delle mogli di Molière, presto farà un documentario su Aldo Fabrizi e quello su nostro padre è un ritratto amorevole e serio. Ha un carattere positivo e allegro, anche nelle difficoltà».
Cosa vorrebbe avere di Carlo?
Luca: «L’istinto, capisce al volo, come i veri artisti, l’animo delle persone, ricreando mondi con grande realismo e poesia».