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 2026  luglio 05 Domenica calendario

Intervista a Pappi Corsicato

Trenta milioni.
«Faccio fatica a immaginarli».
Trenta milioni di streaming in Italia e nel mondo.
«E tutti per Inganno. Ho ricevuto lettere anche dalla Svezia e dalla Nigeria».
Un anno e mezzo fa l’Italia si è divisa in due: quelli che avevano visto Inganno su Netflix e quelli che lo commentavano. Nessuno fingeva di non saperne nulla: ignorare la passione «matura» di Gabriella-Monica Guerritore, sessantenne imprenditrice divorziata con figli, per il trentenne Elia-Giacomo Gianniotti, di mestiere «fustacchione sul mercato», era pressoché impossibile. Meme dappertutto, dibattiti pensosi, chat femminili (e non solo) infuocate, commenti irriferibili.
Ecco, il regista di quella miniserie da trenta milioni di visualizzazioni si chiama Pappi Corsicato, è nato a Napoli nel 1960 e alle spalle ha una lunga storia di cinema indipendente, di altre serie di successo e sull’onda lunga del successo di Inganno ha da poco pubblicato un romanzo, Vipere, dove la vita di un’attrice ancora potente ma un poco attempata viene scombussolata dall’arrivo di un collega tanto sexy quanto impresentabile nell’arte della recitazione.
Di nuovo con gli stereotipi rovesciati, la donna matura ma intelligente e consapevole e il giovane avvenente (e furbo) ma «fagiolone»?
«In verità l’attrice del romanzo è più cattivella, gestisce il potere e sa il fatto suo».
Gabriella, invece...
«Gabriella sa bene che la relazione con Elia per lei sarà nefasta, ma si lancia ugualmente, decide di osare. Monica Guerritore è stata brava».
In scena Elia è sempre nudo.
«E Gabriella glielo fa notare! Però c’era l’intimacy coordinator, quella figura che nelle produzioni Netflix controlla che le scene di sesso non siano esagerate».
Be’, anche lui ha lavorato poco, evidentemente.
«Perché lei non ha visto le scene che abbiamo tagliato».
Racconti!
«C’era una scena di sesso che avveniva nello sgabuzzino della caldaia e a mano a mano che si andava avanti Gabriella azionava i tasti di accensione fino a un’esplosione totale».
Quindi avete fatto combaciare un orgasmo amoroso con un orgasmo condominiale.
«Non era proponibile».
Nato a Napoli, anzi per essere precisi, a Posillipo.
«Mi iscrissi ad Architettura per fare contento mio padre. Il problema è che di fronte alla facoltà c’era un cinema. Dove io trascorrevo la maggior parte dei miei pomeriggi».
Poi New York.
«Un salto notevole. Frequentai una scuola di danza (la Alvin Ailey American Dance Theater, ndr), Madonna era una delle mie compagne di corso, anche se lei studiava con insegnanti diversi».
La New York degli anni Ottanta.
«Grazie a una delle mie insegnanti riuscii a entrare all’Actors Studio. Una sera mi ritrovai seduto con Paul Newman a destra e Al Pacino a sinistra».
Che cosa facevano?
«Assistevano a un provino che Joanne Woodward, moglie di Newman, stava facendo a due attori».
Altri incontri?
«A una cena conobbi Jodie Foster. Aveva appena fatto Taxi Driver, era magnifica. Io ero come una spugna, sapevo che volevo fare un cinema visionario».
Lei infatti ha una sorta di scrittura molto «visiva», si vede dal romanzo.
«È così. Anche in amore. Oggi mi sto quasi convincendo che nella mia vita sono stati di più gli amori immaginati che quelli realmente vissuti».
Primo amore?
«Una giovane ragazza, eravamo due adolescenti. Ma sono convinto che non m’innamorai di lei in senso stretto, bensì dell’idea di stare con lei. Poi negli Stati Uniti ho incontrato una persona che mi ha sbloccato, che mi ha aiutato ad aprirmi a tutti i desideri».

L’incontro con Pedro Almodóvar.
«Rocambolesco. Io avevo visto Donne sull’orlo di una crisi di nervi e avevo deciso che era quello il tipo di cinema che volevo fare. Lui venne in Italia per una rassegna, stava a Roma. Cominciai a organizzarmi per incontrarlo».
Da Napoli ci vuole un’oretta di treno.
«Peccato che in quei giorni ci fosse sciopero. Assoldai un tassista abusivo, e fin qui niente di strano. Cominciai a preoccuparmi quando questo fece salire in auto un tizio poco raccomandabile. Tremavo di paura, ma non mi fecero nulla, salvo chiedermi uno sproposito come tariffa».
Finalmente raggiunse l’albergo dove alloggiava Almodóvar.
«Gli feci recapitare un mazzo di rose rosse in camera, poi ci incontrammo. Mi propose di assisterlo nella lavorazione di un film. Lavorai gratis per lui per diverso tempo, una cosa impagabile».
Siete rimasti in contatto?
«Certamente, anzi resta uno dei miei punti di riferimento».
Un personaggio di «A proposito di Davis», film dei fratelli Coen, si chiama Pappi Corsicato.
«Sì, un omaggio che Joel e Ethan mi hanno voluto fare e che mi ha riempito di gioia. Sono molto amico dei Coen, soprattutto di Ethan. Quando capita che vengano in Italia li porto a vedere le bellezze di Napoli».
Per esempio?
«L’antro della Sibilla Cumana, nel Parco Archeologico di Cuma, Campi Flegrei».
Matteo Garrone si era innamorato della Piscina Mirabilis, antica cisterna romana e oggi simile a una cattedrale sepolta.
«L’antro della Sibilla mi piace di più perché richiama il mito, elemento con il quale ho sempre cercato di giocare nei miei film».
Anche quando ha fatto «Libera» con Iaia Forte?
«Al Festival di Berlino del 1993 ha vinto il Nastro d’argento come migliore opera prima e per me è stato importantissimo, sa perché? Perché in sala c’era mio padre».
Racconti.
«Temevo l’insuccesso, sa era una produzione molto semplice, avevo usato gli abiti di mia madre e nella scenografia dei mobili di casa mia. Ma piacque questa idea di donne coraggiose e fantasiose anche nella vendetta, come, appunto, Libera, che riprende i tradimenti sessuali del marito in videocassetta, li vende e diventa ricca».
Ancora una donna consapevole e forte, come Gabriella di «Inganno» e come Laura di «Vipere».
«Il romanzo è appena uscito e vedremo come andrà, ma Gabriella ha ottenuto molto successo proprio per questo tratto della sua personalità: consapevole dell’inganno non si è tirata indietro, ha accettato la manipolazione senza mai rinunciare, però, a guidare il gioco. A me piace questo lato oscuro delle relazioni e sono convinto che non ci sia mai un inganno a senso unico».
«Inganno» è una serie che è riuscita a penetrare anche nei mercati anglosassoni, una specie di conquista notevole.
«Anche in altri Paesi che mai mi sarei aspettato di raggiungere. Per esempio, conservo la email di un gruppo di donne egiziane. In Gabriella e nel suo esibire con orgoglio un corpo non più freschissimo, tante donne si sono riconosciute».
E la figura del produttore codardo del romanzo a chi si ispira?
«Un po’ qua, un po’ là».
Vabbé. Almeno con «Inganno» è diventato ricco?
«Macché».

Ma almeno l’hanno messa sotto contratto per un’altra produzione?
«No, sto lavorando a un progetto per la Rai».