Corriere della Sera, 5 luglio 2026
Nani sulle spalle di Calvino
Nel XII secolo, Bernardo di Chartres formulò una delle metafore più longeve della storia del pensiero: siamo nani sulle spalle dei giganti. Un’immagine che attraversa i secoli fino a diventare una celebre nota di Isaac Newton: «Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle dei giganti». Una evidente eccezione: Newton era un gigante sulle spalle di giganti. E sulle sue spalle, secoli dopo, sarebbe salito Albert Einstein. Ma oggi la sfida della conoscenza stessa, non solo quella scientifica, deve convivere con l’invadenza autoriale delle macchine, i cui confini si perdono in uno gnommero di algoritmi. Parafrasando l’Oulipo parigino, di cui Italo Calvino fu un curioso frequentatore, c’è da chiedersi se serva oggi una Officina delle letterature algoritmiche, non solo potenziali. «Io canto il corpo elettrico» scriveva nell’Ottocento Walt Whitman, mostrando di saper addomesticare la tecnologia alla poesia. Siamo alla ricerca di nuovi giganti che ci aiutino a comprendere il presente, un’epoca in cui l’essere umano appare sempre più compresso dalle macchine proprio nel suo primato: la cultura simbolica. La scrittura come strumento non solo di preservazione, come ne Il nome della rosa di Umberto Eco, ma di costruzione stessa del sapere. Può Italo Calvino essere uno di questi giganti di cui riscoprire l’attualità? Per rispondere, bisogna partire da una constatazione: Calvino è stato un autore visionario, riconosciuto in quanto tale dai suoi contemporanei.
Ne scoviamo un indizio anche nel titolo originale delle Lezioni americane, quelle Six Memos for the Next Millennium, preparate proprio per l’Università di Harvard. Già nel titolo si nasconde una chiave di lettura: il «prossimo millennio» di Calvino coincide con il nostro presente. Siamo personaggi letterari delle sue visioni. Abitiamo in un mondo immaginato da lui. Ed è questo che speriamo «giustifichi» la trilogia dei «contemporanei del futuro» scritta con Andrea Prencipe: solo oggi possiamo verificare fino in fondo la precisione delle sue intuizioni. Più che parlare al suo tempo, Calvino sembra aver scritto per il nostro.
Alla radice della sua capacità profetica c’è una curiosità instancabile, certo, ma anche un metodo particolare, costruito su una apparente contraddizione. «C’è del metodo nella sua follia», scriveva Shakespeare nel suo Amleto. In Calvino, questo ossimoro diventa una vera e propria strategia conoscitiva. Metodo e immaginazione non si oppongono: si alimentano a vicenda. Ed è questo che con Prencipe abbiamo definito il Metodo Calvino.
Non è un caso che lo scrittore provenisse da una famiglia di scienziati. Calvino, la «pecora nera», ha in realtà mantenuto per tutta la vita un dialogo amoroso con la scienza e la tecnologia. Nel saggio Cibernetica e fantasmi immaginò una macchina capace di scrivere autonomamente: un’idea che oggi richiama da vicino l’intelligenza artificiale generativa. Eppure, per Calvino, il futuro non è uno spazio di paura, ma di ironia. Più che temere le macchine, invita a interrogarci su ciò che rende umana la scrittura. Se una macchina può generare testi, cosa ci distingue? La risposta non è esplicita, ma si può intuire scendendo nella miniera dei suoi «talismani»: esercizi di memoria con le poesie, pratica del calcolo, battaglia contro l’astrattezza del linguaggio. Tre strumenti che oggi appaiono superati. Affidandoci alla tecnologia, abbiamo progressivamente delegato la memoria e il calcolo. La prodigiosa memoria di Pico della Mirandola sembra oggi più mito che una realtà possibile. Chi è ancora in grado di recitare a memoria Dante o anche, banalmente, ricordare cinque numeri telefonici? Ora se le prime due battaglie sembrano perse, la terza è ancora aperta: quella sul linguaggio. L’intelligenza artificiale tratta le parole come combinazioni numeriche, sequenze probabilistiche. E funziona. Ma quando il linguaggio si automatizza, rischia di divorziare dall’esperienza e dalla responsabilità. Calvino lo aveva intuito: se il linguaggio perde densità già tra gli uomini, il pensiero perde precisione. Figuriamoci tra le macchine.
In questo contesto si inserisce quello che possiamo battezzare «Effetto AIcebo»: più cerchiamo tracce di intelligenza nelle macchine, più siamo portati a credere che pensino davvero, una sorta di placebo psicologico. Un fenomeno non del tutto nuovo. All’inizio del Novecento, il cavallo Hans sembrava capace di eseguire calcoli complessi. In realtà, come scoprì lo psicologo Oskar Pfungst, rispondeva a impercettibili e involontari segnali umani. Non era intelligenza matematica, ma «emotiva».
Oggi, qualcosa di simile accade con le macchine: proiettiamo su di esse capacità che appartengono a noi. La scienza offre una possibile risposta attraverso il concetto di neuroplasticità: il cervello umano cambia, si adatta, cresce come una pianta che cerca l’acqua secondo un’immagine di Giulio Maira. E quell’acqua è la passione. «Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento». Lo sapeva anche il poeta. Impariamo meglio ciò che ci entusiasma. La conoscenza non è solo elaborazione, ma coinvolgimento. Anche qui Calvino sembra anticipare una verità fondamentale: l’immaginazione viene risucchiata dagli schemi come in un buco nero.
Ecco allora il suo «cosmicomico», capace di rompere – come nel triangolo di Kanizsa – gli stessi schemi ormai abusati della fantascienza. La realtà, per Calvino, non è mai univoca: è sempre il risultato di tensioni, contrasti, ossimori.
Gli ossimori, infatti, attraversano tutta la sua opera: leggerezza e pesantezza, molteplicità e unicità. Non sono semplici figure retoriche, ma strumenti di conoscenza, come ne Il cavaliere inesistente, dove Gurdulù c’è ma non sa di esserci, mentre Agilulfo, che non c’è, si cerca senza sosta. Lo stesso principio, una volta svelato, definisce una grammatica dell’innovazione. Il pianoforte, invenzione italiana, nasce dall’unione di opposti. Senza la tensione tra piano e forte, lo strumento perderebbe la sua identità.
In fondo, è proprio nell’equilibrio tra contrari che si genera la creatività. Agatha Christie considerava la noia il miglior motore della propria immaginazione. Jorge Louis Borges, nelle sue lezioni tenute ad Harvard nel ’67 (This Craft of Verse), parlava della poesia come di un enigma che parte dalla perplessità. Lo stesso Calvino affiancava la fantasia a dei «grigi parallelepipedi». Immaginazione e geometria, un ultimo ossimoro impossibile? Pablo Picasso ci ha rivoluzionato l’arte.