Corriere della Sera, 5 luglio 2026
L’addio a Khamenei tra dolore e propaganda
Alle quattro e mezza del mattino Teheran è già sveglia. Davanti alla Grande Moschea di Mosalla, uomini con il turbante e donne con il chador nero si stringono sui marciapiedi dove hanno passato la notte, per essere sicuri di entrare appena i cancelli si aprono. Mosalla è uno spazio aperto, una spianata di portici e pilastri. Al centro è stato montato un palco drappeggiato di verde, che oggi è un altare di legno e vetro. La bara di Ali Khamenei è avvolta nella bandiera iraniana, chiusa in una teca; appena sotto le casse degli altri familiari uccisi nel raid del 28 febbraio. Uno striscione riporta un versetto del Corano, «alzatevi per Allah», mentre le prime voci ripescano lo slogan di sempre: «Morte all’America, morte a Israele».
Le cronache parlano di diecimila persone già dentro nella prima parte della mattinata, uomini a destra e donne a sinistra, seduti a terra, gambe incrociate. I canti religiosi si alternano all’inno nazionale e alle lodi per i martiri. Ci si batte il petto, qualcuno piange, in una coreografia che deve fissare l’immagine di un Paese in lutto, ma fiero.
Fuori, Teheran ha il compito di sembrare compatta. Le vie intorno alla moschea sono cucite di bandiere gialle di Hezbollah e di tricolori iraniani. Il governo attende quindici milioni di persone nei prossimi cinque giorni, mentre la bara del Leader viaggerà da Teheran a Qom, poi in Iraq a Karbala e Najaf, infine il 9 luglio a Mashhad. Il paragone è con i dieci milioni al funerale di Khomeini, nel 1989.
Il caldo intanto stringe la città. Trentasei gradi, sole a picco sul cemento. Per evitare svenimenti, le autorità hanno installato tubi che spruzzano acqua nebulizzata sulla folla. Lungo le strade centinaia di mokeb, di baracchini, servono uova sode, halim alla cannella, anguria, kebab, limonate, tè e acqua. I volontari hanno dormito in scuole e tende per essere pronti sin dall’alba, e le offerte si possono fare anche con carta di credito.
Ma non tutta Teheran piange. Il contrasto si vede nei dettagli. C’è chi esce con la bandiera sulle spalle, chi attacca sul parabrezza l’adesivo «siamo i vendicatori del sangue di Khamenei». E chi, sui social, conta le esecuzioni del 2026 (oltre 700), o si finge malato pur di non andare alla cerimonia. Samira fa un conto inverso: «Anche arrivassero dieci milioni di persone, siamo oltre novanta. La maggioranza di noi non versa una lacrima. Vogliamo vivere in un Paese normale, democratico, non in un lutto infinito», scrive. Ali e la sua famiglia hanno lasciato la capitale due giorni fa per non vedere la «finzione del regime che paga i più poveri o costringe gli statali a partecipare alle celebrazioni», dice.
Intanto, il resto del mondo osserva. Donald Trump, dal suo 4 luglio, ripete che basterebbe un colpo per «farli fuori tutti», ma poi resterebbe senza nessuno con cui negoziare. Benjamin Netanyahu gli ha chiesto un incontro alla Casa Bianca, che potrebbe tenersi già la prossima settimana, «andiamo d’accordo, sa chi comanda», commenta il tycoon ad Axios. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, intanto, vede a Teheran i rappresentanti di Hamas ed Hezbollah e ne diffonde le foto, per ricordare che l’Asse della resistenza è ancora lì. E si prepara a tornare l’11 luglio a Islamabad, per un altro round di colloqui con Washington. In tutto questo, l’Italia e i vicini europei restano fuori dalla lista dei 70 Paesi invitati ai funerali. Tra i presenti, l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif e il presidente iracheno Nizar Amedi.
In serata, arriva una notizia. Tra i religiosi che guideranno le preghiere non compare il nome di Mojtaba Khamenei, il figlio che ha preso il suo posto. La sua richiesta di partecipare sarebbe stata respinta per motivi di sicurezza: nel giorno del grande lutto il regime mostra ancora il passato, coprendo quello che dovrebbe essere il suo futuro. Mentre in città, dietro molte persiane abbassate, il lutto scivola via come l’ennesima messinscena del regime.